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Uomini e cinghiali: una conversazione tra Goffredo Fofi e Giordano Meacci

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Pubblichiamo una conversazione tra Goffredo Fofi e Giordano Meacci apparsa sul numero di maggio della rivista Lo Straniero. Oggi, venerdì 3 giugno, Giordano Meacci, candidato al Premio Strega con Il Cinghiale che uccise Liberty Valance, è ospite della Repubblica delle Idee in una conversazione con Nicola Lagioia sul tema L’amore in cinghialese. L’incontro è alle 23 allo Spazio D del museo Maxxi di Roma: ingresso libero fino a esaurimento posti. Si può prenotare un posto online qui. (Fonte immagine)

di Goffredo Fofi

Il romanzo di Giordano Meacci Il Cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) è, insieme a quello di Simona Vinci di cui si dice in altra parte della rivista, uno dei rari italiani belli e profondi di questa stagione. Sempre per minimum Meacci ha pubblicato da poco una raccolta di scritti “pedagogici” che parte da Pasolini professore, mentre uno dei bei film recenti, Non essere cattivo, porta il suo nome tra i principali collaboratori del compianto Claudio Caligari. Ma è il romanzo, credo, la sua opera più personale e più pensata, più ambiziosa. Un romanzo strano, che racconta un piccolo paese, Corsignano, a cavallo tra Umbria e Toscana, dalle parti del Trasimeno, uno “strapaese” di cui racconta gli abitanti e le loro personali follie, l’incontro e scontro tra i loro caratteri e i loro desideri, in questi anni, alcuni più bizzarri di altri ma tutti molto credibili, ma mettendoli a confronto con un branco di cinghiali braccati dai cacciatori, uno dei quali riesce a capire la lingua degli umani, e li compatisce nel mentre cerca di difendere, da eroe pellerossa di western alla Kociss, da ultimo apache, la sua tribù dal massacro perpetrato dagli umani…

È il mondo di un Cassola riletto da un Faulkner, mi sono detto. Ma partiamo da Corsignano, l’italico micrcosmo in cui ambienti la tua invenzione…

Corsignano è la mia vera ossessione. Tutto nasce nel 2000, quando ho cominciato a immaginare una storia in questo che è la summa dei paesi della mia infanzia. Io sono nato a Roma, a Monteverde Nuovo, ma mio padre viene da Valiano di Montepulciano, Toscana, e mia madre da Piegaro, Umbria. Mio padre è approdato a Roma negli anni cinquanta ma ha continuato ad avere degli amici nel Senese. Io sono nato nel 1971; e per i primi sei anni della mia vita ho passato metà dell’anno tra i luoghi che poi sono diventati Corsignano e la Roma di cui, tuttora, non posso fare a meno. Diviso in due. Corsignano, tra l’altro, è il nome antico di Pienza; e mi piaceva che in questo universo diffratto (non il nostro: un universo parallelo leggermente discosto da qui), potesse esistere un paese – anche se poi ho spostato lo stesso confine tra Toscana e Umbria – che aveva un nome perduto e non un nome inventato.

Hai bisogno di un territorio, di radicare le tue storie in un ambiente preciso, lo stesso bisogno che avevano gli scrittori di una volta, che hanno inventato luoghi diventati poi mitici, come meriterebbe di diventare anche Corsignano… La cosa curiosa è l’aspetto iper-italiano di questa provincia, un paese dell’umile Italia, l’Italia centrale dei contadini, degli artigiani, e dei principi e del rinascimento, una super Italia. Per questo mi è venuto di pensare a Cassola, a Bassani… anche se poi la tua scrittura è totalmente diversa… C’è insomma un bisogno di radici, anche se dopo uno vola, delira, va dove vuole ma poi sente il bisogno di tornare al borgo, alle radici…

Dopo aver vissuto le mille città di Roma mi interessava quel tipo di borgo. Il fatto di ambientare la mia storia tra il 1999 e il 2000 ha un significato, anche se all’inizio anche a me sembrava casuale, legato più ad altri esperimenti letterari privati… Però: interrogandomi, mi sono accorto che è accaduto per la scelta della data quello che è successo per il luogo… Quel tipo di luogo non ci sarà mai più se non nelle reinvenzioni che mi posso regalare; così com’è stata spazzata via l’idea che possa esserci un futuro che è un èsito lineare di quel passato trascorso… Quel tipo di mondo si portava con sé una serie di personaggi che per me bambino erano assai più intriganti dell’interesse che nutrivo, e continuo a nutrire, per il soprannaturale, per i fantasmi… Quei personaggi avevano ognuno una storia e una caratura che mi piaceva sondare e raccontare…

