Una cartina di tornasole in mezzo all’oceano

Questo articolo è uscito per il manifesto.

di Giorgio Vasta

È difficile, soprattutto in questo momento, riuscire a dire qualcosa dell’Islanda che non indulga al facile esotismo politico. Vale a dire che non semplifichi gli scenari presumendo che al grumo inerte del paese in cui viviamo risponda, come un’alternativa socioculturale perfetta, quest’isola apparentemente immobile e astratta (in realtà geometricamente concreta, persino febbrile) scollata di qualche centinaio di chilometri dalla Groenlandia.
Secondo logica dovrebbe essere Europa settentrionale, per qualcuno è Scandinavia, ma in effetti la sensazione è che l’Islanda sia sostanzialmente diversa da Svezia Finlandia Norvegia e Danimarca (e a questa differenza, a ribadirla, l’Islanda tiene molto), così come più che Europa l’Islanda è forse uno spiraglio attraverso cui osservarlo, il vecchio continente, un buco della serratura o meglio ancora un telescopio-microscopio, un’ottica altra, adeguatamente separata, strumentale a una comprensione di che cosa può voler dire adesso europeo, di quali sono le strutture occidentali, di quale materia è fatta la sua cultura.
Soprattutto nel momento in cui l’Europa, tramite la Buchmesse di Francoforte, sceglie di incastonare l’Islanda pressoché al centro del proprio corpo rendendola così percepibile a livello internazionale. Del resto è ormai da diversi anni che l’Islanda sembra avere dilatato i proprio confini. Alla seconda metà dei Novanta risale l’esplosione internazionale di Björk; negli anni successivi, dai Sigur Rós ai Múm a Mugison, la nouvelle vague musicale islandese si è imposta come riferimento ineludibile. Meno percepiti (almeno in Italia) ma ugualmente presenti gli scrittori contemporanei, molti dei quali saranno a Francoforte: Sjón (un suo libro è pubblicato in Italia da Mondadori), Guðrún Eva Mínervudóttir (edita da Scritturapura), Hallgrímur Helgason (Guanda e Isbn), Jón Kalman Stefánsson (Iperborea).
Nell’ottobre del 2008, poi, com’è noto l’intero paese si è trasformato in uno dei primi indicatori planetari della crisi, ha dovuto affrontare la bancarotta dei tre più importanti istituti di credito e dunque un tracollo sfiancante; a quel punto, considerate le caratteristiche strutturali della società islandese, invece di prodursi una frattura tra rappresentanti e rappresentati, questi ultimi, del tutto privi di subalternità nei confronti di chi è stato investito di un ruolo politico, hanno ingaggiato una lotta dialettica sulla catastrofe economica ragionando in merito al debito contratto. La domanda che si sono posti, definita e sintetizzata anche attraverso il contributo critico di diversi intellettuali, è stata: se negli anni scorsi le banche, nella deriva gioiosa delle speculazioni, non facevano altro che privatizzare gli utili, perché adesso ci domandano di nazionalizzare il debito?
L’esito dei due referendum è stato indiscutibile e a questo si è aggiunta, come conseguenza naturale, la riscrittura dal basso della carta costituzionale e un ripensamento complessivo dei presupposti culturali dai quali prendeva le mosse l’evoluzione socioeconomica in atto fino alla fine del 2008.
Per farsi un’idea dell’attitudine sinergica della società islandese, della sua capacità di interpretare la crisi economica anche da un’angolazione culturale, è utile dare un’occhiata al sito dell’università di Reykjavík (www.hi.is, disponibile anche in inglese). Un link rimanda a un’intervista a Vilhjálmur Árnason, docente di filosofia e responsabile di uno studio, condiviso con un altro filosofo e con una storica, focalizzato sulla dimensione etica mobilitata (o del tutto negletta) in occasione del collasso economico di tre anni fa. A venire investigati sono stati i comportamenti di chi ha scelto di agire, nelle banche e nell’amministrazione politica, in un determinato modo. Il titolo dell’intervista, direttamente legato all’oggetto dello studio, è Are Icelanders An Immoral Nation?
In sostanza, tutt’altro che abbandonarsi a una percezione di sé autoassolutoria si decide di mettersi in gioco, di chiamarsi in causa provando a riflettere su che cosa è accaduto e accettando di riconsiderare nel profondo l’esperienza della propria identità. E a occuparsi di portare avanti una riflessione di questo genere è l’università; che non è, come si potrebbe temere partendo da ciò che da italiani abbiamo nel tempo introiettato, un luogo costretto a dimettersi dall’azione politica propriamente detta e indotto a vagare nel buio siderale della sopravvivenza pratica, ma un dispositivo funzionale all’interpretazione, anche la più abrasiva, del presente.
Del resto la dimensione partecipativa appartiene all’origine della vita politica islandese. A quando, nel 993, a Thingvellir, un luogo di fenditure e cascate a venti chilometri dalla capitale – una pianura scoscesa che esiste nella spaccatura generata dalla separazione tra la placca tettonica nordamericana e quella europea – si riunì per la prima volta l’Althingi, ovvero un protoparlamento, il primo in Europa; affinché gli oratori che recitavano i codici fossero udibili dall’intera assemblea si studiò un modo per fare delle rocce laviche altoparlanti naturali. Attraverso la complicità dello spazio il suono riverberava, la voce si propagava e il discorso veniva condiviso.
«Fatemi emigrare in Islanda, dove veramente non succede assolutamente niente, la storia di questo paese è esclusivamente letteraria, ha il più alto numero di scrittori e di compositori che vivono del loro lavoro artistico di tutto l’universo.»
Sulla seconda parte della sua affermazione Luigi Di Ruscio (in una delle ultime pagine del suo Cristi polverizzati) aveva e avrebbe ancora ragione; sulla prima parte forse no: perché in Islanda silenziosamente accadono tante cose. Nel momento in cui, inoltre, l’Unesco designa Reykjavík Città della Letteratura, non prendere atto di che cosa possa voler dire vita culturale in un paese come l’Islanda, non tenere conto di questa capacità di fare della cultura combustibile critico e nutrimento di un’esperienza di cittadinanza adulta, sarebbe a dir poco miope.
Senza esotismi, dunque, e senza concedere nulla alle contemplazioni feticistiche del totalmente altro, l’Islanda va usata: come cartina di tornasole, come grimaldello, come controprova della possibilità che una comunità attiva e pensante, critica e naturalmente militante, non è una circostanza utopica ma, al netto delle idealizzazioni, qualcosa che accade da qualche parte nel nord dell’oceano atlantico.
Non per una magia genetica ma per una disponibilità a prendersi cura della propria storia.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
2 Commenti a “Una cartina di tornasole in mezzo all’oceano”
  1. pes scrive:

