il-commissario

Una monnezza chiamata fiction. “Gli anni spezzati”.

Ieri sera su Rai Uno è andato in onda uno scempio, di cui la Rai dovrebbe chiedere scusa, e i politici o chiunque approvi sul servizio pubblico operazioni di questo tipo dovrebbe chiedere il conto. Insegno storia da cinque anni nei licei, e tutto il lavoro che io, come centinaia di migliaia di insegnanti di liceo e università, faccio per cercare di raccontare, far conoscere, semplificare, provare a condividere e indagare insieme, gli anni Settanta viene smerdato da una roba coma la trilogia-fiction intitolata “Anni spezzati”. Uno dei prodotti peggiori realizzati in Italia negli ultimi anni: un film non solo pessimo da un punto visto artistico e anche tecnico, ma risibile da quello documentario e storico. Un prodotto nocivo, venefico, viscidamente diseducativo.

Chi l’ha scritto, Graziano Diana (anche regista) con due autori alle prime armi – Stefano Marcocci e Domenico Tomassetti – ha evidentemente ritenuto opportuno prescindere da qualunque serietà di documentazione storica, appoggiandosi a riduzioni da sussidiario copiato male – non dico Wikipedia (che in molti casi è fatta molto meglio). Nei titoli d’apertura non dichiara nemmeno un nome di un consulente storico, nei titoli di coda ne cita tre, nessuno dei quali storico di professione (Adalberto Baldoni, Sandro Provvisionato e Luciano Garibaldi – la cui bibliografia è pubblicata da piccolissimi editori in odore di post-fascismo tipo Nuove Idee o Ares). Nelle interviste Diana dice che ha ascoltato le voci dei parenti delle vittime della violenza politica anni ’70: non so chi abbia ascoltato né come l’abbia fatto, ma quello che ne ha tratto sono degli sloganucci stereotipati che farebbero passare un bignami per un saggio storico complesso. Nelle interviste Diana dice di aver voluto raccontare quella storia dalla parte di chi, le istituzioni incarnate nelle forze dell’ordine, cercava il dialogo tra rossi e neri: non so che libri abbia letto sulle forze dell’ordine e le istituzioni italiane di quegli anni, non so su quali testi si sia formato la sua idea sugli apparati dello Stato, i politici, i partiti, i vari movimenti, ma se l’avesse scritta Cossiga nel sonno o Claudio Cecchetto, per dire, questa fiction, ci avrebbe messo più complessità.

L’idea di Alessandro Jacchia di raccontare attraverso lo sguardo di un poliziotto romano (la sua voce off!) le vicende complicate che girano intorno a Piazza Fontana, l’autunno del ’69, e la vicenda di Calabresi e Pinelli non è nemmeno revisionista: non è un’idea. È la suggestione di poter prendere la poesia di Pasolini su Valle Giulia, ricavarne un’interpretazione puerile, e pensare di applicarla, a mo’ di pomata, agli eventi di quegli anni: come se fosse una scelta narrativa, fino a realizzare una specie di spottone con toni da soap-opera, colletti larghi, sguardi fissi in camera.

