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Una miopia che guarda lontano

di Bianca Maria Sacchetti

Potrà mai un occhio miope progettare dei velivoli che solcano l’azzurro lontano dei cieli?
Ecco il quesito che Jirō Horikoshi rivolge, in sogno, al celebre progettista d’aerei Caproni.
La risposta è sì.
Sì, perché l’importante non sarà rincorrere nel dettaglio le distanti traiettorie ma disegnare, progettare e soprattutto osservare il preciso istante in cui si alza il vento, i fili d’erba ondeggiano e l’aereo decolla.

Finalmente è uscito nelle sale, per soli quattro giorni e dopo un anno dalla prima veneziana, l’ultimo film d’animazione di Hayao Miyazaki, Si alza il vento, prodotto ovviamente dallo Studio Ghibli e ispirato alla biografia dell’ingegnere aeronautico Jirō Horikoshi.
Si tratta del testamento del genio nipponico, ormai intenzionato a delegare ogni cosa al figlio e al suo studio cinematografico, e sorprende quanto le sue ultime desiderata si discostino dal misticismo magico di città incantate e castelli erranti e approdino invece a una sorta di realismo onirico.
Si alza il vento costituisce un unicum per la squadra di Miyazaki, in quanto per la prima volta verrà narrata un storia realmente vissuta e l’elemento fantastico sarà confinato nei sogni del ragazzo, sequenze narrative di altissimo livello simbolico e caratterizzate da una sceneggiatura fortemente poetica e immaginifica.
La storia di un uomo e dei suoi amori: l’ingegneria aeronautica, sacro fuoco sin dalla più acerba giovinezza, e l’angelica Nahoko Satomi, che riconoscerà come suo unico destino sin dal primo incontro, avvenuto durante la catastrofica circostanza di un terremoto che costringerà il treno, di cui i due erano passeggeri, ad arrestarsi.
Da subito la natura speciale di questo legame si farà chiara attraverso intimi scambi di sguardi e gesti gentili.
La prontezza con cui Jirō si proporrà  di caricare in spalla la domestica infortunata della fanciulla sarà solo un’anticipazione della dolcezza che contraddistinguerà i loro sentimenti.
Una serie di pellegrinaggi di studio e lavoro condurrà il giovane fino in Germania al fine di apprendere le più sofisticate tecniche di costruzione aerea e ottenere quindi la licenza di produzione di uno Junkers. Egli non smetterà mai di appellarsi in sogno al suo mentore Caproni, figura guida che si paleserà nelle circostanze più critiche e dubbiose, proponendo punti di vista e soluzioni. Sarà infatti il progettista italiano a intervenire durante la crisi di coscienza di Jirō che, dopo aver assistito a un raid notturno della Gestapo, si interrogherà sulla destinazione bellica delle creazioni aeree, sofisticate e affascinanti ma anche mezzi di distruzione e morte.
Un’altalena di successi e delusioni, entusiasmi e criticità disegnerà con verosimiglianza la parabola di crescita professionale del nostro ingegnere giapponese che finirà con l’essere a capo della realizzazione del Mitsubishi 1MF10, progetto di monoplano poi fallito miseramente.
Proprio in seguito a questa sconfitta Jirō si concederà una vacanza ristoratrice in un luogo di villeggiatura estiva e in quest’occasione ritroverà la sua predestinata Nahoko, purtroppo affetta da tubercolosi.
Il corteggiamento avverrà in un’atmosfera surreale, quasi fossero calati in un dipinto impressionista, avvolti dalle tinte pastello, fra ombrelli che volano, baci rubati, acquazzoni improvvisi e arcobaleni che rischiarano la via. Tutti elementi che distraggono dalla cagionevole condizione della fanciulla che pare trarre bellezza dalla malattia, divenendo sempre più candida ed eterea.
Un amore assoluto e vissuto giorno per giorno che crescerà parallelamente ai sogni di costruzione aeronautica del miope ingegnere. Frammenti di vita quotidiana in cui il dettaglio più minimo diverrà scrigno di un sentire profondo, proprio come si evince dalla scena commovente e ricca di nobile umanità in cui Jirō, nottetempo, curvo sulle sue tavole, disegna e fuma solo con la destra poiché con l’altra stringe la mano dell’amata che gli riposa accanto, debole e avviluppata in una vestaglia di seta floreale giapponese.