La mia ossessione per i corsivi e per il cambio di suono del dialogato è perché parto dal presupposto che nessuno di noi ha un tono solo, neanche nel corso di una stessa giornata. Rendere questi suoni sulla carta era una sfida; senza fare nessuno sperimentalismo, dovevo tenere a bada il dèmone della pagina nera, non quello della pagina bianca… L’universo circoscritto di Corsignano serviva perché mi dava un lìmite; e perché, come ti ho detto, non fa esattamente parte di questo nostro mondo intorno. Però. Considera che sono “entrato” a Corsignano nell’estate del 2000 e fino al Cinghiale non ne sono uscito mai, pure se ho prodotto un migliaio di pagine…

Sai come nasce il Cinghiale? Nasce perché Giorgio Vasta mi chiese di scrivere per :duepunti un racconto su un animale; ho cominciato a scrivere e a un certo punto il Cinghiale è entrato a Corsignano; e mi sono detto… non finirà mai, non uscirò mai da Corsignano… E ho continuato a scrivere questo racconto anche dopo che la collana di Giorgio non c’era più… Un giorno mi ha chiamato Nicola Lagioia per chiedermi cosa stessi facendo, e io: “Sto finendo il racconto per Giorgio Vasta”. E lui “Ma quale racconto? La collana è finita! Quante pagine hai scritto?” “185 delle mie” (che, per manie private sono di solito il doppio delle cartelle normali). E lì ho capito che era stato un trucco dell’inconscio: perché io avevo portato Corsignano nel racconto credendo di scrivere un racconto; e invece il Cinghiale s’è portato Corsignano con sé…

Il borgo di Faulkner e l’orso di Faulkner, i due poli della sua letteratura, la comunità come un insieme di persone ognuna con le sue caratteristiche e la natura intorno, ancora minacciosa…

La forza centrifuga è servita a progettare Corsignano; la forza centripeta serve a tenere a bada i personaggi per non farli precipitare in una voragine… In realtà c’è anche molto Amarcord di Fellini in questo romanzo, ma il paradosso è che è l’amarcord di un bambino che racconta il presente che vede. Quando mi sono messo a scrivere il cinghialese è venuto da sé; era all’inizio un gioco vero: ma anche un puntello esterno che mi faceva capire gl’impacci di chi non ha abbastanza materiale linguistico per spiegare le cose che capisce ai suoi fratelli. Il problema del Cinghiale è quello di dover spiegare il linguaggio umano a chi non ha strumenti per capire… Cerca di insegnare una forma di guerriglia solo per preparare al meglio la vita della comunità. Ha una consapevolezza totalmente animale, quasi inconscia: il paradosso, davvero, di una consapevolezza preterintenzionale. La fatica è trovare le parole per raccontare tutto questo a sé stesso… Che poi… Per la prima volta, dopo tanti anni di racconti (a cui tengo, per vari motivi) mi sono trovato per la prima volta a voler bene a un personaggio in modo fisico, ho un trasporto affettivo per un personaggio, lo considero una parte di me. È una forma di narcisismo? In realtà spero di no, perché io lo vedo come fosse esterno.

L’animale rappresenta anche una minaccia, pensa a Gli uccelli di Hitchcock…

Sì, una minaccia. Ma anche una qualche speranza… Una speranza interrogativa… Nella guerriglia tentata da Apperbohr c’è forse anche un’assonanza metaforica sottotraccia con quello che sta succedendo all’umanità… il paradossale rapporto per cui l’1% della popolazione detiene maggior ricchezza del restante 99%… Com’è possibile che miliardi di persone non si mettano d’accordo e dicano che questa forbice è (a dir poco) esageratamente allargata? E poi mi viene anche in mente una considerazione di Vonnegut sugli esseri umani: “solo perché alcuni di noi sanno leggere e scrivere e far di conto, questo non vuol dire che meritiamo di conquistare l’Universo”.

