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Una casa a Keramikos

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Questo racconto è apparso sul Fatto quotidiano.

La moto arrivò sferragliando da Thermopylon e al numero 12 di Granikou si fermò. Doveva essere lui, Vasilis Tsimiskis. Dietro al casco, occhietti minuscoli deformati da lenti spesse mi osservarono, io alzai la mano e lui rispose con un cenno. Poi sollevò la visiera, liberò la testa, si accese una sigaretta. Era un uomo sui cinquantacinque anni ingrigito dalla nicotina. Alto e dinoccolato, ciondolava in abiti più larghi di lui. Mi offrì la grande mano stancamente, tirò fuori un enorme mazzo di chiavi e traccheggiò prima di infilarne una nella toppa. Il sole ateniese di ottobre si spense nell’oscurità legnosa dell’androne e mentre la porta dell’ascensore si apriva lui ripeté due volte: “E allora vuoi vedere come si vende una casa in Grecia, eh?” poi soffiò una nuvola di fumo verso la luce al neon e, spingendo sul tasto del quarto piano, disse: “Oggi non si vende nessuna casa, però. Il tuo reportage durerà a lungo”.

L’appartamento era piccolo e bello, ma la cosa migliore era il terrazzo. Affacciava su uno dei palazzi neoclassici vuoti e in rovina tipici di Atene e del quartiere degli antichi vasai: il Keramikos. Il tetto del palazzo era così vicino che sembrava si potesse afferrare una delle antefisse decorative eretta in solitudine fra coppi e tegole sfasciati. L’interno di casa Tsimiskis era appena stato dismesso e c’erano mobili sparsi qua e là, una carta da parati antica e stantia e odore di chiuso. Vasilis si aggirava per la casa con il suo passo strascicato e prima di raggiungermi in terrazzo afferrò il tubo dell’acqua e lo infilò in un enorme vaso. Mi spiegò che la sorella era morta qualche mese prima e teneva molto alle piante, oltre a dipingere. Disse che era una donna dallo spiccato senso artistico e che aveva vissuto in Inghilterra. Per questo, suo fratello, i genitori e lui, ossia i quattro eredi, avevano voglia di vendere a un inglese. “Un tedesco no, un tedesco proprio no” ripeteva. Eppure era un tedesco quello che doveva arrivare fra poco e io gli domandai perché lo ricevesse e lui scosse il capo dicendo che non si poteva lasciar nulla di intentato anche perché tutti avevano debiti da saldare e soprattutto lui. Ma per levarsi dai piedi il tedesco sapeva come fare.

La scena fu divertente. Osservavo in silenzio. Col suo inglese maccheronico e una specie di disinteresse, Vasilis avrebbe scoraggiato chiunque. Il tedesco poi sembrava abituato a visitar case. Impugnava un blocco su cui erano elencate questioni di cui chiedeva conto. Vasilis gli rispondeva a mezza bocca, fumando incessantemente. A ogni domanda lanciava la mano in aria e se la passava tra i capelli brizzolati radi e unti. Alla fine della visita, il tedesco gli domandò se confermava il prezzo apparso sul giornale e Vasilis disse che certo, il prezzo era quello, e non era in nessun modo trattabile, dunque lo accompagnò all’ascensore e rientrò. “Pensi che vorrà comprare?” mi chiese. Gli dissi che ne dubitavo e lui scoppiò a ridere. “Maria amava l’Inghilterra. Prima o poi un inglese arriverà”.

Mi parlò dei suoi debiti, del lavoro da elettricista che aveva perduto e del suo sogno di andare a vivere a Ikaria, dove l’età media era la più alta di Europa e forse del mondo, dove erano tutti figli degli esiliati comunisti, gente che viveva bene, beveva e se la godeva, uno stile di vita che dava sui nervi ai padroni d’Europa. Mi spiegò che non aveva particolari passioni politiche, lui, ma ripeté che quanto si stava facendo alla Grecia era inammissibile. Non che ce l’avesse con i tedeschi per questo, anzi: anche noi italiani con la nostra indifferenza e il nostro opportunismo, non eravamo da meno. Semmai ce l’aveva con i tedeschi per i racconti che gli avevano fatto da bambino. Lui, infatti, era cresciuto a Distomo. Lo disse con l’unico moto d’orgoglio che gli avevo visto nella mattinata e dunque non replicai. Ci salutammo e mi assicurò che avrebbe telefonato.

