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Necessità di una terza via (tra Renzi e Grillo)

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Questo articolo è tratto da “Lo straniero” n. 165 (marzo 2014) in uscita in questi giorni in  libreria. Sul numero di marzo è possibile leggere, tra l’altro, una lunga intervista a GiPi, un saggio di Juan Villoro su Roberto Bolaño, articoli su Emma Dante, Martin Scorsese, Svetlana Aleksievich, Slawomir Mrozek, un reportage di Neliana Tersigni dall’Egitto.

Il più grande affresco politico-parlamentare che descrive lo stallo dell’Italia attuale è stato scritto quasi un secolo fa da Federico De Roberto. Si tratta di L’imperio, romanzo incompiuto, uscito postumo nel 1929 e ora disponibile nella Bur, cui lo scrittore catanese lavorò per lunghissimo tempo, senza venirne definitivamente a capo, tanto complessa e molle era la materia che aveva deciso di narrare.

Il cuore dell’Imperio (che in una sorta di continuazione dei Vicerè narra le gesta del principino Consalvo Uzeda di Francalanza, neodeputato in ascesa, tra i meandri e i rigagnoli di una capitale politica infetta) è tutto nella descrizione impietosa della macchina del trasformismo. A De Roberto non importa raccontare solo il trasformismo in senso stretto, quello storicamente situato negli ultimi decenni dell’Ottocento, bensì un trasformismo più profondo, autobiografia della nazione, sua inevitabile impalcatura. Il pargolo degli Uzeda è l’emblema dell’arrivismo, della separatezza di una sfera politica avvitata su se stessa, dell’azione parlamentare volta alla pura sussistenza della medesima azione parlamentare, senza alcun reale affanno non solo per la trasformazione del paese ma anche per la sua semplice amministrazione. È ovvio che ai cento, mille Uzeda, nobili e meno nobili, non interessi alcun cambiamento sostanziale. Meno ovvio è constatare che in realtà non abbiano la benché minima preoccupazione neanche per il governo della nazione, per la gravità ultima del potere: l’unica cosa che realmente gli importi è frequentare la sua anticamera, necessario grimaldello per allargare le basi del proprio sotto-potere, del proprio spazio di mediazione, all’insegna di un narcisismo ipercinetico quanto immobile.

Il naturale palcoscenico di tutto questo è quello che oggi definiremmo il “governo delle larghe intese” ante litteram, il primo di innumerevoli tentativi di governo delle larghe intese, che uno dei personaggi disincantati del libro descrive così: “Due partiti che da anni e anni si combattono, si dilaniano, si calunniano, adesso, guardandosi in faccia, cominciano a pensare che forse, in fondo, non c’è tra loro nessuna differenza. Quando la Sinistra non aveva ancora fatto l’esperimento del potere, era difficile, sì, che quest’idea venisse in mente a qualcuno: ma ora?”

Su questo sistema che si chiude in sé, allontanandosi dal paese reale, si staglia lo sguardo dell’altro protagonista del romanzo, Ranaldi, ghost-writer del principe Uzeda, e cronista parlamentare per le pagine del giornale da lui fondato e finanziato, che dopo molti anni in cui ha respirato l’area mefitica di quel mondo abbandona schifato Roma per far ritorno al Sud. In uno sconsolato monologo finale ammette che l’unica opposizione possibile a tale sistema è la sua distruzione. Prima o poi, auspica quasi delirando, prenderà piede un nuovo movimento di distruttori: “perché faranno saltare a pezzo a pezzo il mondo si chiameranno geoclasti.”

Qui De Roberto coglie qualcosa di molto profondo, e di molto vero, anche nell’Italia odierna. L’alternativa alle larghe intese, al trasformismo, alla corruzione, alla crisi della sinistra, nell’Italia di ieri come in quella di oggi, non è data dalla rivoluzione, dal socialismo, da una volontà di cambiamento alla luce del sole, bensì da una tetra pulsione autodistruttiva e anti-sistema. E non serve cogliere la straordinaria assonanza tra la “geoclastia” dei distruttori di De Roberto e Gaia un nuovo ordine mondiale, il video del guru dei Cinque stelle Gianroberto Casaleggio che gira su Youtube…

Il punto è un altro: la tenaglia tra sistema bloccato e furia populista sembra non lasciare spazio a una terza via, oggi come ieri. È vero in Italia, ed è vero ormai anche su scala europea. Da una parte c’è una tecnocrazia che nella migliore delle ipotesi si limita ad amministrare l’esistente, gestendo le politiche di austerità. Dall’altra un malessere che cresce e confluisce nella voglia di forca e di giustizialismo, nella distruzione della casta politica (ma mai delle vere oligarchie che hanno in mano le redini dell’economia) e, nei casi estremi, nella solita individuazione di capri espiatori e nemici interni. Tra questi due bracci sembra non esserci alternativa, e l’Italia è ancora una volta il paese occidentale in cui una nuova tendenza si è fatta laboratorio prima che altrove.

È come se la lunga serie di governi delle larghe intese dal novembre 2011 a oggi (tutti fondati in un modo o nell’altro sulla non-liquidazione del berlusconismo) e le spacconate dei grillini si tengano insieme. Questi ultimi si vedono come l’unica forma di opposizione politica possibile (per quanto irreggimentata in una struttura comico-autoritaria, allergica alla prassi democratica). Gli altri si vedono come l’unico possibile baluardo del sistema, e intravedono nella furia di chi vuole distruggere tutto senza nulla cambiare una delle proprie principali ragion d’essere: la necessità, cioè, di rimanere al proprio posto.

Intendiamoci: il parlamento uscito dalle ultime elezioni è davvero bloccato, così come è, tripartito tra le tre principali forze politiche; e, d’altro canto, la giusta soluzione non è certo una legge elettorale che conceda un ampio premio di maggioranza a chiunque vinca, anche con pochi voti. Tuttavia questa situazione legittima tutti coloro che vedono nel blocco, o quanto meno nell’allontanare il ritorno al voto, una rendita di posizione su cui lucrare – anche quando apparentemente si agitano molto o gridano al golpe.

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Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
2 Commenti a “Necessità di una terza via (tra Renzi e Grillo)”
  1. ste scrive:

    Ottimo il riferimento a De Roberto. Ottima anche la descrizione della politica italiana. La tecnocrazia imposta dall’Europa è insensata tanto quanto gli sproloqui di Grillo o i video che girano su youtube sul gruppo Bilderberg.
    Intanto fuori dal nostro continente ci vedono come un macchinone, non solo l’Italia, ma l’Europa intera, incapace di prendere una posizione, una sorta di grande elefante immobilizzato dalle sue stesse leggi.
    Mi chiedo se c’è oggi un romanziere che in modo diretto affronti tutti questi problemi…

  2. Carlo scrive:

    Concordo pienamente, ma perchè parlare di una terza via? oltre ad evocare precedenti negativi, dà un’idea sbagliata. Non di Terza via si tratta, ma della sola, vera alternativa di sinistra, incarnata da Tsipras e dalle persone e dalle forze che vi si richiamano.

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