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Una milonga per Felisberto

La Nuova Frontiera, dopo trent’anni dalla prima edizione voluta e introdotta da Italo Calvino per Einaudi, ripubblica «Nessuno accendeva le lampade», una raccolta di racconti di Felisberto Hernandez, scrittore uruguayano amato anche da Cortazar e Garcia Marquez.

Sono molti, e fissati nella loro eccentrica quotidianità, i personaggi che popolano le pagine di Felisberto Hernandez, ma Montevideo è certamente il primo. È come una delle città invisibili di Italo Calvino, una città della memoria, e del desiderio, e dei segni. Una città continua e una città nascosta, una gigantesca metafora.
Montevideo non si vede, non è mai dichiarata. Felisberto parla di città dove gli piaceva andare a mare d’estate, o dove si fa l’ultimo anno di scuola, o dove si va a vivere. Ma possiamo chiamarle tutte con lo stesso nome.
Per Julio Cortazar, Hernandez apparentemente è uno scrittore fuori dalla Storia eppure ci consegna meglio di qualsiasi altro l’aria che si respira nelle strade, nei cortili, nei caffè del Teatro, negli hotel e nelle case di Montevideo nella prima metà del Novecento, “dove tutto è dato come a malincuore”. Ci restituisce soprattutto quel particolare sentimento di una “pigrizia” di fronte ai destini del mondo e la coscienza portante di una “delusione”, che sono per sé stessi il centro di un quartiere.
La Montevideo di Felisberto è una città fatta tutta di interni. Di case chiuse, abbandonate tra le erbacce, allagate dalla luce o dall’ombra, abitate da donne dai sorrisi ingialliti, o da serve nane o bambine, di nome Tamarinda, o da altre donne sonnambule o sull’orlo della follia, donne in bianco come un candeliere. Si sente tutta la lentezza del tempo, le sue foschie rugginose, lo sferragliare dei tram, l’ansia trattenuta di una partita a carte, gli alberi come cestini di carta straccia. Ma la città, più che vissuta, è sempre osservata o percepita o dall’alto o dal basso. Da un sottoscala, da dove si vedono le gambe dei passanti sul marciapiede (come in una scena di Auto da fè, di Elias Canetti), o da un balcone dal quale spiare l’esistenza.
Il balcone, la finestra, è lo spartiacque tra la realtà e il sogno. Le storie che interessano a Hernandez si trovano dietro ai muri, e lui deve inventarsi il modo per attraversarli, per risalirli, come un fantasma. Essendo un pianista, lo stratagemma è quasi sempre lo stesso: farsi invitare per dare concerti o impartire lezioni. I balconi che lo attirano sono chiusi da vetri colorati, e la realtà che vi si muove dietro cambia a seconda del colore del vetro, se rosso o verde, come in un caleidoscopio. La differenza è che nei suoi racconti i balconi stessi, le finestre, partecipano allo spettacolo del mondo, sono come animati: in queste case ci si appoggia le mani al vetro “come al petto di un’altra persona”. I balconi si ingelosiscono, provano sentimenti, fino all’iperbole massima: si buttano giù, si lasciano andare…
Come il sentimento di pigrizia e di delusione, anche il balcone, la finestra chiusa, serrata, dietro la quale c’è sempre qualcuno che guarda (come il Wakefield di Hawthorne, l’uomo che prese una stanza in affitto di fronte alla casa in cui viveva con la moglie e vi andò ad abitare per più di vent’anni, inosservato sia a lei che agli amici), rimanda all’atmosfera di un Sur universale, dove l’atto di guardare è il centro speculativo di ogni indagine: esistenziale, intima, gotica o gialla. È come se ogni storia di Felisberto fosse un unico apologo sul diritto di guardare, di gettare un occhio, e questo fosse, in fondo, il compito della letteratura.
In questi interni violati che sono l’oggetto delle sue narrazioni si respira un altro sentimento tipicamente meridionale che Gesualdo Bufalino definì l’”insularità della stanza”: l’intollerabile segreto e anche l’intollerabile erotismo di una stanza vuota. Nelle stanze di Felisberto ci sono “porte di legno che sembrano signore scollate o con la vita molto bassa” o perfino in biancheria intima. E “maniglie nere come ferri da stiro”. E “tovaglie crivellate di stoviglie”. C’è qualcosa che brucia, qualcosa che corrode l’aria. Una nevrosi, la memoria di un amore infelice, si celebrano in queste stanze-isola insieme alla cerimonia del mate o a quella di un concerto privato.