La voce off nasale come una ciancicata tipo un personaggio di Verdone che ti commenta in modo situazionista le immagini di repertorio di una puntata de La storia siamo noi; i riassunti della macrostoria in cui non una sola parola si sottrae dai luoghi comuni (di pensiero e di linguaggio), dai peggiori luoghi comuni; i personaggi ridotti a figurine da vignette della Settimana Enigmistica; le discussioni politiche che sembrano parodie di uno sketch di Guzzanti o dei Gatti di Vicolo dei Miracoli; gli spiegoni (approssimativi, scritti malissimo, errati) ogni 30 secondi; le ragioni delle proteste azzerate a una forma di iperattività giovanile – gli anarchici sembrano gente affetta da sindrome da deficit di attenzione da curare col Ritalin; attori anche bravi come Solfrizzi, Bruschetta, Trabacchi, Calabresi costretti a pronunciare battute che sembrano dei verbali di polizia (Paolo Calabresi e Ninni Bruschetta in certi momenti – poveri! – sembrano dover espiare la loro protervia iconoclasta di Boris), ma anche attori molto meno bravi come il protagonista Emanuele Bosi – con una faccia da pubblicità di un dopobarba che deve dare corpo a un poliziotto di Primavalle nel 1969!; personaggi-cameo come Feltrinelli (vi prego guardate la scena con Feltrinelli e Calabresi…) che hanno la stessa intensità di Gigi Proietti-vigile quando fa lo spot di Vat 69 in Febbre da cavallo; confusione, una continua confusione, una virtuosistica confusione nella struttura narrativa; un montaggio da Chiquito e Paquito; un’eterna luce laterale per cui tutti gli attori vivono con metà faccia tagliata da un’ombra plumbea (volutamente omomorfica e omocromatica a quegli anni, spezzati e di piombo?); una ostentata misconoscenza di qualunque modello filmico che si è confrontato con la Storia della contestazione, del terrorismo, etc… – che siano quelli studiati da Cristian Uva o da Demetrio Paolin o da Vanessa Roghi & Luca Peretti, che siano film seminali come Anni di piombo di Margaret Von Trotta o prodotti derivativi come Romanzo di una strage (che avevo stroncato senza appello, ma che nel confronto riluce dello splendore di un Griffith); e la musica onnipresente più di quella che uno si ciuccia da Zara durante i saldi – una musica sempre enfatica, che vorrebbe inquietare, intervallata da pezzi dell’epoca scelti con il criterio di un jukebok andato in corto; e le basette collose, i capelli di Calabresi disegnati che manco Big Jim, il trucco, le parrucche, le scenografie… (Ditemi! Vi prego ditemi perché nei film italiani degli anni ’70 sembra che il mondo sia una specie di fondale in cui sono stati appiccicati un po’ di poster di Lotta Continua al muro e buttati qua e là nelle stanze dei libretti rossi! Perché in film iperglamour ipercitazionisti degli anni ’70 americani – andate a vedere quel capolavoro di American Hustle – nonostante l’omaggio enfatico all’epoca la scenografia risulta sempre credibile? Forse perché gli scenografi statunitensi non pensano che se uno mette in scena gli anni Settanta deve mostrare che Tutto è anni Settanta, ma ci saranno anche mobili anni Sessanta, anni Cinquanta, anni Venti?!); e – più di tutto – è clamorosa la mancanza di visione politica nel fare un film del genere: paragonatelo con qualunque sceneggiato Rai degli anni ’70, lì ci troverete un’intelligenza, un coraggio, un desiderio civile, una volontà di indagare, di spiegare, una capacità di essere problematici, di avere una prospettiva sociologica – a tutto questo viene ipocritamente e colpevolmente sostituita una sorta di réclame analfabetizzata per la polizia che è tanto brutta da essere mortificante per chiunque abbia fatto politica attiva in quegli anni, ma persino umiliante per la polizia stessa e per chi viene raccontato in modo elogiativo (mi piacerebbe sapere il parere di Mario Calabresi che, pur raccontando come una specie di diario personale, da figlio, la vicenda del padre commissario, in Spingendo la notte più in là , riusciva a essere meno agiografico)…

Potrei anche continuare, ve lo assicuro. E questo scempio storico, artistico, cinematografico, narrativo, ce n’est qu’un debut, come mi verrebbe da dire: ci sono altre quattro puntate, due sul sequestro Sossi, due su Giorgio Venuti e la marcia dei quarantamila. Si può peggiorare, si può raccontare che le Brigate Rosse sparassero per provare le pistole, che Moro e Nathan Never sono la stessa persona e che il sogno dei dirigenti DC era quello di diventare anchor-man della tv per governare l’Italia con i messaggi subliminali del Pranzo è servito, e che la marcia dei quarantamila era la prima vera manifestazione di fitness di massa che ha attraversato l’Italia. Sono pronto a tutto. A scuola, ai miei ragazzi, farò studiare la rivoluzione francese a partire da mie interviste-lampo fatte nel reparto surgelati del Todis su Robespierre e Danton e gli dirò che la Resistenza era un’associazione che faceva trekking sulle montagne per tenersi in forma dopo la guerra.

Commenti
230 Commenti a “Una monnezza chiamata fiction. “Gli anni spezzati”.”
  1. Pereira50 scrive:

    Io so.
    Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
    Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
    Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
    Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
    Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
    Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
    Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
    Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
    Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
    Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

  2. Franco Bellezza scrive:

    “lo sfascio del dopo 8 settembre)”: Anche questa è una citazione? Una preposizione (del) che regge un’altra preposizione (dopo)? In quale manuale di grammatica si trova tale opzione strutturale? Questa non è ignoranza,
    è lana caprina, è ottusità biologica, è dislessia bilaterale mentale in situazione algica ed irreversibile, è apnea neurologica, Poverina, parce sepulto! Da parte nostra “Odi profanum vulgus et arceo” come sentenziava Orazio.

