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Una milonga per Eduardo Galeano

eduardo-galeano_184vtr3umgiab15i9a26lov3ibIn ricordo di Eduardo Galeano

di Fabio Stassi

Montevideo è un balcone triste, un pianoforte di ciliegio nero, una città di doppi fondi segreti e di segrete lacerazioni. Così l’ho sempre immaginata attraverso i racconti di mia nonna, e quelli di Felisberto Hernandez o di Mario Benedetti. Così la immagino ora, alla notizia della morte di Eduardo Galeano, mentre mi risale alla coscienza il verso di una canzone di Vinicius de Moraes: “Lascia la lampada accesa, se un giorno la tristezza vorrà entrare”.

Stasera Montevideo è la lampada accesa della stanza 503 del sanatorio 2 del Casmu, il Centro de Asistencia del Sindicato Médico del Uruguay, dove Eduardo Galeano era ricoverato da una settimana, nel barrio della Blanqueada in Avenida 8 de octobru. L’ospedale non è distante dall’Avenida General Garibaldi e dal Gran Parque Central, lo stadio della squadra di cui Galeano era tifoso sin da ragazzo, il Club Nacional de Footbal.

Era nato in quella città nel 1940 e aveva avuto una geografia del sangue mista e desterrada: gallese, tedesca, spagnola e italiana. Ma per scrivere aveva scelto il nome della madre. Il cancro lo aveva colpito ai polmoni. Un primo intervento nel febbraio del 2007, e dopo il consueto e feroce tariffario della malattia: gli esami, le terapie, le altre operazioni.

Diceva di avere appreso l’arte di narrare nei vecchi caffè di Montevideo, e che la sua università erano stati quei posti allagati da una luce così forte da ingiallire i sorrisi alle donne e da ombre tanto estese e nette da tracciare la mappa e i contorni della nostra locura. Per uno come lui, la memoria era una bettola straripante di voci, di amici e di musica. Una lanterna degli affogati, dove ogni ricordo è il soffio di una diceria. La sua adolescenza e giovinezza di operaio e portalettere, cassiere di banca e pittore di insegne, dattilografo e imbianchino. Un fumetto politico venduto a 14 anni all’organo del Partito Socialista uruguayano. E poi le prime avventure di cronista, i giornali fondati e diretti, le collaborazioni. L’idea di tentare una grande angiografia letteraria di un continente e di chiamarla Le vene aperte dell’America Latina. E subito dopo la censura, il carcere, le fughe. Da una dittatura all’altra. La condanna degli ” escuadrón de la muerte” di Videla e il riparo in Spagna. E il tiro di dadi di un’altra impresa, ancora più spericolata e gigantesca: racchiudere in tre libri La memoria del fuoco e comporre così gli annali del Nuovo Mondo, dalla creazione e la scoperta fino al secolo del vento e al suo definitivo ritorno a Montevideo nel 1985. Senza nessuna pretesa di neutralità. Perché la storia non è neutrale, e Galeano lo ha sempre saputo e sempre ha preso partito, e raccontato ogni cosa a modo suo, dal massacro di Tlatelolco del 1521 a quello degli studenti di Città del Messico nel 1968, consumatosi nello stesso posto. Sacrilegi, profezie, colonie e rivoluzioni, guerre di corsa e colpi di tacco, perdite e riconquiste. La spoliazione e lo scialo. Il fiato e la dignità.

Da allora, ogni libro fu per lui la fine di un esilio. Si consacrò alla brevità come Borges, lo scrittore dell’altro lato del mar del Plata, ma dilatandola a dismisura fino a gareggiare in estensione e fiato con il romanzo, la storiografia, la saggistica e le opere degli antichi. La sua scrittura, senza mai smettere di essere denuncia e affrancamento, divenne almanacco, diario, cronaca, scatto fotografico e aneddoto, paradosso e capriola, libro degli abbracci e labbra del tempo, specchio, splendori e miserie di un gioco e di un’intera epoca e inesausto esercizio di speranza e di lucidità.

Aveva lo sguardo oceanico puntato sempre contro l’orizzonte dell’utopia.

Per tutto questo, stasera, terrò una lampada accesa sul tavolo, a migliaia di chilometri dalla luce della sua stanza in un sanatorio di Montevideo, lasciando entrare la tristezza e respirando a pieni polmoni le tante parole che ha scritto e che ora sono l’ultima rimessa della sua voce. Tenendo bene a mente, come diceva lui, che il verbo ricordare viene dal latino re-cordis, e significa ripassare dalle parti del cuore.

Fabio Stassi (Roma 1962) di origini siciliane, vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca universitaria. Scrive sui treni.
Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Fumisteria (GBM, premio Vittorini Opera Prima 2007). Per minimum fax: È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008), Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010) e Il libro dei personaggi letterari (2015). Per Sellerio ha pubblicato L’ultimo ballo di Charlot, tradotto in diciannove lingue (2012, Premio Selezione Campiello 2013, Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio), Come un respiro interrotto (2014), un contributo nell’antologia Articolo1. Racconti sul lavoro (2009), Fumisteria (2015, già Premio Vittorini per il miglior esordio) e La lettrice scomparsa (2016). Ha inoltre curato l’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (2013).
Commenti
3 Commenti a “Una milonga per Eduardo Galeano”
  1. yanira scrive:

    Tutte le lampade accese, per ricordare lo scritore senza precedente che ci ha fato capire la nostra storia americana bello e sicero scritto

  2. susanna scrive:

    En el paraiso de las letras Eduardo se va a encontrar con Gabo, claro!
    Los dos, inmensos y geniales, le tomaran el pelo al mundo de abajo (y a Vargas Llosa)
    y se la pasaran de fiesta, rumbeando como locos, sin la atadura de un cuerpo mortal
    que al final los habia traicionados…

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