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“Una storia nera”: un estratto

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È in libreria Una storia nera, il nuovo romanzo di Antonella Lattanzi (Mondadori): ne pubblichiamo un estratto e vi segnaliamo due incontri con l’autrice: oggi, lunedì 3 aprile, alle 18.30 da Feltrinelli Duomo a Milano con Daria Bignardi; martedì 11 aprile alle 18.30 da Feltrinelli Galleria Colonna a Roma con Florinda Fiamma, Valerio Mastandrea e Elena Stancanelli.

Svegliàti uno a uno prima dell’alba dallo squillo del telefono, Carla – che dormiva stretta a Mara, a cercare rassicurazione –, Rosa – stretta anche lei nel letto della madre –, Nicola – che al suono del telefono balzò su come uno che gli stanno tenendo giù la testa e sta affogando –, Livia – che si svegliò di rimando, si guardò intorno, sognava di stare in mezzo al deserto, aveva così tanta sete –, Nuccia, la donna delle pulizie di Vito – in camicia da notte nel letto con suo marito Gianni, si sedette di colpo e s’infilò le pantofole mentre rispondeva –, Roberto e Marco – gli unici due colleghi che Vito aveva presentato alla famiglia –, risposero tutti tra il sonno e la paura: Non lo so.

Non lo sapevano dove stava Vito, dissero, del resto non si sentiva solo dalla mattina o forse dalla notte precedente, avevano sonno, in particolare Roberto e Marco, avevano fidanzate, mogli, forse amanti, e figli che dormivano.

Ma Mimma continuava e a un certo punto disse al marito: «Chiamiamo quella donna». Dovette fare appello a tutto il suo buonsenso innanzitutto per chiamarla, e poi per non insultarla. «Pronto. Sei Milena.»
«Sì, chi parla.»
«Mamma» si sentì una voce.
«Lo so che c’hai anche una figlia, che ti credi. C’hai pure una figlia. Ma come ti permetti.»
«Ma cosa mi permetto cosa, scusi, ma chi parla.»
«Mamma, chi è?»
«Niente tesoro dormi, stai tranquilla Paola, vai a dormire.»
«Dove sta mio fratello?»
«Lei è Mimma?»
«Guarda che io so tutto. Dimmi dove sta.»
«Ma non lo so signora, lo sto cercando anch’io, sono molto preoccupa…»
«Vipera. Almeno statti zitta.» Su queste parole albeggiò.
«Che vuole da me?»
«Mamma! Chi è», la voce si era fatta più vicina.
«È ancora presto tesoro, torna a dormire.»
«Quella poverallèi di tua figlia lo sa che ti fotti gli uomini sposati?»
«Ma signora, ma come si…»
«Lo sappiamo che sai dove sta, mica siamo deficienti, parla!»
«Adesso basta signora, io la…»
«Se scopro che sta con te ti mangio la faccia.»

La cucina era ancora buia ma fuori c’era già la luce. Si alzava stanca, affannata nell’afa, tentava di farsi largo tra i vicoli del quartiere Monti sbuffando e a spallate, ma come ogni giorno era destinata alla disfatta. La cucina non era una cucina, era un corridoio con quattro fornelli, un piano da lavoro, un tavolino bianco traballante schiacciato contro il muro dove non si stava nemmeno in due, ma loro due si sedevano tutti i giorni là, schiacciate contro il muro; sul muro, in quel punto, c’erano gli schizzi di cibo che si alzavano dai piatti, non bastava l’olio di gomito per mandarli via. Oltre la cucina e la camera da letto c’era una stanza minuscola che faceva da ingresso. Loro due lo chiamavano salotto, ma era un tinello buio, se ci mettevi un tavolo, o anche solo un paio di sedie, non c’era più posto per alzarsi, per sedersi. Si sedevano al tavolino in cucina a colazione, a pranzo, a cena, tutti i giorni, poi Paola si attaccava alla finestra, vivevano in un appartamento subito sotto il livello della strada, si metteva a guardare le gambe dei turisti che passavano.

La casa era di Milena, e prima di Milena di suo padre, e prima di suo padre del padre di suo padre, quando Monti era ancora una zona popolare che se ci passavi e non ci eri nato ti guardavano tutti dai palazzi. Poi negli ultimi decenni era diventato un quartiere molto chic, Paola usciva di casa e voleva essere una turista, un’artista, una ricca proprietaria, guardare Roma e i Fori dalle terrazze di Monti e avere per fidanzato lo svogliato rampollo di una famiglia facoltosa.

Milena appoggiò il cordless sul tavolino bianco e sorrise a Paola.
«Niente» disse, «avevano sbagliato. Torna a letto.»
«Ma che dici mà», Paola si sedette. «Dimmi chi era.»

Entrò un filo di luce, scivolò quatto sotto la portafinestra come fosse acqua, poi si ritrasse. Madre e figlia lo guardarono andar via.

«Niente», Milena si alzò, prese la caffettiera, la smontò, buttò la posa nel cestino con un soffio, china, si rialzò, poggiò la caffettiera smontata sul piano da lavoro, allungò una mano e prese il barattolo del caffè. Cominciò a riempirla.
«Dài mamma», Paola prese il cordless e lo fissò, poi lo rimise giù. «Non sono una bambina.»
«Non hai più sonno?», chiuse la caffettiera. La mise sul fuoco. Accese il gas.
«Chi era?»
«Lo vuoi anche tu il caffè?»
«Chiamavano per Vito?»
«Che vuoi mangiare?»
«Se n’è andato, vero? Non lo rivedremo più.»
«Latte ne vuoi?», si chinò a prenderlo dal piccolo frigo incastrato sotto il piano da lavoro, un frigo basso e inutile come quelli che ci sono negli alberghi.
«Ci ha abbandonate, vero?»
Milena poggiò il latte sul tavolino bianco, «Vuoi i cereali?».
«Mi dici chi cazzo era?» Paola sbatté un pugno sul tavolino e venne su il caffè.

Milena prese il cellulare, cercò un nome, fece partire la chiamata, la casa era umida, si bloccò il cellulare tra collo e spalla e andò in camera a rifare il letto dove dormiva con sua figlia, gabbiani a branchi lì fuori lanciarono urla disumane e col cellulare che si bagnava di sudore contro la guancia Milena aspettò, non riuscì a controllare un sorriso.

Antonella Lattanzi (1979) ha pubblicato con Einaudi i romanzi Devozione (2010), vincitore del premio Cesare De Lollis e del premio Falerno, e Prima che tu mi tradisca (2013). Un suo racconto è apparso nell’antologia L’età della febbre (minimum fax 2015) a cura di Christian Raimo e Alessandro Gazoia.

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