Per scheletro narrativo, colonna sonora e regia Si Alza il vento è cinema a tutti gli effetti.
Come in un grande melò, il protagonista si trasformerà nell’arco di una decina d’anni, affrontando una metamorfosi realistica e drammatica, degna di un personaggio dalla statura letteraria e, insieme a lui, a mutare volto sarà anche il Giappone, in quanto coinvolto nel secondo conflitto mondiale.
La riuscitissima alternanza fra la prosa biografica che ripercorre le vicende dell’ing. Horikoshi e la poesia onirica (a tratti felliniana) del suo inconscio presuppone una tecnica magistrale nell’orchestrare le sezioni drammaturgiche e riesce perfettamente nell’intento di stabilire una prosecuzione consequenziale tra il sogno e la realtà.
Le proiezioni notturne di Jirō non solo danno voce ai suoi demoni e ristabiliscono armonia e quiete in seguito a batoste e perdite, ma raccontano in maniera preveggente le linee della vita vera, quasi si trattasse di modellini aerei che, attraverso tratti appena accennati, fanno presumere la forma ultima, proprio come accade a lui quando si fa ispirare, trasognato, dalla curva perfetta delle lische di sgombro.
I suoi sogni sono abitati da potenzialità inespresse, come un iperuranio platonico dove riposano tutte le idee ataviche.
Le tormentate circostanze autorizzeranno poi i due innamorati a concedersi un relativismo temporale, in cui la durata di un giorno sarà percepita come quella di un anno e in cui il sodalizio amoroso verrà esperito attimo dopo attimo, senza proiezioni future e calcoli ma accogliendo il destino con serenità spirituale.
Un sottobosco di citazioni e richiami filosofici, mai ostentati, contribuirà a impreziosire il messaggio del film, riecheggiando di continuo passaggi de La montagna incantata di Thomas Mann, dichiarando in tre fotogrammi delle riproduzioni calligrafiche del poeta e monaco zen Ryōkan Taigu; così come non mancheranno allusioni a quell’immaginario letterario di stampo escatologico e ispirato ai concetti di ascesa e verticalità.
La colonna sonora, composta da Joe Hisaishi, è matura e carica di pathos e si sposa a perfezione con la complessità della storia inscenata, ricordando a tratti il respiro epico delle partiture di Morricone e creando più volte, attraverso l’uso nervoso e concitato degli archi, una climax di tensione cinematografica che, nella scena in cui Nahoko, ancora convalescente, si sporge dall’alto terrazzo dell’albergo per lanciare l’aeroplanino di carta, pare evocare per un attimo la suspense hitchcockiana, per poi, invece, concludersi in una soluzione serafica e romantica.

Si alza il vento, mediante un sapiente dosaggio di metafore e analogie, ci suggerisce riflessioni e bilanci che riguardano non solo l’esistenza di Jirō, a cui ci si affeziona sin dalla prima scena in cui, bambino, dorme con il respiro pesante, ma coinvolgono chimere, paradossi, pregiudizi e illusioni prospettiche di ognuno di noi.
La miopia è un vizio di rifrazione dell’occhio per cui gli oggetti osservati tendono ad apparire sfocati e la visione migliora con la riduzione della distanza e proprio attorno a tale disturbo ottico, non considerato ostacolo ma in un certo senso punto di osservazione privilegiato, si avviterà buona parte del significato del film.
Il nostro ingegnere nel corso della sua esperienza si riconcilierà con gli occhi miopi e con le spesse lenti rotonde che tanto da bambino lo avevano avvilito e, proprio da questa nuova intesa, non a caso suggerita in sogno dal baffuto ed elegante Caproni, egli troverà la soluzione al suo personalissimo paradosso.
Un’inquadratura rivelerà ad un tratto un vinile delle sonate di Beethoven dirette da Toscanini, quasi a suggellare quanto detto in una sorta di proporzione sillogistica: il compositore tedesco sta alla sordità come l’ingegnere giapponese alla miopia.
Si viene cullati per due ore da piccoli gesti e minuziosi rituali del cibo e della cura personale, come in ogni prodotto della cultura giapponese, e si ha la sensazione di spiare gli spaccati quotidiani di Jirō e Nahoko, giungendo a immedesimarsi nei loro vissuti e a farsi persuadere dalle loro idee, senza mai biasimarne le scelte, frutto di un sentire puro e a tratti sofferto.
Questo è il congedo voluto dall’immenso maestro dell’animazione Hayao Miyazaki, che un anno fa ha deciso di riservare al lido veneziano la prima mondiale del suo ultimo capolavoro.
Dopo una carriera fatta di carrozzoni volanti, principesse e creature dei boschi giganti e morbide; al termine di una missione artistica che con leggerezza naïf ha dato vita a miti dalla vitalità semantica senza precedenti, il regista settantatreenne ha scelto di raccontare il Novecento, con tutti i suoi paradossi e con tutto il suo dolore. Ha scelto, dunque, che a librarsi in volo, alla fine, non fosse l’immensa, fastosa e mirabolante architettura aerea del grande Caproni ma il Mitsubishi A6M progettato da Jirō, leggero ed essenziale.

Bianca Maria Sacchetti, marchigiana, studia a Firenze Lettere Classiche. Dopo aver lavorato in ambito editoriale è attualmente autrice e conduttrice tv.
Commenti
3 Commenti a “Una miopia che guarda lontano”
  1. vis-à-vis scrive:

    bravissima bianca. la tua leggiadria nello scrivere è specchio fedele di questo film incantevole e commovente.

  2. Biancamaria scrive:

    Grazie mille

  3. Bellissimo articolo!!!

    Scrittura molto bella, traspare tutta la tua passione per questo film , tra l’altro bellissimo.
    Complimenti

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