Dalle finestre entrano “rumori di ossa segate”, entra “la tosse del macellaio”, si sentono mandolini che cadono, e oggetti di vetro, e ragni che saltano, e pianoforti di ciliegio nero suonati di notte, pianoforti pieni di tarme che sembrano sarcofaghi e che sillabano tanghi e milonghe: note lente e staccate che si accendono come lampade…
Come dice il titolo, nessuno accendeva le lampade alle pareti e nei salotti; il tema della luce o dell’illuminazione è tutto interiore ed è sempre affidato a un suono, a un dettaglio, a una voce o addirittura al silenzio.
Il silenzio, in Felisberto, cresce nel coperchio nero del piano, è qualcosa che si gonfia, che nasce. Il silenzio lascia “delle frattaglie”. Al silenzio piace la musica, ci riflette sopra – e qui c’è un certo gusto per il paradosso, ma sempre attraverso un magistrale senso del pudore. Il silenzio passa tra i suoni come un gatto. Se qualcuno ne dubitasse, Felisberto lo dichiara apertamente: il silenzio è “un pesante animale che avesse alzato lentamente una zampa”. Di silenzio ci si ammala. E, alla fine, è il silenzio stesso a farsi dirigere da un direttore d’orchestra.
La scrittura di Felisberto è una scrittura notturna, di pieni e di vuoti. I suoi periodi alzano una polvere, come i piedi di qualcuno che torna a casa per un sentiero terroso. Felisberto vuole rendere la scarsa lucentezza delle cose e della vita. La superficie nera del suo pianoforte non è lucida, è uno specchio opaco. Non cerca mai la frase a effetto, la brillantezza, il ritmo veloce. Quello che muove il giro da orologiaio delle sue frasi è la narrazione che si insinua tra le similitudini. Sono loro stesse, il loro gioco abbagliante, l’uso antropomorfizzato, le tante lenti che le riflettono e le moltiplicano, a portare avanti il racconto.
C’è il ventre giallo dei mobili, e gli oggetti è come se avessero le piume. Dalle cose emana una luce che li rende vivi. Una vita ce l’ha persino il baldacchino di un letto, non solo uno strumento musicale come il pianoforte: “le sue sbarre nichelate mi facevano pensare a una giovane pazza che si concedesse a chiunque”.
Quella di Felisberto Hernandez è una vera poetica degli oggetti o, per usare il titolo di una raccolta di Francis Ponge, un poeta francese anche lui amato da Calvino, il partito preso delle cose. Hernandez sembra uno scrittore fuori dalla tradizione, ma si inserisce a modo suo nel solco dell’eredità di Lucrezio. C’è una dimensione fisica, atomica, del mondo. Il registro di un personale de varietate rerum. Anche lui, come quasi tutti i sudamericani, ebbe il battesimo di un viaggio e di un breve apprendistato a Parigi. Ma più che ai surrealisti, va forse avvicinato alla “scuola dello sguardo”, solo che il suo sguardo, a differenza di quello tragico o matematico dei francesi, è obliquo, sbilenco, irregolare. Il suo è un elogio della distrazione. Hernandez vince l’estraneità materiale delle cose inventando per loro un’analogia sorprendente, una metafora che nessuno ha mai sentito prima, sperando che questa relazione che instaura tra una cosa e un organismo lo faccia penetrare all’interno, nell’anima e nella dinamica della materia. Gli oggetti perdono ogni rigidità, si arricchiscono di altri significati, si mettono in discussione, e così anche la lingua si reinventa. La fantasia è l’unica chiave che Felisberto possiede per scardinare le porte della stanza-isola e la mappa delle sue metafore è uno sforzo ostinato di definizione e di conoscenza.
In lui il verbo sembrare è il centro di tutto. Hernandez è un illusionista e si sente una gioia infantile in quello che sembra un esercizio e invece è un manifesto. La linearità è mantenuta ma senza sacrificare il lato in ombra. Quello che si ama in lui, scrive Cortazar, è “la sua semplicità, la totale mancanza di imballaggio inamidato”.