L’ambiente di Corsignano rimanda anche a una tradizione di racconti boccacceschi, e da commedia all’italiana…

Il problema è che la percezione che un paese ha di certi fatti viene ammortizzata, finisce nel dimenticatoio. Penso per esempio alla morte per impiccagione di Davide… mentre altre cose vengono ingigantite, come una qualche storiella d’amore che si perderebbe nei rivoli della città e che diventa invece in un paese materiale narrativo deformato per un secolo…

Succede nel tuo romanzo come nella letteratura di fantascienza americana, quando nella piccola comunità arrivano gli alieni.

Un riferimento assoluto per me è Stephen King, che si è inventato il Maine raccontando gli archetipi del fantastico, dèmoni e presenze oscure: ma collocandoli all’interno di piccole comunità strutturate. Il quotidiano impazzisce per qualcosa che in realtà è sempre stato là, nascosto e presente. Il mio tentativo era mettere storie grottesche e anche “monicelliane”, se vuoi, nel quotidiano. Anche questo è l’eterno, le strutture economiche che ti inchiodano in un ambiente… E allora resta solo il mito, le crociate, i grandi viaggi mai fatti…

La frattura è avvenuta, credo, con la mia generazione (per quello che vuol dire un termine così perentorio). Perché negli anni settanta è avvenuto il passaggio da un mondo analogico a un mondo che non ha ancora capito il digitale… I luoghi dell’infanzia in cui mi rifugiavo rispetto alla Roma dell’infanzia di piombo erano in ritardo… quando si sono uniti si sono frantumati in una cosa che non esisteva, diluendosi nella parvenza di qualcosa d’altro di cui non riusciamo a dare una corretta definizione. Per questo il Cinghiale io lo vivevo come un totem che mi avrebbe protetto, mentre non sono stato in grado di proteggerlo io e lui è diventato ancora più perturbante.

Nella lingua che usi hai il dialetto cioè le radici, la televisione e l’italiano di Scalfari e hai l’animale e la sua alterità.

Vivendo io le cose per grammatiche pensavo che scrivere una nuova grammatica fosse una speranza di contatto tra i due universi; ma alla fine il cinghialese è solo una delle tante parti del romanzo. Il fatto è che il mio Cinghiale non sopravvive a sé stesso. Il paradosso è che non muore mai, per la struttura del romanzo, proprio morendo in quanto cinghiale già dall’inizio…

Delle molte forme in cui si esprime oggi la cultura di massa, mi è piaciuto che non ci fosse il calcio che ormai finisce dappertutto, e che siano invece i tarocchi, il cinema, le canzonette…

Anche se io sono un grande tifoso! Il calcio in realtà compare nel derby strapaesano… in parte ricondotto anche al gioco della palla; a un gioco di piazza… Secondo me tutto dipende da come lo racconti. Libri in cui il calcio diventa un pretesto letterario ce ne sono. Per esempio il libro di Francesca Serafini è un bellissimo romanzo di formazione. Le canzonette… le canzonette sono una memoria collettiva che va dalla semplicità alla poesia per musica, argomenti che mi piacciono molto. Quanto ai tarocchi… l’idea di un linguaggio dei segni mi ha sempre affascinato. Io che non sono credente mi diverto molto con le combinazioni dei tarocchi anche nelle forme della cabala un po’ cialtronesca di Giordano Bruno. Un autore che ho sempre amato per quel suo tentativo di inarcare la frase fino allo sfinimento.

Questa cosa dei tarocchi c’è perché mi è sempre piaciuta l’idea che attraverso le figure si possano raccontare storie; storie che cambiano a partire da uno schema fisso. Io mescolo i tarocchi con le nuove icone che vengono dal cinema. Molto spesso ragiono cinematograficamente, è un’altra ossessione. Da bambino per addormentarmi – meglio: per combattere la paura del buio – mi ripetevo a memoria le battute dei film che amavo; e quei film mi proteggevano, come se le battute inventate in altri universi mi servissero nella vita reale, una forma di sciamanesimo…

Una cosa che mi ha incuriosito è, pensando a Levi, la compresenza dei tempi che secondo lui caratterizzava l’Italia, e quella dei morti e dei viventi secondo Capitini…