  3. Francesca Giannoccari scrive:

    …ma questo è proprio cretino.

  4. Francesco scrive:

    Ma perchè non vedete un momento i nomi e la carriera dei dirigenti RAI che finanziano a suon di milioni di euro queste cose orrende? Perchè non sapete niente di Paola Masini, che era segretaria Manca in piena era craxiana e ora foraggia le più viete operazioni, non solo con Jacchia, ma con la onnipresente Lux dei Don Mattei o con la Endemol che era appunto di Stefania Craxi e ora passa di mano in mano a seconda dei governi,,, Perchè invece di accanirvi su un solo film non guardate chi decide tutto, assegna appalti e come e per quale ragione? Perchè non capite che l’Opus Dei è fortissimo dentro la Rai, che le lobby gay lo sono altrettanto? Pensate che Conticini sia un JacK Lemmon? Lobby cattoliche, lobby gay, cocaina, avanzi del socialismo di Craxi.. Seguite queste tre cose e vedrete che cosa è la RAI.

  5. Michela Ragli scrive:

    Caro Francesco, grazie. Io non vedo queste cose semplicemente perché non le so. Non faccio la giornalista, o la scrittrice, o l’autrice televisiva. Vivo lontana da Roma. E allora, visto che tu sai, perché non lo scrivi tu un pezzo in cui spieghi queste cose? Magari firmandoti con nome e cognome. O prendendo uno pseudonimo se questo risultasse per te troppo pericoloso o compromettente.

    Risulterebbe davvero così pericoloso, se firmassi con nome e cognome queste affermazioni in un articolo dove andassi a spiegare tutto questo? Chiedo, perché sono lontana da questi mondi, ma non purtroppo dalla tv, visto che pago il canone.

  6. Francesco scrive:

    Cara Michela,
    certo che so, e certo che vorrei scrivere un bell’articolo. Se Valentina Aversano che ci legge forse e che si occupa della redazione me ne darà la possibilità. Io conosco perfettamente molte cose e… Certo che per me è pericoloso, perchè sono un autore e un attore e la RAI non perdona. Esistono le liste nere in RAI, non lo sapevi? Proprio come durante il maccartismo americano. Ci sono persone segnate che non possono più lavorare, per cedere il posto a questi bei campioni addomesticati di finta religione, finta protesta, finta famiglia. Ma lo scrivo un articolo con nome e cognome. Non su questo film, ma sull’andazzo orribile della RAI. Posso anche raccontare di una fiction su cui sono stati spesi 600.000 euro e non è mai andata in onda. Io ero uno dei tre autori di questa fiction e ho passato cinque anni ad attendere riunioni che venivano convocate ogni due tre mesi, per affossare il progetto. Posso raccontare molte molte cose sulla RAI, sugli appalti e sulle lobby, ma chi mi proteggerebbe?

  7. Franco Bellezza scrive:

    Nessun lavoro
    titolo di studio: magistrale
    cioè: NULLIUS REI
    sei tu giannoccari?

  8. Enrico Preite scrive:

    @Francesca Giannoccari

    @EnricoPreite: che si definisce “italiano medio” e a tutti quelli che orgogliosamente autodefinendosi “uomini medi” sputano su qualunque complessità veemente che scambiano per saccenteria.

    “Lei non ha capito niente perché lei è un uomo medio: un uomo medio è un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista…”

    Orson Welles, “La ricotta”

