Una (sola) storia italiana

di Franco Marineo

Nel 1992, l’attore Tim Robbins ha esordito alla regia con Bob Roberts, una satira della politica americana che, oggi, torna alla memoria con più di una ragione. Il film racconta la fortunata campagna elettorale di un cantante folk che intende diventare senatore: le sue tendenze politiche sono di estrema destra, e la sua abilità nel comunicare pone in secondo piano la rozzezza delle sue idee. Alla vigilia delle elezioni, un giornalista accusa Bob Roberts di essere coinvolto in loschi traffici di droga e armi; quando la partita elettorale sembra ormai perduta, un attentato riduce Roberts in fin di vita e l’onda emotiva suscitata negli elettori lo spinge fino alla vittoria contro il candidato democratico. Ma l’attentato era solo una messa in scena e Roberts non è mai stato colpito…
Circola in rete un curioso montaggio video relativo al ferimento di Berlusconi del 13 dicembre. Si ipotizza, appigliandosi a particolari narrativi minimi e a prove visive che forse non meritano un’analisi più profonda, la possibilità che l’attentato sia in realtà un falso. Una messa in scena, ordita dalla vittima per ragioni che sono facilmente immaginabili. In poco più di tre minuti (un collage di sequenze tratte dai tg, ingrandimenti di alcuni fotogrammi, didascalie esplicative) si afferma che il souvenir non ha colpito il volto del premier, che il sangue è stato spruzzato sul suo viso con una pompetta, che Berlusconi aveva già in mano, pronto, anche il fazzoletto usato per tamponare la ferita. Insomma, una sequenza di fiction realizzata a uso e consumo di un’opinione pubblica troppo impegnata da Mills e Spatuzza. Anche tra i più appassionati ammiratori delle teorie complottiste, però, questo video fatica a essere convincente; si avverte una certa stanchezza del periodare ipotetico, i frammenti visuali sono stirati, sfibrati, sottoposti a una brutale torsione pur di intravedere un particolare, un frantumo di oggetto o di sguardo che supporti la tesi proposta.

