Periodo-nero

Una geografia allo sfascio. Cosa resta del teatro contemporaneo

Pubblichiamo un articolo di Graziano Graziani, uscito sull’ultimo numero dei «Quaderni del Teatro di Roma», sui problemi che sta vivendo il teatro.

di Graziano Graziani

Benedetta la città che fonda un teatro, recita il sottotitolo di questa rivista riprendendo una frase del drammaturgo inglese Edward Bond. E quella che lo chiude? La domanda se l’è posta Azzurra d’Agostino, poetessa che da anni compie volentieri incursioni nel mondo del teatro e vi lavora come operatrice, all’indomani della chiusura del Teatro San Martino di Bologna, uno dei pochi spazi del capoluogo emiliano dedicati alla scena contemporanea con entusiasmo e raziocinio, seguendo il filo di un progetto preciso. Persino in una delle ragioni storicamente più attente alle sorti della scena, dunque, si arranca sotto il segno di una crisi che una volta di più si delinea come culturale, prima ancora che economica. I luoghi non sono neutri, soprattutto quando si parla di arte. Essi vivono quando li abita una comunità, e prosperano quando questa comunità produce qualcosa di sensato. Non qualcosa di tangibile, mercificabile come un oggetto; e neppure semplicemente quando aggrega un gran numero di persone pronto subito dopo a disperdersi, secondo la logica dei grandi eventi tanto cara alle nostre amministrazioni. Quel “senso” a cui si fa riferimento è il modo di vivere e far vivere quei luoghi, l’atto di “abitarli” e trasformare attraverso questa pura azione la faccia della città.

Perché un luogo vivo dà sostanza ad una città, ne delinea l’identità. Il Teatro San Martino è stato diretto da un artista del calibro di Roberto Latini e dalla sua compagnia Fortebraccio Teatro, che lo ha abitato con la potenza del suo gesto artistico e della sua visione del teatro. Per i bolognesi che seguono la scena contemporanea, l’assenza di questo progetto cambierà radicalmente il volto della loro città.

Ma Bologna è solo uno dei nodi di una geografia teatrale che si sta sfaldando in questi ultimi anni. È ormai certo che il festival di Castrovillari, che in un decennio ha trasformato una delle periferie d’Italia in un’importante centralità artistica, quest’anno non si farà, almeno nella sua collocazione abituale. Il bando per l’assegnazione dei fondi deve essere varato, e nel caso andasse bene Primavera dei teatri – questo il nome della manifestazione – si dovrebbe svolgere in autunno o in inverno. Tutto ciò in parte avviene per il terremoto che la crisi ha rappresentato per i bilanci pubblici, ma anche per la tradizionale e manifesta incapacità delle amministrazioni di dare solidità persino ai progetti più strutturati: il festival di Castrovillari ha un curriculum lungo, validissimo, fa capo ad un artista come Saverio La Ruina. Risalendo la penisola, tuttavia, la situazione non cambia. Nella Torino delle sei belle sale amministrate dal Teatro Stabile guidato da Mario Martone, un taglio considerevole nei bilanci ha compromesso uno dei progetti più interessanti degli ultimi anni. È ormai notizia certa che Prospettiva, il festival d’autunno lungo un mese diretto da Fabrizio Arcuri e dallo stesso Martone non si farà. Vincitore di un Premio Ubu, in tre sole edizioni la manifestazione aveva portato un gran numero di opere del contemporaneo nel capoluogo piemontese.

Ci sono un po’ ovunque segnali di cedimento della geografia che ha permesso di esistere e svilupparsi al teatro delle ultime generazioni – storicamente più povero di quello delle generazioni precedenti, sviluppatosi in un momento storico più attento all’arte teatrale. Basta guardare alle minori disponibilità economiche di festival storici come Santarcangelo (direttrice Silvia Bottiroli) e Castiglioncello (direttore Andrea Nanni), che si traduce in un’inevitabile difficoltà di progettazione e gestione dell’ordinario, pesante ipoteca per quelle manifestazioni che da anni sono per l’Italia teatrale i luoghi di maggior respiro visionario, di sguardo al futuro della scena. E anche da Milano arrivano segnali inquietanti, con il CRT che azzoppa la stagione in corso, chiudendola ad aprile senza completarla, cosa che lancia ombre pesantissime sul futuro del centro diretto da Silvio Castiglioni.