    Io rispetto tutti e non mi sembra di non aver offeso nessuno ne tanto meno sputato su qualcosa. Il fatto di definirmi “Italiano medio” era una provocazione. Il mio modo di essere è questo: “Sono una persona che vivo secondo l’imperativo “sii te stesso” ovvero le mie attività sono mosse dalle spinte interiori e non dalle mode o dal conformismo, con l’unico limite rappresentato dal rispetto del prossimo e delle libertà altrui.Sono in continua evoluzione e mi piace acquisire nuove abilità che mi interessano. Non famigliarizzo facilmente con donne (ma anche con uomini) affette da divismo, sleali, non autentiche, superficiali, schizzinose,conformiste, dipendenti dai genitori, non portate ai sacrifici e alle fatiche (nei limiti delle capacità personali)”.
    Quando dico che non familiarizzo con alcuni tipi di persone come i conformisti, non significa che li disprezzi, considerandoli dei mostri, pericolosi delinquenti, conformisti, razzisti, schiavisti. Questo modo di vedere l’avrà pure sentenziato Welles, ma per me che mi esprimo con mie considerazioni derivanti da mie esperienze, è una cazzata. Per quanto riguarda la complessità io ci vivo dentro e mi sembrava di aver chiarito che se uno vuole comprendere per quanto possibile le dinamiche degli anni di piombo o dello stragismo non può pretendere certo di farlo vedendo un film di qualche ora, neppure se è fatto dai migliori autori e registi.

  9. Enrico Preite scrive:

    Correggo:
    Io rispetto tutti e mi sembra di non aver offeso nessuno ne tanto meno sputato su qualcosa. Il fatto di essermi definito “Italiano medio” era una provocazione.
    E’ chiaro che quando affermo “l’avrà pure sentenziato Welles, ma per me che mi esprimo con mie considerazioni derivanti da mie esperienze, è una cazzata” , mi riferisco all’ intervista a Orson Welles in “La Ricotta” di Pier Paolo Pasolini.

    Ritengo necessario puntualizzare perchè molti sono così agguerriti, pronti a giudicare e dare dell’ignorante, senza fare valutazioni critiche su quello che viene scritto e fermandosi alla forma. Non mi riferisco al Sign. bellezza che è incisivo, fine e non volgare nei suoi commenti.

  10. “(Ditemi! Vi prego ditemi perché nei film italiani degli anni ’70 sembra che il mondo sia una specie di fondale in cui sono stati appiccicati un po’ di poster di Lotta Continua al muro e buttati qua e là nelle stanze dei libretti rossi! Perché in film iperglamour ipercitazionisti degli anni ’70 americani – andate a vedere quel capolavoro di American Hustle – nonostante l’omaggio enfatico all’epoca la scenografia risulta sempre credibile? Forse perché gli scenografi statunitensi non pensano che se uno mette in scena gli anni Settanta deve mostrare che Tutto è anni Settanta, ma ci saranno anche mobili anni Sessanta, anni Cinquanta, anni Venti?!)”

    Standing ovation!

