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Una persona che amava molto i libri

Ieri è morto Roberto Parpaglioni. Chiunque negli ultimi trent’anni in Italia abbia frequentato il mondo dell’editoria lo conosceva. Roberto è stato uno scrittore (ha esordito nel 1986 con Marianna la pazza, ha pubblicato il suo ultimo libro nel 2011 Muchacho per Cavallo di Ferro), un giornalista culturale (ha collaborato a decine di riviste e giornali), un libraio innovativo (è stata su l’idea della prima libreria-caffè-centro culturale a Roma, Bibli di Trastevere), un editore veramente indipendente (agli inizi degli anni 2000 fondò un piccolo marchio, Quiritta, che pubblicò libri bellissimi e coraggiosi come I demoni e la pasta sfoglia di Michele Mari, Hp l’ultimo autista di Lady Diana di Beppe Sebaste, i viaggi nel mondo arabo di Giorgio Manganelli, o una lunga conversazione sulla letteratura tra Raffaele La Capria e Emanuele Trevi) e infine un animatore instancabile di quella meravigliosa esperienza che è la scuola di lettura per ragazzi dei Piccoli Maestri.

Era una persona intelligente, idealista sul potere della letteratura, ma anche disincantata su come in Italia l’editoria stesse diventando una succursale di un mercato senza idee. La sua visione di cosa dovesse essere una casa editrice, la potete trovare in un’intervista che gli fece Jacopo Guerriero, quando nel 2005 decise di chiudere Quiritta, nonostante le cose non stessero andando male dal punto di vista economico, in cui per esempio diceva:

Avrei dovuto pubblicare un più alto numero di titoli? Selezionare le proposte con minor rigore? Coinvolgere scrittori che avessero già una loro notorietà extraletteraria? Seguire la moda del momento? Oppure diventare di moda io stesso?
Se fossi scivolato in una sola di queste derive, il mio progetto avrebbe subìto una regressione fatale. E qui entro nel merito della domanda che mi veniva posta.
Io non credo, infatti, che denunciando il potere dei grandi gruppi, si possa lenire la sofferenza della nostra editoria. Più semplicemente, non mi riconosco tra coloro che attribuiscono tanto peso a categorie economiche quali “piccola”, “media” e “grande”.
Nessuna di esse ci racconta qualcosa dello stile, dei valori e delle scelte di un’impresa editoriale.
Vedo invece con maggior favore una distinzione tra editoria “adulta” e “non adulta”.
Diverso è chi ha un serio progetto culturale da chi non lo ha. E diverso è chi decide di attenersi a quel progetto da chi, strada facendo, se ne distanzia per sostituirlo con una strategia merceologica. In tal caso, se si parla di coerenza, conta poco essere “piccoli”, “medi” o “grandi”.

o in un’altra che gli fece poco dopo Silvana Rigobon per Fernandel in cui per esempio diceva:

Se Quiritta si ferma, è solo a causa di una filosofia editoriale che lo sviluppo della cultura italiana ha chiaramente respinto come “non necessaria”. La sua piccola fortuna è dovuta quasi esclusivamente alla critica letteraria, sempre attenta e generosa. Per il resto, poca gente ha conosciuto Quiritta, ed altrettanta se ne ricorderà.
Non era necessaria una casa editrice che si dedicasse allo studio e alla diffusione della letteratura italiana in Italia. Non era necessaria la selezione severa dei testi da pubblicare. Non era necessario il rigore culturale dei curatori, né quello dei consulenti editoriali. Non era necessario l’impegno maniacale dei redattori. Non era necessaria la qualità della carta. Non era necessaria la sobrietà dei messaggi promozionali.
In tutto il suo percorso, Quiritta è stata la composizione, e, di libro in libro, la conferma di uno stile “non necessari.