    Certo, occorrerebbe anche da noi un movimento culturale che sappia muoversi in piccole dimensioni e sappia proporre discussioni che tanto mancano in questo paese davvero troppo stretto tra benpensanti e ribelli, anche a livello di immaginario. L’impressione, per l’Italia, è che non ci si sappia schiodare dalla nostra storia passata e si continui a rimestare il fondo della pentola, nella speranza di cavarci qualcosa, senza però creare qualcosa di nuovo.

  2. Stefano Doponotaro scrive:

    “Dobbiamo diventare irriconoscibili, dice. Sfruttare un’epidemia comune per assecondare il nostro desiderio di epidemia assoluta. Che non è solo nostro, è sociale.
    […]
    In questo momento l’Italia è percorsa dal contagio, prosegue, _vuole_ essere percorsa dal contagio. Prova piacere ma non può ammetterlo. Perché non si può provare piacere davanti alla violenza e alla crisi, non è decente.
    […]
    L’indignazione si è subito istituzionalizzata; si è istituzionalizzata la paura.
    […]
    Ed è per questo, _contro_ tutto questo, che dobbiamo diventare irriconoscibili. Perché ora è l’inizio e ci serve un altro volto”.
    (Giorgio Vasta, Il tempo materiale, pp. 80-81)

    Cosa dici, gentilissimo Giorgio: ti pare opportuna in qs contesto questa citazione del tuo romanzo (che, per chi non lo sapesse, si riferiva in qll righe ai giorni del sequesto Moro)? Che ne pensi?
    … “prova piacere ma non può ammetterlo”…


    Come riempiresti ‘sti puntini, sull’oggi?
    Saluti cordiali,
    Stefano Dop

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