A casa cercai subito di scoprire cosa fosse successo a Distomo. Non fu difficile. Si trattava di una delle stragi più atroci dell’occupazione nazista. Avevano massacrato tutti, casa per casa, uomini donne e bambini, perfetta rappresaglia dopo un attentato partigiano. Pensai a Vasilis e alla casa di sua sorella, alla pigrizia del disoccupato e alla sua strana determinazione, poi dopo qualche giorno dimenticai. Passarono tre mesi. Era febbraio quando mi ritelefonò. Aveva la voce lievemente più allegra di quanto ricordassi e il motivo era semplice: aveva trovato un inglese. La cosa era stata presa da tutti gli Tsimiskis come un segno definitivo. Al punto che avevano deciso di abbassare un po’ il prezzo. Il preliminare era già stato firmato e per questo ora Vasilis mi chiamava, perché se ancora mi serviva per il mio reportage, avrei potuto partecipare all’incontro conclusivo. Mi diede appuntamento all’una del mercoledì seguente a Keramikos, sotto la casa in vendita, dove sarebbe arrivato anche suo fratello, per andare insieme poche traverse più in là, nell’ufficio del notaio.

Il mercoledì era una di quelle giornate di febbraio in cui improvvisamente Atene è calda al punto che si sta in maglietta. Sono i cosiddetti “giorni di Alcione”, quelli in cui Zeus regala il buon tempo agli alcioni, uccelli marini in cui sono stati trasformati due amanti sfortunati. Ero sul balconcino a piedi nudi a bere il mio caffè quando Vasilis, concitato, mi chiamò. Disse che era riuscito a anticipare l’incontro e che dovevo correre: ci saremmo visti alle dieci. Gli domandai cosa fosse successo. “Mi hanno spiegato che riceveremo assegni circolari e io voglio incassarli prima che chiudano le banche”. Scoppiai a ridere: “Hai aspettato mesi per trovare un inglese e ora non puoi aspettare domani?” “No” disse lui serio. Non replicai e corsi a Keramikos.

Dal notaio, finsi di essere l’amico e confidente di Vasilis. L’inglese era un tipo bizzarro e sorrise tutto il tempo tentando qualche parola nel greco che cercava di imparare. Il fratello di Vasilis mi parve determinato e tranquillo. L’atto fu firmato in fretta. L’inglese aveva già letto la ventina di pagine in cui la burocrazia greca si perdeva in particolari irrilevanti e ora evitarono di rileggere ogni cosa a voce alta, come si fa da noi in Italia. Alla fine si strinsero le  mani e all’inglese tutti augurarono “kalo risiko”. Mentre abbandonavamo l’ufficio, Vasilis si avvicinò all’avvocato del compratore e gli domandò se potesse chiedergli aiuto “per una sciocchezza: il passaggio di proprietà di una moto”. L’avvocato disse di sì. Uscendo per strada gli chiesi lumi: voleva forse vendere anche la moto? Vasilis scoppiò a ridere: “Adesso la compro, una moto, finalmente la compro, una nuova moto, caro il mio italiano!”

Dovevamo risentirci ma non lo facemmo più. L’ho rivisto proprio oggi a Benaki, la via principale di Exarhia. Era seduto a Lesvos, una taverna amata dai residenti del quartiere. Per qualche secondo l’ho guardato da lontano. Era molto diverso dal tipo che avevo conosciuto. Capelli corti e puliti, abiti nuovi e della misura appropriata, la pelle più viva. Mangiava da solo, chino sul piatto. Mi sono chiesto se fermarmi o meno, ho esitato, avevo da fare, avrei dovuto correre via, ma poi la curiosità ha prevalso e mi sono avvicinato, allora lui mi è venuto incontro e mi ha stretto a sé. “Che bello vederti” ha detto “Siediti. Vuoi che ti offra qualcosa?” “No, Vasilis, grazie davvero”. “Almeno un vino, dai, almeno un bicchiere di vino”. Ha voluto brindare e brindare. Mi ha raccontato che le cose avevano preso a andare molto meglio. Niente lavoro, no, ma, saldati i debiti, aveva ritrovato un po’ di tranquillità e con l’arrivo dell’estate tutto sembrava diverso. “Giugno è stupendo” mi ha detto. “È il mio mese preferito”. Gli ho domandato delle novità politiche e ha alzato le mani. “Non seguo” ha sospirato. “E del resto la mia idea la conosci. Me ne andrò a Ikaria, prima o poi”. “Lo stai programmando seriamente?” gli ho domandato. “Eh! Seriamente, seriamente. Che significa seriamente? Andrò. Te l’ho detto. Per ora però mi godo Atene”.

Abbiamo brindato ancora alla nostra salute, poi l’ho salutato e di nuovo ha voluto abbracciarmi. “Fammi sapere quando vai a Ikaria” gli ho detto e lui ha sorriso e anche gli occhietti dietro le lenti spesse si sono illuminati. Camminando per Benaki, mi sono sentito bene, ho preso il telefono e ho spostato l’appuntamento. Me ne sono andato su fino alla collina di Strefi. Sono salito in cima, mi sono steso all’ombra del piccolo anfiteatro, ho annusato l’aria di pini e roccia che è l’aria di Atene quando arriva l’estate, e mentre milioni di cicale cantavano tutto attorno, senza accorgermene nemmeno, mi sono addormentato.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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