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Una storia familiare

Prosegue la rubrica a cura di Luca Romano in cui l’autore recupera e approfondisce libri che abbiano almeno tre mesi di vita. Stavolta è il turno di Una storia nera (Mondadori) di Antonella Lattanzi. (Fonte foto)

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Nel 1957 Bataille scrive un ambizioso volume nel quale cerca di mettere in relazione la Letteratura e il Male, in questo testo affronta principalmente alcuni autori, mostrando come spesso sia dal concetto etico-morale di male che da quello di colpa, scaturiscano lo stile e la materia che potremmo definire letteraria.

Nel capitolo dedicato a Emily Brontë, Bataille scrive:

Parlando di Emily Brontë, devo portare fino alle estreme conclusioni un’affermazione fondamentale.
Credo che l’erotismo sia la conferma della vita fin dentro la morte. La sessualità implica la morte, non soltanto nel senso che i nuovi nati continuano e sostituiscono gli scomparsi, ma anche perché mette in gioco la vita dell’essere che si riproduce. Riprodursi significa scomparire, e gli esseri asessuati più semplici si riducono nel riprodursi. […] Nessun animale può accedere alla riproduzione sessuata senza abbandonarsi a quel movimento la cui forma compiuta è la morte. In ogni caso, fondamento dell’effusione sessuale è la negazione dell’isolamento dell’io, che conosce il pieno soddisfacimento soltanto estenuandosi, oltrepassando se stesso nell’abbraccio in cui la solitudine dell’essere si perde.

In che misura possano entrare in rapporto la vita e la morte attraverso il sesso è il tema fondamentale sul quale Bataille insiste, e insiste per mostrare l’intrecciarsi necessario tra bene e male, che è lo stesso intrecciarsi necessario tra persone, diverse e separate. Ciò che genera il discorso di Bataille è una percezione sociale dei concetti etici che si applica su una realtà ben più complessa, dalla quale è difficile discernere dove finisce la vita e inizia la morte, dove finisce il concetto di bene e inizia quello di male.

Al discorso di Bataille però si deve aggiungere un altro tassello fondamentale, che è il momento nel quale, all’interno della letteratura, come al suo esterno, il bene e il male siano irriconoscibili e indistinguibili nettamente. Questo passaggio lo riconosce lo stesso filosofo francese nel momento in cui analizza la trasgressione di Heathcliff in Cime Tempestose.

Ma in caso di Emily Brontë analizzato da Bataille è solo uno dei numerosi esempi davanti ai quali ci conduce la letteratura, mostrandoci tutte le difficoltà morali ed etiche del giudizio.

In questo contesto narrativo bisogna collocare Una Storia Nera di Antonella Lattanzi, innanzitutto perché è un romanzo che affronta il rapporto tra bene e male non distinguendoli in maniera netta, in secondo luogo non solo perché “mette in gioco la vita dell’essere che si riproduce”, ma anche perché “i nuovi nati continuano e sostituiscono gli scomparsi”. Bataille può essere utilizzato come una guida attraverso la quale sarà necessario muoversi per comprendere la struttura del romanzo, la costruzione dei personaggi e alcuni elementi di tipo etico-sociale.

Il primo passo da compiere, quindi, è andare a scavare nella storia raccontata per mettere in mostra il limite tra il bene e il male. Antonella Lattanzi scrive, ormai sul finire del libro:

Voi lo sapete perfettamente quello che pensate? quello che volete? Voi potete dividere tutto con certezza, giusto o sbagliato, sì e no, questo e quello? Se voi potete io vi invidio con tutte le mie forze.
Il fatto è che io e Vito eravamo simili. Avevamo lo stesso modo di amare. Se avessi avuto la sua stessa forza forse anch’io avrei reagito come reagiva lui. Eravamo rabbiosi, passionali, innamoratissimi, e ci odiavamo da morire. Lo eravamo entrambi, da prima di conoscerci. Sono rimasta con lui tutto questo tempo perché, nel profondo, sapevo che ero come lui.

Qui sta parlando Carla, protagonista del libro e moglie di Vito. La storia raccontata da Antonella Lattanzi vortica attorno a una famiglia e in particolare a ciò che accade a questa famiglia dopo la cena di compleanno di Mara, figlia più piccola, diverso tempo dopo il divorzio dei genitori. La tensione stilistica che si costruisce, capitolo dopo capitolo, non consente di approfondire la storia senza mostrare il tutto, ogni particolare narrato confluisce nell’interpretazione degli eventi. Di volta in volta però ogni singolo personaggio descritto acquista una sua autonomia estetica, a partire da Nicola e Rosa, i due figli più grandi di Carla e Vito, sino ad arrivare a Milena e Manuel, i rispettivi amanti dei protagonisti. In ogni caso Vito dopo la cena di compleanno scompare e da lì iniziano le ricerche per comprendere l’accaduto.

Per affrontare, però, il rapporto tra bene e male è necessario anche comprenderne la portata, capire quali personaggi o quali comportamenti posseggono le caratteristiche necessarie per esser considerati buoni (o cattivi). In questo Antonella Lattanzi non aiuta il lettore, che al contrario si trova davanti dei contesti nei quali ogni personaggio possiede una porzione di bene, o una porzione di male fatto, inoltre questi contesti sono spesso anticipati da elementi estranei alla narrazione. È il caso dei gabbiani romani che appaiono in diverse situazioni e sono in grado di preannunciare la struttura etica degli avvenimenti:

Fuori dalla finestra chiusa garrivano forte i gabbiani. Lei sudava, il caldo stringeva la gola, e li guardava. Volavano basso davanti alla finestra, come in tondo, si allontanavano per qualche attimo, tornavano. Garrivano, la puntavano con gli occhi minacciosi. Lei li guardava. Uno di loro si fiondò contro il vetro come per irrompere nella stanza. Il vetro non si ruppe. Il gabbiano si schiantò addosso con un rumore come un colpo di fucile. Lei sussultò e scattò in piedi.