  11. Giorgetto scrive:

    Condivido quello che ha scritto Francesco. Io sulla lista nera ci sono da tempo. Capitò che un produttore (il quale doveva produrre un film col contributo, allora, di RaiFiction, litigò con la Valmarana. Poi lo feci con un altrro ma mentre a lui, fascista dichiarato ed ex picchiatore di Piazza delle Muse, hanno perdonato, io no, io non sono stato perdonato senza conoscere ancora ora, a quasi sette anni di distanza, il perchè che nessuno mi ha voluto dire. Il maccartismo all’interno della Rai c’è eccome. C’è anche nel mondo del cinema. Se non sei dei loro, anche tramite giri di cocaina, prostitutizioni, ladrocini vari, non lavori. E’ ovvio che chi ci lavora siano i peggiori ed è ovvio che poi vengano fuori cose come Cavour che parla toscano e questa serie schifosa degli anni spezzati. Ma io non aggraverei troppo il discorso sulla fiction. Tutta la monnezza trasmessa in tv generalista prima o poi scompare dalla memoria come tanta monnezza craxiana dei tempi andati. Bisogna cambiare la tv di Stato, renderla compatibile a quelle degli altri paesi civili come in parte fu nei primi vent’anni del monopolio. Ma questo non lo vuol fare nessuno perchè nessuno fuori (vorrei che Francesco, se vuole, mi dicesse se la pensa come me a questo proposito) si rende conto di quanto è marcio e putrido il mondo dello spettacolo italiano compreso quello del cinema e del teatro dove se sei gay e finto colto lavori e se anche fossi gay ma non del loro giro non lavori. Anche le lobby gay servono ad emarginare i gay. Come le lobby dei cocainomani servono ad emarginare chi si fa le piste ma non è dentro la lobby. Pensate un po cosa può succedere a me che non sono gay e non mi faccio di niente. Le lobby sono il prodotto di questo marciume in cui ciascuno, non dovendo difendere il talento che non ha, si rintana dietro le mura riparate della sua ghenga. Una volta trovai un’altissima, ma davvero altissima, raccomandazione ed andai da un produttore, ora deceduto, che lavorava tantissimo con la Rai. Lesse i copioni e disse che era stupendi. Poi il silenzio. Quando, un mese dopo l’incontro, osai telefonare per chiedere notizie la segretaria mi liquidò in pochi secondi poi arrivò un fax dove si diceva “Lei non provi più a portarmi dei copioni senza dirmi prima che alla Rai lei non è conosciuto….”. Ma pensa un pò. Giò che, se ero conosciuto, avevo bisogno di farmi raccomandare per andare da lui… Un’altra volta due esimi produttori, considerati dei mecenati dalla critica e da chi lavora con loro, hanno rifiutato di leggere un mio copione. Si, volevano che lo mandassi a un loro “lettore”. Ma io rifiutai. Volevo prima incontrarli e guardarli negli occhi perchè, essendo tratto da un libro, volevo essere sicuro di non perdere la prelazione. Ebbene, una segretaria qualsiasi, mi disse “Mi dispiace ma i signori…..non intendono esaminare il suo copione” “Ma se non sanno nemmeno di cosa parla e da che libro è tratto, potrebbe essere un capolavoro…” “Si ma a loro non interessa…”. Ebbene, quando i produttori, cioè coloro che dovrebbero finanziare l’ingegno sono così come potete sperare che, in questo clima politico antiriformatore che c’è in tutto l’ambiente, gli “Anni spezzati” avrebbe potuto essere un prodotto minimamente gradevole alla mente ? Io, quando me ne hanno parlato, ho detto soltanto : “Ma, siccome io penso che PInelli sia stato ucciso me lo dite almeno chi ha ucciso Pinelli ??????” No, ti dicono che Calabresi era una specie di eroe perchè non era nella stanza. Ma Pinelli alla questura ce lo aveva portato lui o no ?????? Ma a chi fa la fiction non importa la verità figuriamoci fare bene un prodotto per il grande pubblico per cui dei lobbisti possono avere la stessa considerazione che per un branco di pecore. E non crediate che Virzì, Cosentino ecc non ne facciano parte delle lobbies dominanti. Ne fanno parte solo che, almeno loro, riescono a fare quello che vogliono o quasi. Ma perchè sono dentro da sempre, sanno come destreggiarsi, e alcuni, come Garrone, ci sono proprio nati dentro. Loro saranno sempre davanti a me che non sarò mai nessuno ma potrei essere il Fellini del ventunesimo secolo e nessuno lo saprà mai…….perchè tanto, ormai, non ci credo più. Ho deciso. Provo a lavorare ancora quest’anno. Poi o cambierò città e mestiere o farò quello che, secondo la questura di Milano, fece Pinelli anche se non lo fece. Io forse lo farò perchè sono nato per fare il cinema, per esprimermi con le immagini, e sono fermo da sette anni, da sette anni vivo con un affitto di novecento euro perchè, in altri tempi, mi sono comprato un piccolo appartamento da affittare anzichè mangiarmi i soldi in coca o in altro; sui miei premi, sulla mia vecchia fama, è calato l’oblio…..e allora…se non posso fare quello che sono capace di fare a spezzarmi sarò io. Pazienza. E’ capitato a tanti, pensate a Von Stroheim, può succedere anche a me. Non lo sapranno nemmeno la Valmarana, la Masini e tutti gli incompetenti che governano un ente che ebbe non pochi meriti, una volta, tanto tempo fa.

  12. Maurizio scrive:

    Sandro Provvisionato era(e non mi sembra abbia mai abiurato)Comunista.Come testimonia il suo curriculum vitae professionale.Nato a Radio città futura.È direttore del sito misteriditalia.it della Rivista italiana della Sicurezza e del Ceas (Centro alti studi contro il terrorismo).Come rintracciabile anche sulla Wikipedia.Lui e Adalberto Baldoni(lui si,ex missino),scrivono saggi sul terrorismo di entrambi le “sponde” politiche da 30 anni.E li hanno scritti quando gl i anni erano ancora “caldi”.Da giornalisti di cronaca.Del resto,prima,i libri sul terrorismo li scrivevano i giornalisti mica gli storici.Se l’avesse scritta Sergio Zavoli avreste avuto da ridire sul suo non essere uno “storico”?O forse Lucarelli è criticato per le sue trasmissioni,essendo addirittura neanche un giornalista ma uno scrittore?Sicuramente la fiction su Calabrese è un fallimento da ogni punto di vista.Però a volte,anche chi critica potrebbe documentarsi,uscendo dalle sacche delle ossessioni antifasciste…