Quando in Italia si decide di tagliare, a farne puntualmente le spese sono i settori più fragili, sperimentali, meno visibili. Ma, subito dopo, a pagare è lo sguardo verso l’esterno, verso il mondo, perché quando si addensano le nubi l’attitudine italica è quella di chiudersi nel particulare, aspettando che passi la tempesta e non ci colga. Così anche un festival ricco come Villa Adriana, progetto dell’Auditorium di Roma, che ha portato i grandi nomi della scena internazionale in una cornice suggestiva, quest’anno non si farà. Ma la Capitale, a ben guardare, di problemi ne ha diversi. Perché una città che conta 400 sale teatrali (se si contano anche club e associazioni) e, fino a qualche anno fa, ben cinque stabilità tra pubblica, d’innovazione e privata di interesse pubblico, un vero circuito del contemporaneo non è mai esistito. O meglio, è esistito nel sommerso. Come negli anni Settanta un movimento vivissimo e sotterraneo ha abitato le cosidette “cantine romane”, trasformando la Capitale in un polo centrale per il nuovo teatro, così negli anni Zero del Duemila un movimento altrettanto vivo e sotterraneo si è riversato nei centri sociali, che cambiavano pelle e si aprivano a esperienze che non erano politiche in senso letterale, ma lo erano in senso sostanziale. Ma anche quel circuito ha subito una sostanziale battuta d’arresto. Il Rialto Santambrogio, centro culturale nell’ex-ghetto ebraico, è stato chiuso nel 2009; l’Angelo Mai ha subito un lungo stop per essere trasferito da Monti a Caracalla, e di recente ha ricevuto un’ingiunzione di cessazione delle attività da parte delle autorità comunali; destino che ha interessato anche il Kollatino Underground, che opera in periferia. È vero che l’offerta teatrale nella Capitale continua ad essere cospicua, ma siamo così certi che la quantità e la qualità coincidano? Nell’humus di quel circuito ora in crisi sono nate o hanno pescato esperienze come Ubu Settete, Short Theatre, Teatri di Vetro (festival di cui si ignora il destino nei prossimi anni), e sempre in quel movimento artistico si era mosso l’ETI negli ultimi anni del suo mandato, per sostenere e sviluppare le nuove creatività. Se oggi il Teatro Valle è occupato, bisogna ricordarselo, è anche perché l’Ente Teatrale è stato dismesso, lasciando un vuoto di competenze: chi supporta le nuove generazioni in modo autorevole? chi dialoga da pari a pari coi circuiti internazionali, nel campo del contemporaneo, rappresentando l’Italia?

È difficile che a questa domanda rispondano i circuiti ufficiali, tutti più o meno in crisi di approvvigionamento di risorse. Non possono riuscirci gli stabili privati d’interesse pubblico, che seguono logiche più commerciali, e solo in qualche caso (ad esempio il Piccolo Eliseo) riescono a dedicare ritagli di programmazione al contemporaneo. Non ci sono riusciti, salvo rare eccezioni, gli stabili d’innovazione, che spesso si sono trasformati in residenze più o meno aperte di compagnie, trasformandosi paradossalmente in un “fenomeno generazionale”. Non possono riuscirci appieno nemmeno gli Stabili pubblici, che per come sono strutturati si rivolgono a produzioni di diversa gittata (le cosidette “produzioni da stabile”) e possono certamente intervenire su singoli progetti, ma non sono in grado di strutturare la loro stagione orientandola al contemporaneo, che non è la loro missione esclusiva.

Per un certo periodo si è pensato che questo onere potesse spettare ai festival, nel compimento di un percorso di mutazione genetica che ha trasformato negli anni queste manifestazioni da vetrine per gli spettacoli futuri a ultimo approdo, piazza sostitutiva della creatività contemporanea che ha scarsa permeabilità nel circuito ufficiale. Ma nella stagione delle vacche magre sono proprio le “strutture leggere”, non istituzionali, a saltare per prime. Un po’ perché si permane nell’equivoco del festival come “sagra”, manifestazione ludica di cui si può fare a meno in tempo di austerity. Ma un po’ anche perché, coerentemente con quanto accade in Italia in ogni settore e non solo nel teatro, le nuove creatività come le nuove generazioni sono destinate senza appello alla precarietà più estrema.

Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.
Commenti
3 Commenti a “Una geografia allo sfascio. Cosa resta del teatro contemporaneo”
  1. L M scrive:

    La colpa principale è dei prezzi bassi praticati dai principali teatri (per non dire dei biglietti omaggio). Mi spiego: se si paga sostanzialmente lo stesso biglietto per vedere un monologo in un garage o un kolossal al teatro Argentina, il pubblico, che è in costante aumento, tenderà ad andare al teatro Argentina (lo stesso, se un tascabile costasse quanto un Meridiano, i lettori cosa comprerebbero?). Se invece si alzasse il costo del biglietto, che in proporzione dovrebbe costare 100 teatro On contro 20 teatro Off, sono convinto che tanto pubblico si riferirebbe quasi esclusivamente alle esperienze Off. Il problema è che i soldi ci sono, ma sono spalmati male, a favore dei teatri più vicini alle pubbliche amministrazioni, notoriamente gestiti con logiche clientelari.

    Ps: il rapporto con il pubblico più avanzato va rinnovato anche sulla base di un nuovo patto economico: i soldi sono importanti; il progetto del Teatro Valle è destinato a fallire anche perché su 100.000 presenze durante la stagione sono riusciti a raccogliere poco più di 100.000 euro, vale a dire 1 ridicolo euro a presenza; se il Valle ha un potenziale di 100.000 spettatori a stagione, vuol dire che potrebbe incassare al botteghino quei 2 milioni di euro che costituivano più o meno il suo bilancio prima della chiusura dell’ETI. O no? Vivere coi sodi del botteghino sarebbe la vera rivoluzione.

  2. Timi a Milano costa 30 euro. Chi ci va? Io no di certo. I soldi ci sono? Sono pochi e mal distribuiti. Le solite cricche si prendono tutto. Ma parliamo anche del pubblico peggiore d’Europa. Le attricette televisive, i comici e gli scarti del cinema scendono a teatro e riempiono le sale, l’off resta vuoto. Anche perchè la gente crede che l’off sia Ricci-Forte, Babilonia o la Societas (a zappare!).

  3. mauro pescio scrive:

    Caro Graziano,
    hai ragione su tutti i fronti, e la soluzione a questa situazione non so quale possa essere, aumentare il prezzo dei biglietti, diminuirlo, occupare spazi, aprirne di nuovi, chiuderne altri, davvero non lo so. so che la situazione è molto difficile e molto complicata e per quanto mi riguarda non mi vergogno a dire che quest’anno sono stato travolto da questa mancanza di lavoro.
    però mi sforzo di ragionare da artista, senza presunzione, lo faccio perchè mi viene meglio che parlare di soluzioni che non conosco. io trovo che oggi, e mi ci metto in mezzo, non parlo dal pulpito, la qualità della produzione teatrale sia molto inferiore anche solo a pochi anni fa’. lasciando perdere i miei gusti, ma quando io mi sono affacciato al teatro giravano gli spettacoli migliori di De berardinis, di Santagata di Morganti di Gaber di dario fo, di lev dodin, Nekrosius, dell’elfo, di Barberio Corsetti, di vacis, poi della societas, poi di Latella… teatri ’90 ha sfornato i motus, cirillo… non metto giudizi in quello che scrivo perchè non è che tutti i citati sono i miei idoli, però è tutta gente che ha portato qualcosa, che ha saputo portare il pubblico a teatro, a vedere anche cose molto impegnative.
    oggi non è così. quelli o sono morti o sono diventati ripetitivi, e non ne sono sbocciati altri di talenti con quella forza, con quella personalità.
    oggi da una parte non vogliamo farci scappare la possibilità di lavorare e diciamo si a qualsiasi proposta che ci capita, dall’altra non siamo mai totalmente appagati in quello che facciamo. e questo è un problema enorme. abbiamo dimenticato l’importanza della scelta, di poter dire no. e questo è un problema. l’altro problema io penso sia il fatto che se una sala chiude è perchè quello che si fa dentro non funziona. se non funziona è forse perchè non ha più l’attinenza con quello che sta fuori da una sala teatrale. la proposta spesso è museale o autoreferenziale, anche nei festival d’innovazione è così. la drammaturgia spesso è autoreferenziale, spesso punta il dito contro qualcuno invece di lasciare allo spettatore lo spazio per porsi delle domande. so benissimo che il problema istituzionale è enorme e schiaccia qualsiasi iniziativa, ma l’artista deve imporsi di essere libero, e deve imporsi, visto che si tratta di un’arte dove la presenza del fruitore è essenziale, altrimenti non si manifesta, di parlare di qualcosa a qualcuno.

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