Qui il contesto anticipa e mostra gli avvenimenti e lo fa attraverso gli animali, ma avviene un’operazione simile anche con il clima. Al caldo che stringe la gola legato alle ricerche compiute per trovare Vito, segue, risolto in parte l’enigma della scomparsa, un cambio di clima:

Poi, a crepare l’afa claustrofobica, arrivò un giorno di pioggia. Il cielo era nero e tumultuoso, era il 20 agosto e la città si allagava, rigagnoli di pioggia si facevano d’un colpo torrenti e inghiottivano le auto, autobus e tram ristagnavano nell’acqua, immobili, il Tevere ribolliva e si ingrossava e ogni tanto balenava, dietro le nuvole, un sole improvvisamente freddo. Era l’alba.

Le circostanze mostrano al lettore come affrontare le situazioni di lì a poco narrate, anche in funzione di quelli che poi, procedendo con la lettura, emergono come i temi che muovono tutta la ricerca estetica del romanzo: la famiglia e la violenza. Seguendo la traccia lasciata da Bataille sui “nuovi nati continuano e sostituiscono gli scomparsi, ma anche perché [la sessualità] mette in gioco la vita dell’essere che si riproduce”, bisogna affrontare la specularità delle figure di Carla e Vito rispetto ai figli Nicola e Rosa:

 Nicola accarezza piano la testolina di Mara. «E se», Rosa si girò di colpo, «se avesse ragione zia Mimma? Se avessero ragione loro? […]»
Lui sollevò lo sguardo verso di lei, e c’era un oceano di buio.
«Perché non hai chiamato me.»
«Perché tu sei cambiato», ed erano le parole di sua madre, e lei era Carla, e lui era Vito. «E io ho paura. Di te.»

In questo modo Antonella Lattanzi mostra la trasformazione del figlio in padre e della figlia in madre, concetto che viene ribadito in diverse circostanze utili a comprendere la struttura che si ripete, che mostra un’idea di famiglia e di educazione. In Una storia nera non viene messa in scena una critica strutturata alla famiglia, come ad esempio ha fatto Moravia all’interno dei suoi romanzi e nelle sue interviste, tuttavia la messa in discussione della struttura familiare è evidente, i personaggi dei due figli maggiori ereditano ed elaborano parte delle problematiche genitoriali. Diventa qui centrale il tema dell’educazione, i gesti violenti del padre diventano i gesti violenti del figlio. La sorella percepisce nel padre il figlio e lei stessa diventa la madre. Il modello educativo è nel gesto, non solo nel contesto, e questo Antonella Lattanzi lo mostra diverse volte, come ad esempio dopo la caduta dallo scivolo della sorella più piccola e la corsa in ospedale:

La sala d’attesa del pronto soccorso. Muro marroncino chiaro. Sedie marroni. Rosa con la testa tra le mani, tutta sporca di sangue. Una porta si aprì. Uscì un infermiere in ciabatte: «Lei è la madre?»

Questo passaggio dai figli ai genitori, da ciò che è giusto a ciò che è sbagliato, mostra con forza la capacità di lavorare sui problemi etici e morali con la consapevolezza di star lavorando su un materiale letterario di lunga tradizione, in questo senso ereditando anche dalla letteratura di genere le strutture orientate alla gestione della tensione che si crea nella ricerca del colpevole della scomparsa di Vito, fino alla tensione della giustizia legale: l’interruzione degli avvenimenti, l’intrecciarsi di due (o più) filoni narrativi che confluiscono in una storia unica, la capacità di posizionare gli elementi al fine di renderli utili nella narrazione. Tutto questo lavorare sulla tradizione di genere è evidente sin dall’incipit del libro

Dopo prese il telefono, «pronto Manuel» disse. «Manuel, pronto, sono io. Ho paura Manuel».
«Perché» chiese Manuel con una voce che le fece pena, prima di conoscerla Manuel non aveva mai avuto una voce così.

Queste prime parole del romanzo proiettano già il lettore in un dopo del quale non si conosce il prima, non si sa chi sia lei, né chi sia Manuel.
A questa struttura di genere Antonella Lattanzi aggiunge una voce che emerge quasi nella forma del coro, che è la voce che riporta i lettori sul piano televisivo e spettacolare:

Non aveva nemmeno aspettato l’arrivo dell’avvocato, né si era avvalsa della facoltà di non rispondere. Non era stata inchiodata da nessuna prova schiacciante, non c’era stato nessuno che l’avesse fatta crollare – Tutte parole che le comparivano in testa ora, in lampi, come quando era incinta di sua figlia e un giorno, senza preavviso, stava passeggiando, aveva sentito degli scoppi nella testa prima di cadere giù, svenuta, il suo uomo l’aveva presa al volo e l’aveva curata dolcemente, per giorni. Parole che non erano della vita vera, erano dei film, c’era un mondo reale e un mondo dell’immaginazione, tutti lo sapevano.

Antonella Lattanzi riesce a costruire un romanzo estremamente stratificato, che esonda la letteratura di genere e lavora ai margini di due temi principali: quello della famiglia e quello della violenza, che è anche violenza contro le donne, ma si può considerare come uno strumento quasi sociale, che, per tornare a Bataille, confluisce in quella pulsione erotica per la quale «Nessun animale può accedere alla riproduzione sessuata senza abbandonarsi a quel movimento la cui forma compiuta è la morte».

Luca Romano è nato nel 1985 a Bari dove insegna filosofia ai bambini. Scrive di letteratura e filosofia per Huffington Post Italia, Finzioni Magazine e Logoi.ph.
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