Ma se il fine di ogni immagine è il venire alla luce, la sua nascita in un’altra forma, umana o animale o vegetale, allora è il corpo, l’assumere un corpo, il punto d’arrivo. Gli oggetti che sembrano avere le piume di qualche uccello hanno una vita così come ce l’hanno le mani. Il compito che si propone Hernandez è protocollare le voci segrete “che vengono da un doppio fondo nel corpo” e che lui sente. Le stesse singole parti di un organismo assumono una loro autonomia o rimandano a conseguenze fisiche. Le mani si muovono “come teste che si nascondono dietro una finestra” e ci sono sguardi che fanno venire le vesciche. La capigliatura di una ragazza lo fa pensare alla pelle di una gallina…
E tutta questa esistenza indipendente e inconfessata del corpo che può assumere ogni cosa, in una sarabanda metamorfica, è la memoria. Perché gli oggetti e i corpi hanno ricordi. Possono essere quelli di un cavallo, in un racconto che ha un incipit folgorante: “Qualche tempo fa ho cominciato a pensare di essere stato un cavallo”, oppure la memoria di un pianoforte-albero o di un pianoforte-animale: “chi adesso aveva le gambe, prima aveva i rami, i tasti erano stati zanne”.
C’è come una vita primordiale e primitiva da scoprire dietro ogni cosa, da interrogare. E in questa memoria nascosta ci sono il motivo musicale e l’origine di quella pigrizia e di quella delusione o dolore di partenza.
Se Borges, lo scrittore dell’altro lato del mar del Plata, aveva creato l’insonne Funes, il ragazzo spettatore di un mondo multiforme, che cambiava ogni istante e che pure, per lui che ricordava e percepiva tutto e non dormiva mai per non distrarsi, era intollerabilmente preciso, Hernandez si avventura su un’altra variazione lucreziana.
La memoria di Felisberto è tutta privata, intima, celata. La voce che parla in prima persona in quasi tutti i racconti è quella di un individuo “ripiegato sulle proprie lacerazioni” (ancora Cortazar). Le storie di Felisberto edificano una cosmogonia quotidiana, un lungo elenco di abitudini, di gesti ripetuti, dove alla fine il tempo si dissolve. Il suo fantastico, il suo realismo magico, non ha nulla di esibizionista o di eclatante, nonostante la spavalderia creativa delle immagini. C’è al contrario un pudore del fantastico che riguarda più le case della città e i suoi ripostigli che le piazze piene di luce della provincia. È la linea meno solare della letteratura sudamericana.
Giungiamo così, a ritroso, alla copertina di questa nuova edizione italiana dei suoi racconti: l’América invertida di Joaquín Torres García. Un’America del Sud sottosopra, con la riga dell’equatore in basso e il polo sud in cima. Una copertina particolarmente indovinata perché l’operazione del rovesciamento è una delle manovre che compie continuamente Hernandez, questo pianista che aveva imparato a commentare i film muti nei cinema di Montevideo sul suo strumento, e sapeva dire senza dire, spargere la sua ironia e la sua umanissima pietà anche per le sedie di una sala vuota, per la polvere delle proiezioni, per il buio …

Fabio Stassi (Roma 1962) di origini siciliane, vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca universitaria. Scrive sui treni.
Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Fumisteria (GBM, premio Vittorini Opera Prima 2007). Per minimum fax: È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008), Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010) e Il libro dei personaggi letterari (2015). Per Sellerio ha pubblicato L’ultimo ballo di Charlot, tradotto in diciannove lingue (2012, Premio Selezione Campiello 2013, Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio), Come un respiro interrotto (2014), un contributo nell’antologia Articolo1. Racconti sul lavoro (2009), Fumisteria (2015, già Premio Vittorini per il miglior esordio) e La lettrice scomparsa (2016). Ha inoltre curato l’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (2013).
Commenti
3 Commenti a “Una milonga per Felisberto”
  1. maria (v) scrive:

    che splendore!
    infinitamente riconoscente per aver colmato una mia lacuna (una delle tante) davvero imperdonabile. corro in libreria per la lezione di ballo. :-) grazie, davvero.

  2. Matteo nucci scrive:

    Se Felisberto è un genio, che dire di Stassi?
    Grazie davvero per tanta bellezza.

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