Eppure il fatto che questa teoria sia abbastanza indimostrabile e poco supportata dalle «prove visive» è del tutto indifferente rispetto alla conclusione che traiamo fuori campo, dopo l’ultima didascalia, quando su youtube ricompare il triangolo che propone una re-visione del filmato. Dando per scontato che il montaggio non offre alcuna significativa conferma all’ipotesi proposta, e che quasi sicuramente Berlusconi è stato davvero colpito dalla riproduzione del duomo di Milano, il video, paradossalmente, diventa ancora più interessante non perché ci racconta qualcosa che non sappiamo o non immaginiamo (non trascina altrove la nostra conoscenza) ma perché certifica uno dei gangli teorici più forti della individualità berlusconiana.
La narrativizzazione costante della propria figura è uno dei principali aspetti del successo di Berlusconi: l’indiscutibile forza carismatica che seduce o disgusta, che ammalia o repelle, è fondata sulla percezione di sé che Berlusconi ha costruito nel corso degli anni e che ha saputo mettere in una forma narrativa che una consistente parte di italiani ha trovato – e trova – convincente. Berlusconi si limita a raccontarsi, a proiettarsi costantemente in una dimensione fittizia e inverificabile, sostenuta soltanto dal valore testimoniale di immagini e dichiarazioni spesso del tutto sganciate dalla realtà dei fatti, di sondaggi e cifre che appartengono chiaramente al solo regime dell’allucinazione; questo è il trionfo del format degradato in cui Berlusconi ha trasformato la personalizzazione fictionale della politica italiana.
Raccontare se stesso e scegliere questa focalizzazione ossessiva come epicentro di un romanzo collettivo e nazionale è la chiara strategia berlusconiana, sin dal videomessaggio che annunciava la discesa in campo. Da quel 1994 abbiamo assistito a un reality show continuo che a volte ha edulcorato le situazioni più spiacevoli, in altri momenti ha ribaltato con vertiginosi twist narrativi il più plausibile svolgimento degli eventi. Le variazioni di sceneggiatura di questo format sono centinaia, tutte funzionali a non distogliere gli spettatori dalla centralità del protagonista e a rileggere secondo un preciso punto di vista ogni snodo della recente storia politica e giudiziaria italiana. Il romanzo Una storia italiana, quella novel brianzola infarcita di foto flou e abissi finzionali degni di Lewis Carroll, è stato regalato a tutti gli italiani non per convincerli della bontà della proposta incarnata dal protagonista ma per costruire un racconto condiviso su cui gli (e)lettori potevano specchiarsi, oppure proiettare invidie e rivalse frustrate, speranze autentiche e illusioni disperate. Un romanzo che è, negli anni, divenuto oggetto narrativo trans mediale, indifferentemente tracimato dalla tv ai giornali a ogni ovunque anche solo sfiorato dalla visualità della comunicazione politica.
Ora, in questo frammento visibile su youtube non ci sono davvero altre storie da raccontare, non si scalfisce nemmeno la credibilità di un gesto (il lancio del souvenir, indipendentemente dal bersaglio centrato), eppure si forma un piccolo vuoto accanto al procedimento di appropriazione narrativa compiuta da Berlusconi intorno all’atto compiuto da Tartaglia. L’ossessiva auto centralità, che il premier propone nel suo essere costantemente in scena, non poteva tollerare uno spostamento della figura di narratore. Colpito in viso da un oggetto contundente, il protagonista assoluto non perde il suo status, anzi paradossalmente lo rafforza. Ma a Berlusconi questo non basta. Lui deve essere anche l’autore unico di questa fiction e quindi, nel momento in cui scende dalla macchina e mostra la maschera insanguinata di un uomo anziano e mal truccato, riafferma con prepotenza l’idea che non può essere nessun altro a costruire le svolte narrative di questa storia. Anche a costo di diventare un facilissimo bersaglio per eventuali altri attentatori, Berlusconi ci mette la faccia e rassicura la sua gente, dice che il centro della scena e la cabina di regia continuano a essere di sua esclusiva proprietà. Ecco perché l’inerme montaggio video che circola in rete ha comunque un forte valore disvelatore: perché pur costruendo (probabilmente) solo un’altra costola di fiction, una sorta di spin off quasi fantapolitico, è un frammento di accecante realismo quando lascia intravedere il suo fuori campo. Il suo oltre.
Proviamo a spiegarlo.