  13. Francesco scrive:

    Giorgetto, cari amici… Ma allora siamo tanti?. E come mai nessuno dico nessuno mai ci rappresenta? Come mai Masini e compagnia bella senza nessun pudore fanno quello che vogliono come se invece della RAI gestissero la drogheria di un oscuro paesino tra le montagne? Con tutto il rispetto per i negozi di montagna, la RAI e così il cinema italiano sono gestiti da lobby squallidissime, che però restano immuni a qualunque passaggio politico. Noi abbiamo un bel gridare. Nessuno ci ascolta. Nessun quotidiano. Nessun partito. Come mai la stagione dei Veltroni , dei Prodi, dei D’Alema non ha mai scalfito l’organigramma craxiano all’interno della RAI? Come mai la nipote di Monsignor Andreatta e foglia del democristianissimo Beniamino Andreatta è oggi capo supremo e indiscusso della fiction e fa lavorare tramite la Lux di Bernabei le sue amiche sceneggiatrici con assegni stratosferici, invece di andarsene a prendere con loro un bel té o altra spezia esotica? Come mai gli attori formati dalle più serie accademie di recitazione italiane sono stati ignorati, e scelti invece degli accompagnatori da circolo sportivo romano per ruoli che possono arricchire famiglie, restituire dignità a uomini e donne? Come mai non si riesce nemmeno ad immaginare una RAI che sia allo stesso livello di una Feltrinelli, di una Einaudi quanto a qualità e selezione onesta delle proposte? Perché la melassa nazional popolare vive dei medesimi occhioni blù, dei medesimi Montalbani zingarettiani, dei medesimi preti suore commissari da quando se ne ha memoria? Tutti i cretini hanno sempre sottovalutato il grande potere delle storie e affidano a cretini più cretini di loro la declinazione orribile dell’immaginario collettivo. Ma questo non vuole essere un messaggio senza speranza. Internet li ha spazzati via per metà. L’altra metà resta ancora lì a dissanguare un animale morto. Hanno già perso e lo sanno.

  14. Francesco scrive:

    L’inchiesta escluse che Pinelli potesse essere stato spinto volontariamente dalla finestra mentre si trovava negli uffici al quarto piano della questura di Milano.

    L’interrogatorio è terminato e nulla è emerso contro Pinelli, ma lo stato di tensione per lui non si allenta.
    Il commissario Calabresi si è allontanato senza dire una parola. Cosa deciderà di lui il dott. Allegra? Finirà a San Vittore
    con l’infamante marchio di complice di uno dei più efferati delitti della storia d’Italia o tornerà finalmente libero a casa?
    Pinelli accende la sigaretta che gli offre Mainardi. L’aria della stanza è greve, insopportabile. Apre il balcone, si avvicina alla ringhiera per respirare una boccata d’aria fresca, una improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto.
    Tutti gli elementi raccolti depongono per questa ipotesi: dalla sentenza su PInelli

    Ma per quale ipotesi : vertigine o difesa in direzione sbagliata ?

  15. Francesco scrive:

    Carissimi,
    per ricordare Gerardo D’Ambrosio, il Sindaco di Milano Pisapia ha usato, ha detto, fra l’altro, una frase che mi ha fatto molto riflettere: ” Un uomo a cui la vita aveva concesso una seconda chance ” La prima, infatti: l’istruttoria sulla morte di Giuseppe Pinelli, era stata persa. Chiudendo il caso in istruttoria ha impedito l’accertamento della verità ed è stato più realista del re: infatti, non ha nemmeno preteso che quelli che erano nella stanza rivedessero le loro deposizioni false, in realtà in quella prima opportunità si è comportato come servitore del POTERE e non servitore dello Stato.
    La seconda chance, invece: mani pulite è stata tutta un’altra cosa.

    Nella sua seconda chance, ha fatto di tutto per cancellare quel peccato originale, quella colpa, quel ” vulnus “. Ma, nonostante tutto, non ci è riuscito.