Quando ho letto Cent’anni di solitudine, per me non era strana la compresenza dei morti e dei vivi. Dalle mie parti c’è sempre stata l’idea che i morti sono eternamente presenti: e i sogni in cui i morti sono protagonisti sono alla stessa stregua dei fatti narrati. Dire che ho visto mio nonno l’altro ieri perché l’ho sognato è come dire che “il nonno quand’ero bambino mi ha accompagnato a vedere il ghiaccio”. Questa compresenza di morti e vivi fa parte di me da sempre… C’è un momento in cui il cinghiale vuole raccontare la musica ai suoi antenati; non sa come fare eppure ci prova. Volevo che il capitolo deviasse dalla musica verso il fatto che si rende conto che ci sono stati miliardi di cinghiali prima di lui che non avevano consapevolezza del tempo. Parlare con i morti è una cosa che accade continuamente, in letteratura…

Il tuo cinghiale diventa una specie di profeta contadino…

Il mio modo per arrivarci è stato quello di raccontare una finta tragedia greca; cercando di scandirla con i ritmi dell’epica, per far capire quanto fosse grottesca la situazione ma anche quanto solo Apperbohr se ne rendesse conto.

La tragedia del cinghiale come profeta, è quella di essere troppo umano per gli animali, e troppo animale per gli umani, una cerniera che finisce come capro espiatorio degli uni e degli altri…

Lui capisce gli umani ma non può parlarci… dall’inizio mi sono detto “se Apperbohr parla non può mettersi sulla scia di Au hasard Balthazar, si ritrova in quella di Francis il mulo parlante. Il fatto che lui potesse capire ma non potesse comunicare – perché qualsiasi essere umano sente solo dei grugniti – è stata la chiave per cui alla fine penso a Apperbohr come a un impresentabile: un disadattato in entrambi gli ambienti. E la condanna è che se non avesse avuto l’illuminazione probabilmente sarebbe stato meno consapevole ma più felice; benché poi senza la cognizione di cosa è “felicità” e cosa “infelicità”.

Non so spiegarti perché vedendo proprio L’uomo che uccise Liberty Valance capisca delle cose… Posso ripeterti un racconto fatto varie volte parlando del romanzo. Io ho capito che esisteva qualcosa che ancora non chiamavo così ma che poi ho capito essere l’arte-per-me quando, bambino, grazie a Lunedì-Film su Raiuno, vidi un film con Katharine Hepburn, Improvvisamente l’estate scorsa. Forse nel romanzo è finito proprio quel turbamento lì.

Io non amo il corsivo, di cui tu fai invece un grande uso, e però ha un senso, vuol dire accanirsi su una parola…

Ho tentato di differenziare le parole e dare tre o quattro valori diversi al corsivo, insieme a quello normale. Io amo molto Hemingway, ma quando mi metto a scrivere mi sembra sempre che il modo migliore per raccontare sia un altro. Volevo mettere la lingua al servizio della storia perché era l’unico modo per ritrovare la polifonia che avevo in testa; le arcate sintattiche si trovano anche nei vicoli ciechi… i progetti linguistici volevo rimanessero compatti anche se si spezzavano; e quindi dovevo creare discorsi indiretti liberi capaci di filtrare nel parlato spezzettandosi. Nel massimo di presenza ingombrante di Corsignano che parla vedevo il massimo di fuga da me. è come se la lingua fosse le mura di Corsignano. Avevo paura di epigonizzarmi da me; e volevo inventare una lingua che mi desse serenità. Il lettore sa che c’è questa lingua da sùbito, ma io volevo che questa lingua fosse accogliente.

Un’ultima domanda, le date: 1999 e 2000, un continuo avanti e indietro. In un film questo altalenare è comprensibile perché vedibile, nel romanzo è spesso faticoso.

A me serviva per rendere la storia di Apperbohr non lineare. Al lettore volevo dare una serie di informazioni narrative però diffratte, appunto; mi serviva che il tempo che vive Apperbohr fosse scomposto e fatto a pezzi, quasi fosse la metafora esatta di quello che gli capiterà. E per non fare una narrazione lineare dovevo per forza andare avanti e indietro in questo modo qui.

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