Ammettiamo che sia vero quello che postula questo anonimo montaggio, e cioè che Berlusconi non sia stato colpito dal souvenir e che tutta la messa in scena dell’attentato sia, appunto, una rappresentazione di un fatto che non è realmente accaduto così come ce lo hanno raccontato. A chi servirebbe una commedia sanguinolenta come questa? Ovviamente solo alla vittima, al martire, che così avrebbe facile gioco nell’accusare le parti avverse, i complotti tra politici, magistrati e giornalisti accecati dall’odio nei suoi confronti. La vittima del lancio del duomo, messo subito fuori campo l’attentatore, derubricata la sua funzione a quella di anonima spalla, sarebbe l’unico a trarre vantaggio dalla violenza subita diventando agli occhi degli elettori il superstite di una campagna violenta in cui Tartaglia è solo l’ultimo (in ordine temporale) dei sicari che stanno attentando alla vita del premier. Se tutto fosse così smaccatamente falso, tutta la farsa del sangue finto e della security connivente, allora Berlusconi avrebbe costruito questa rappresentazione volgare solo per aumentare il proprio potere e il proprio ascendente sul suo popolo, esasperando ancor di più animi già tesi, isolando i violenti e i fomentatori, ammorbidendo le relazioni con le «più responsabili forze dell’opposizione». Se tutta questa faccenda, dunque, fosse un racconto sceneggiato da servizi segreti, tv e strateghi della tensione, l’obiettivo sarebbe esattamente coincidente con quello preso di mira dall’apparato mediatico e narrativo che supporta Berlusconi già due minuti dopo il suo ferimento. È esattamente lo stesso risultato raggiunto con l’attentato «vero», cioè con Tartaglia che si improvvisa pallanuotista, muove avanti e indietro il braccio, mira e colpisce Berlusconi. La fine dell’evento sancisce il raggiungimento di un fine, cioè il martirio del capo che diventa grottescamente indifferente al reale svolgimento dei fatti. Se la ricostruzione dell’evento è quella del video complottista oppure è quella accettata da tutti i media ufficiali, la conseguenza è immutata: ingigantimento della figura di vittima dell’eroico Berlusconi («è un vecchio leone», hanno rassicurato i suoi cicchitti e capezzoni), abbassamento dei toni nella dialettica maggioranza-opposizione, attenzione dell’opinione pubblica virata sui denti o il naso del premier, attendibilità di Spatuzza congelata nel freezer prenatalizio, processi milanesi retrocessi nello stand-by dell’attenzione collettiva. E poi, con i tempi drammaturgici più prevedibili, il perdono nei confronti di Tartaglia. Il perdono, prevedibile come i botti di capodanno, è gesto che rimane sulla carta, un’altra medaglia che il capo appunta sulla sua immaginetta santificata .
Questo accade perché, prescindendo dalla contingenza dell’attentato, Berlusconi ormai continua a costruire storie quasi con il pilota automatico, limitandosi ad aggiungere capitoli su capitoli che non alterano l’equilibrio dell’intero racconto; chi gli si oppone (o dovrebbe opporsi alla deriva da lui cavalcata) fatica non tanto a trovare proposte politiche alternative e/o convincenti, quanto a immaginare modelli differenti di gestione narrativa del reale. Lo slogan della campagna di Bersani per le primarie del PD era preso in prestito da una canzone di Vasco Rossi e recitava «un senso a questa storia». Forse, a dispetto di uno slogan che è più letterale di quando mi piacerebbe credere, è proprio questo quello che manca nella politica e nella società italiana: una forte sterzata capace di invertire il senso di questa storia, di alterarne la direzione, di immaginare un reboot che azzeri le logiche narrative dettate dall’autore (e interprete) unico che oggi occupa la scena. È proprio la capacità di fondare altre narrazioni la cornice imprescindibile che sfugge all’opposizione italiana, anche se sui singoli problemi o casi è evidente che Berlusconi sia indifendibile o addirittura pericoloso per gli equilibri sociali del paese. Guardare e riguardare il video del presunto falso attentato non convince della possibilità che lascia intravedere; è un diversivo ipotetico che aggiunge una possibile finzione a uno snodarsi narrativo integralmente funzionale. Una variazione sul tema che non crea livelli paralleli di realtà, che non lavora sugli «and if…» che sostanziano qualsiasi teoria complottista. La strategia berlusconiana ha saturato tutte le possibili alterazioni del piano di realtà, e il differenziato svolgimento dei fatti porta comunque all’esito unico. Indifferente e prestabilito.

Commenti
3 Commenti a “Una (sola) storia italiana”
  1. Mauro scrive:

    ecco

  2. Eva scrive:

    Di quei giorni ho un terribile ricordo: due operai su un autobus che si lamentavano delle difficoltà economiche e che, arrivati a lamentele verso il governo, hanno preferito abbassare la voce, fino a ridurla ad un bisbiglio. Se si è trattato di un “attentato alla democrazia”, quello del Duomo ha davvero centrato il bersaglio.
    Eva

  3. ariversa scrive:

    costruire altre narrazioni, per farlo ci vuole immaginazione collettiva. forse è il caso di cominciare a lavorarci. o no?

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