Nel 2005 aveva partecipato con HP, l’ultimo autista di Lady Diana al Premio Strega, ricevendo un’enorme consenso che però non si era tramutato in un congruo numero di voti. Aveva scritto uno sfogo molto sincero (su Lipperatura lo trovate per intero), che letto a distanza di dieci anni fa ancora rabbia e racconta molte cose sull’editoria italiana e sul suo impegno nei confronti della letteratura:

Sono l’editore del libro che, per opinione ampiamente diffusa, potrebbe essere definito il più bello tra quelli presentati al Premio Strega di quest’anno. Sorprendentemente, però, lo scrutinio del 23 giugno  a “casa Bellonci” lo ha escluso dalla cinquina dei finalisti, riconoscendogli solo 22 giudizi favorevoli sui circa 400 a disposizione della Giuria.
Fino a tre, quattro giorni prima dello scrutinio, il lavoro dell’autore e mio era stato confortato dalle dichiarazioni di molti votanti, nonché da voci provenienti dalla stessa Fondazione Bellonci, concordi nella certezza pressoché assoluta di un esito a noi favorevole. Nelle ultimissime ore, invece, è avvenuto il disastro. Decine e decine di voti passavano dal nostro libro ad altri, mentre a me arrivavano telefonate di giurati che, avendo dapprima assicurato il necessario consenso al nostro libro, si ritrovavano ad essere letteralmente assediati non solo dagli uffici stampa, ma anche dai proprietari di alcune grandi case editrici che arrivavano ad evocare addirittura la “fine del Premio Strega”, qualora il loro libro non fosse stato promosso alla cinquina dei finalisti.

Io ho pubblicato un bellissimo libro, l’ho fatto partecipare ad un premio importante. Ho gareggiato nella maniera più pulita, onesta e trasparente. Non è facile affrontare giurati che, come unica giustificazione alla propria scelta, dichiarano di aver apprezzato un libro, ma di essere costretti a votarne un altro per “motivi di scuderia” (sic). O altri che, candidamente, ammettono di non saper nulla dei libri che la Fondazione ha loro inviato.

Ma il modo più bello in cui si può ricordare è come l’hanno ricordato i Piccoli Maestri: con la foto che sta qui in alto, scattata il 30 maggio 2012 al MAXXI, durante uno dei primi incontri dei Piccoli Maestri in collaborazione con la Tribù dei Lettori (sullo sfondo, alcune illustrazioni estrapolate dal libro di Fabian Negrin, Frida e Diego, illustrazioni che Roberto Parpaglioni aveva portato perché facessero da paesaggio alle sue parole), e con la sua piccola riflessione sul Vecchio e il mare di Hemingway, uno dei libri che si era scelto di portare nelle scuole (sul sito dei PM la trovate per intero)

In due mesi e mezzo ho letto cinque volte Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway. Direi quasi una moda. L’esito delle prime due lo ricordo eccellente. La terza e la quarta, invece, erano già state delle repliche, più o meno come per un attore di teatro. Nel ritmo, nei toni. Nella ricerca dell’effetto. Ormai sapevo alla perfezione quando dover spingere, quando sussurrare, o sospendere. La reazione di chi ascoltava era sempre la stessa.

Finché alla quinta, per puro caso, ho variato l’inizio. Una professoressa mi aveva portato una bottiglia d’acqua, e io, mentre riempivo il bicchiere, ho chiesto: «Cosa accadrebbe ora se la versassi su questo libro?». I ragazzi mi hanno guardato perplessi. Poi uno ha risposto: «Si bagnerebbe». Un po’ come si fa con i matti, insomma. Un altro: «Si cancellerebbe la stampa». E ancora: «Diventerebbe illeggibile», «Bisognerebbe buttarlo». Via via, fioccavano considerazioni più sofisticate. Avranno pensato: «Se non è davvero un idiota, da qualche parte vorrà condurci…». Io ascoltavo, annuivo. Li lasciavo gareggiare a chi mi dava la risposta più efficace. Dopodiché ho detto: «Giusto, è tutto giusto. Eppure, pensate, questo libro è pieno d’acqua. C’è l’oceano, qui dentro. E una piccola barca di legno con un vecchietto a bordo».

Oggi 22 luglio alle 15 nella chiesetta di via dei Serpenti a Roma ci saranno i funerali.

Ciao Roberto. È stato bello conoscerti, proveremo a continuare a farlo.

 

Commenti
4 Commenti a “Una persona che amava molto i libri”
  1. jacopo scrive:

    Grazie per avermelo fatto conoscere, me lo ricorderò.

  2. sergio garufi scrive:

    Io mi ricordo di quiritta. Mi spiace.

  3. Giorgio scrive:

    L’atmosfera di Bibli, la sua passione per la letteratura, per la condivisione di idee… grazie per questo contributo alla sua memoria.

  4. Nina scrive:

    E’ stato l’istinto a portarmi a suo tempo in quella libreria di Trastevere senza sapere che stavo entrando in una delle ultime dimore dei libri? Sicuramente un caso fortuito e fortunato.

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