    Non è stato possibile,neanche per i giornalisti più asserviti al Potere disgiungere il binomio Giuseppe Pinelli-Gerardo d’Ambrosio; hanno potuto ridurlo ai minimi termini come ha fatto La Stampa:“,ha indagato tra l’altro sul caso Pinelli dopo la strage di Piazza Fontana “

    o come anche “Il fatto Quotidiano “: “ Si occupa dell’istruttoria sulla strage di Piazza Fontana e della morte dell’anarchico “.

    Ma la colpa più grave è di chi per primo ha usato la dizione ” malore attivo ”

    Rileggendo onestamente la lunghissima sentenza emerge che le ipotesi su cui si è concentrata la sentenza, il cuore, il nocciolo della sentenza sta in questo passaggio:”

    una improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata, il

    corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto.
    Tutti gli elementi raccolti depongono per questa ipotesi.”

    Come sia stato possibile tassare da questa chiara lucida esposizione al malore attivo che tutt’ora si usa è un mistero.

    Non dovrebbe essere difficile individuare colui il quale, per primo, si è assunto la responsabilità di usare il termine :” MALORE ATTIVO ”

    Sarebbbe il modo più indicato per fare un pò più di giustizia, e onorare nei fatti Gerardo D’Ambrosio.
    Francesco Spinelli – Falerna CZ

  16. Luca scrive:

    Si parte con il presupposto di analizzare la fiction per cui la Rai dovrebbe addirittura chiedere scusa, ma non ci sono altro che critiche tecniche alla serie per screditarla. Lei è un professore di storia, sarebbe stato molto più apprezzabile un commento a quelli che sono i punti chiave della serie, il suo voler mostrare una faccia a lungo e tutt’oggi nascosta di una sinistra extraparlamentare violenta che, legittimata dal fatto che loro sono i “buoni” e la destra una banda di “fascisti”, si è macchiata di barbarie ben peggiori dei “fascisti” dell’epoca.

    Funziona sempre così, questa serie si sapeva che avrebbe perso in partenza per chi ha la vita un po’ più a sinistra. Chiunque l’avesse scritto, prodotto e diretto, anche se lo avesse fatto in maniera encomiabile, non sarebbe stato rispariamiato da critiche pietose.

    Io rispetto molto la sua professione, anzi, credo che i professori di storia siano tra quelli con una responsabilità maggiore, perché è anche grazie al loro contributo che si formano i giovani, soprattutto politicamente. Eppure sono in pochi quelli che trattano questa materia con oggettività politica, pochi quelli che si soffermano sull’ecatombe comunista, molti quelli che impiegano mesi a dirti invece chi sono i cattivi noti.

    Mai a scuola si è parlato degli Anni di Piombo scendendo nel dettaglio, basta una panoramica su Aldo Moro ed il gioco è fatto.

    Avrei voluto leggere una discussione sui punti storici della serie (tutta) da un professore di storia. Invece no, le solite critiche riempite da paragoni con i grandi del settore per mostrare una certa consapevolezza critica. Robetta.

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  5. […] Nell’articolo di Raimo su Minima et Moralia c’è già una lunga e precisa disamina delle cose che non vanno in quella fiction, e quindi non mi dilungo su questi temi, ma vorrei provare a fare un discorso esclusivamente narratologico legato al discorso della vittima. […]

  6. […] fiction targata Albatross si è meritata tanto le mazzate di Christian Raimo su Minima&moralia quanto la impietosa stroncatura di Aldo Grasso sul Corriere. Nessuno, dagli […]

  7. […] dall’essere le uniche pecche dello sceneggiato. Per non ripetermi, vi rimando all’articolo di Christian Raimo su […]

  8. […] per i miei amici? Poi, vabbè, su un sacco di cose la pensiamo uguale. Quando ho letto l’articolo su Gli anni spezzati, lì ho pensato: bene, posso fare l’intervista tranquillamente. In […]

  9. […] meno purtroppo è quella dove sparo a zero su Anni Spezzati, ma per fortuna che ne hanno scritto in tanti. L’intervista si ascolta e volendo scarica […]

  10. […] fosse carente da un punto di vista storiografico e filmico (ricordo soltanto le recensioni di Christian Raimo,Laura Tonini e Aldo Grasso). Perfetta sintesi di quanto detto fin qui sul paradigma delle vittime […]



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