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Una lezione civile: La bocca del Lupo

Questo film di Pietro Marcello, premiato al Torino Film Festival e al Festival di Berlino, vincitore del David e del Nastro d’Argento come miglior documentario, è stato riproposto durante le giornate di Santarcangelo dei Teatri e noi abbiamo deciso di riportare qui sotto un’appassionata recensione dell’Osservatorio Critico, pubblicata nei giorni del Festival sulla rivista NerosuBianco.

di Federica Lucchesini

La bocca del lupo è un film scritto al montaggio come fosse un poema, è lavorato accanitamente e dettagliatamente come un oggetto lirico che deve diventare leggero e pulito eppure profondo. Questa qualità è soprattutto nel suo farsi lieve a forza di volontà di stile, intrecciando i materiali eterogenei di cui si compone secondo corrispondenze rigorose, tutte motivate da una necessità interna in parte ragionevole

e in parte solo sensibile. Il risultato è un’opera che si gode perfettamente nella sua durata e che pure lascia un incantamento speculativo.

Vi è qualcosa di evidentemente novecentesco (si intendano bene tutti gli echi dei testi recitati dalla voce fuori campo nelle tre partizioni) che lo pervade, nella poetica e nei temi: ci sono il mare, quello concreto e quello allegorico dell’individuo e del collettivo, della storia breve e del Tempo; ci sono i destini individuali e le verità generali; la meditazione sugli ultimi, sul senso dell’abitare e del parlare; ci sono le navi e le fabbriche ma soprattutto la Città e il Cinema, ancorati nella loro propria storia del secolo passato e nella loro attualità difficilmente dicibile. Tutta questa ricchezza è concentrata nella misura formale, si riceve con naturalezza sotterranea, come il dono della musica intrasentita ed è ciò che permette di rivedere più volte con identico piacere il film e che, probabilmente, l’ha fatto premiare ovunque sia stato mostrato.

Sopra però, concretamente, viene incontro allo spettatore la storia piccola e genovese dei due personaggi, con una vividezza e una materialità straordinarie, polverizzando le questioni oziose sul documentario e l’arte, sulla finzione e la rappresentazione. Negli ultimi anni abbiamo fatto del corpo in arte un feticcio strappato da tutte le mani ed ecco invece che senza proclami la fisicità esiste in questa opera. Il regista ha incontrato una storia, ed è stato all’altezza dell’incontro, ha scelto e mantenuto una postura etica e artistica sopportando il tempo, la quantità e la qualità di lavoro che ci voleva, dando una lezione di cui c’è oggi bisogno come l’aria. Enzo e Mary, conosciuti per le vie della città, diventano protagonisti e offrono al cinema la loro carnalità perfetta e le loro storie preziosissime. Accanto, non meno personaggio, c’è la città concreta di pietre, di forme, di vestigia, materiali e brandelli. E ancora alla storia urbana si sovrappone perfettamente quella del mezzo artistico, il più affine alla metropoli moderna: il cinema, concreto di pellicole, chimica, tecniche, generi, archivi pubblici e privati. Ecco che da questa orchestrazione di temi ne La bocca del lupo vediamo di cosa sono fatti davvero il nostro abitare e la nostra storia, impastati ugualmente di materiali e immagini, di polveri industriali e fantasmi o fantasmagorie, di sogni, di testimonianze, di trame e di casualità. Almeno fino a questa soglia.

Nel volto di Enzo, il protagonista donato-si e voluto dal regista, si legge tutto ciò. È un volto-cinema, un emblema cangiante di mille luoghi filmici dagli sceneggiati italiani ai noir francesi, dal neorealismo alla nouvelle vague e chiunque lo sa. È il volto di Enzo ed è pure dipinto da Pietro Marcello, si anima nei contrappunti, nei passaggi del montaggio e delle riprese di un suo destino e di una sua personalità che non sono quelle reali, diventa favola oltre se stesso ma senza tradimento. È il senso della trasfigurazione artistica, è l’essere portati dalla telecamera e dal gesto del regista

in un’altra dimensione, dove anche la storia e le parole di Enzo e Mary hanno altri significati, senza espropriazione ma acquisiti a una verità attiva e artistica.

La bocca del lupo ci offre infatti un’ulteriore piccola lezione civile sulla differenza tra saccheggio e lavoro. Chiamiamola in slang, se vogliamo, crisi dell’esperienza o normalizzato bisogno di andare a scovare per istinto là sul margine, sul crinale, quello che viene occultato e rubato: l’autentico, l’imprevisto, il grande.

Ne siamo pieni in cinema e letteratura: è il tremendismo, il reportage, il mendicare dei troppo sazi e narcotizzati presso gli ultimi.

«Lì i loro corpi / sulla soglia delle nostre avventure» dice la voce nel film: questa opera ci restituisce tutto il rispetto, ora come allora, il bene comune che c’era nella storia dei Mille, degli esploratori, degli emigranti, dei fuggitivi, dei naufraghi, di tutti. E per miracolo riesce, così avventurosa e laica, ad essere anche profondamente cristiana. Nelle parole di Enzo e Mary, quando narrano in due alla fine, ci giunge la poesia struggente della luce d’amore, quella che si riverbera da una stagione mitica di grazia, che si porta negli anni e nelle scelte, nelle svolte buie, nelle favole ripetute, unica e non unica. Ed è raccolta in quelle stanze, da quelle labbra come un dono d’umanità, di solidarietà, di uguaglianza.

Commenti
Un commento a “Una lezione civile: La bocca del Lupo”
  1. Nicola Villa scrive:

    questa è la miglior recensione sul film di Marcello che si può leggere in giro. grange lukkesini!

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