James Agee photo by Walker evans

L’America di James Agee

James Agee photo by Walker evans

(Nella foto: James Agee ritratto da Walker Evans)

di Giacomo Giossi

A Death in the family di James Agee comparve per la prima volta in Italia nel 1960 da Garzanti con il titolo Il mito del padre, titolo decisamente evocativo di una storia che ha al centro una famiglia americana di provincia (della sterminata provincia americana), la morte del padre e la formazione del figlio, protagonista unico del romanzo con la madre e la sorella. Una morte in famiglia (Il Saggiatore, 2015) ripristina così l’aderenza al titolo originale sempre nella traduzione di Lucia P. Rodocanachi (già proposta nei primi anni duemila da e/o) e contestualmente toglie ogni impressione epica ad una storia dura e in parte violenta.

La crescita del protagonista è totalmente abitata dal suo sguardo che è puntato assiduamente verso la madre e la sorella: una crescita involontaria, ricercata esclusivamente attraverso gli obblighi che la vita impone; non c’è rammarico e non c’è nostalgia. Il dolore viene così sciolto nella terra dei giorni da una scrittura che si adagia nella realtà con lentezza: ogni pagina vive della sospensione di un tempo costretto e nonostante tutto sorprendente.

L’abilità di Agee è proprio nel saper tenere insieme alla durezza dei giorni, l’incanto dell’infanzia: non c’è forzatura e non c’è abbandono. La tensione del protagonista è la medesima di un paese in perenne equilibrio sull’orlo inquieto dei propri confini: nel mezzo le terre sono sconfinate e inabitate. James Agee non aggiunge lirismo o stile al racconto, ma scrive con levità e con maniera piana.

Fare di una storia comune, di un pezzo di cronaca, letteratura perché la cronaca e il paesaggio che la domina è sempre una storia privata. L’autobiografia di Agee è la storia, la cronaca e la letteratura di una nazione, the land of planty che poco in realtà ha concesso ai suoi eroi sempre popolari e mai per veramente mitologici o epici.

Un eroe bambino in perenne dialogo con un Dio americano privo di bontà, ma carico di possibilità che stanno però sempre oltre: da un’altra parte, in un altro tempo. In quel futuro ipotetico e possibile e solo in cambio di un’infanzia consumata e perduta. Il bambino di nome Rufus osserva, tocca e chiede, cerca spiegazioni al dolore, insegue la sua stessa infanzia mentre si fa duro e sempre più fragile; mentre attorno a lui il mondo famigliare sembra assumere sempre più contorni indefiniti e labili fino a squarciarsi e a perdersi.

La realtà bussa alle porte dell’infanzia non con la tragedia che pure c’è, ma con la tensione grave di una quotidianità aspra e povera. La famiglia è il panorama assoluto, un microcosmo impermeabile scassinato solo dallo sguardo eccentrico di Rufus che come in un diorama coglie e contemporaneamente sfugge alle ristrettezze del proprio stesso dolore.

Il romanzo ha la propria vera materia autobiografica più nella riscrittura continua che Agee ha dato al testo che nel contenuto in sé. La rielaborazione che ha visto mutare l’inizio e amputare anche alcuni capitoli nella versione finale (premiata con il Pulitzer nel 1958 dopo la pubblicazione postuma del 1957) è il segno più evidente di un intreccio per certi versi letale che ha imbrigliato Agee per tutta la vita.

La deriva religiosa e il dolore ateo si spargono così in un Tennessee che prende corpo nella cittadina di Knoxville: luogo del disincanto, in cui gli affetti ardono perdendosi. James Agee con Sherwood Anderson e William Faulkner compone un viaggio nelle viscere del sud est americano che ancora oggi respira le medesime tensioni le quali attraversano una società sparsa che ha i propri unici ganci nelle grandi come nelle intime mistificazioni, dell’anima o politiche che siano.

Commenti
2 Commenti a “L’America di James Agee”
  1. Claudio scrive:

    Deformazione da correttore di bozze: l’espressione esatta dovrebbe essere “land of plenty”.

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