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Underland, il viaggio nel tempo profondo di Robert Macfarlane

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Che cosa sappiamo dei segreti che il mondo custodisce sotto ai nostri piedi? I viaggi affascinanti di esplorazione del sottosuolo dello scrittore Robert Macfarlane, nato a Oxford, classe 1976, critico letterario e docente all’Emmanuel College di Cambridge, sono animati da questa domanda.

Underland, un viaggio nel tempo profondo (Einaudi, 417 pagine, 22 euro traduzione di Duccio Sacchi), insignito del National Outdoor Book Award e inserito tra i migliori libri dell’anno dalle principali testate internazionali, è cominciato a nascere nel 2010. Macfarlane si è soffermato su quattro eventi, che in sequenza da quell’anno ci hanno ricordato la connessione ineludibile tra ciò che è sopra e sotto la superficie terrestre: il terremoto di Haiti, il disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, l’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökull e la vicenda dei trentatré minatori cileni intrappolati nella miniera di oro e rame di San José nel deserto di Atacama.

Dalle catacombe a Parigi, all’altopiano del Carso spingendosi fino alle remote Isole Lofoten, Macfarlane con una grande capacità descrittiva indaga questo legame e le implicazioni ambientali cruciali della nostra epoca: «In tutte le culture e nella storia della nostra specie, il regno dell’oscurità e della profondità, che giace sotto di noi, appena percepito ma enormemente potente, ricorrono tre funzioni: proteggere le cose preziose (i corpi delle persone amate, sostanze preziose, esistenze fragili), produrre le cose pregiate (informazioni, ricchezza, visioni) ed eliminare le cose nocive (scorie, traumi, segreti)».

L’autore ribalta la visione culturale che limita gli spazi sotterranei all’idea di paura. Nelle sue pagine il sottosuolo è un luogo di protezione e svelamento: «Le associazioni culturali dominanti del sottosuolo evocano l’orrore e il disgusto. È una sorpresa, anzi un paradosso, pensarlo come un luogo di rivelazione e protezione, anche se questo è ciò che ho cercato di fare nel libro. Nel mondo di sotto riponiamo da sempre ciò che temiamo e desideriamo perdere e ciò che amiamo e desideriamo salvare».

I viaggi di Macfarlane sono ricchi di incontri, talvolta nascono proprio da suggestioni. Nel 2014 Luciano Comoy, poi trovato in Italia, gli scrisse e lo colpì con una lettera sulla storia del Carso. «Aveva letto il mio libro Le antiche vie (Einaudi) e mi ha invitato – spiega il britannico –. Nel 2014 mi descrisse una regione calcarea di doline e voragini in cui politica, storia, mitologia e geologia si combinavano in modo complesso tra loro; un paesaggio di un milione di grotte, dove le battaglie erano state combattute all’interno delle montagne e dove un “fiume senza stelle” scorreva a mille piedi sotto la superficie».

Il sogno del fiume Timavo è uno dei capitoli più avvincenti, ma di che cosa si tratta? «Il miraggio è di mapparne e percorrerne l’intera lunghezza, comprese le molte miglia sotto la superficie del Carso, prima di sfociare nell’Adriatico – sottolinea Macfarlane che si è avventurato lì –. Si tratta di un sogno impossibile. Questa è una delle ragioni potenti di Underland: il fascino pericoloso dell’impossibilità di esplorare completamente il mondo sotterraneo».

Underland trasmette al lettore sensazioni di profondo stupore come davanti all’arte rupestre riemersa nelle Isole Lofoten: «Ho provato soggezione, sollievo, stanchezza. Il viaggio invernale per raggiungere questa vasta grotta marina sulla costa artica disabitata dell’arcipelago delle Lofoten è stato così duro e inaspettatamente pericoloso, che ho pianto, dopo aver varcato la soglia della grotta e ammirato i Danzatori rossi, dipinti lì sulle sue pareti probabilmente duemila anni fa».

Nell’oscurità si cela tanta bellezza, che Macfarlane descrive così: «Le visioni nell’ombra. La materia oscura intravista un miglio sotto la terra. La diminuzione della vista e la celebrazione del tatto, del profumo, dell’udito. Lo stupore del ritorno al mondo di luce, colore e movimento in superficie, che è una rinascita».

Macfarlane tradisce la fascinazione per il mutualismo biologico come modello o ispirazione per le relazioni umane, osservando la comunicazione fra le foreste che è un aspetto centrale della narrazione. «Ormai non posso camminare tra gli alberi senza che la mia mente sia attratta verso il basso, verso la vasta rete invisibile di micorriza che unisce ogni albero in foreste intercomunicanti – racconta –. Gli alberi sono socievoli; comunicano tra di loro con segnali chimici sia nell’aria sia sottoterra. Si mantengono in vita grazie a sistemi immunitari condivisi e allo scambio di cibo e medicine mediante connessioni fungine».

Il “tempo profondo”, evocato da Macfarlane, corrisponde alle distese geologiche del passato e del futuro che si estendono dietro e lontano dal presente. Nel considerarle ci rendono umili e schiacciano. Underland sostiene un “tempo profondo etico”. Pensare al tempo profondo può essere un modo non tanto di sottrarci al nostro inquieto presente quanto piuttosto di ripensarlo; contrapponendo alle sue rapide furie, storie più antiche e più lente di costruzione e distruzione. Questa consapevolezza potrebbe contribuire a considerarci parte di una rete di doni, acquisizioni e lasciti che si estende per milioni di anni. Contemplarci in questa dimensione più vasta dovrebbe spingere ad assumere un senso di responsabilità per il presente e per l’eredità che lasceremo come comunità.

La ricchezza del sottosuolo è essenziale per la vita in superficie. L’ispirazione di Underland è legata anche all’impatto epocale dell’industria estrattiva: «Gli esseri umani hanno perforato più di cinquanta milioni di chilometri di pozzi petroliferi. Hanno rimosso le cime di intere creste montuose per raggiungere il carbone che contengono. Hanno scavato miniere in profondità nei massicci e nel mare. La tecnologia ci ha reso immensi agenti geologici, incidendo nel sottosuolo a un costo enorme e incorrendo in conseguenze in gran parte non misurate».

Macfarlane ha letteralmente sfidato la claustrofobia: «È qualcosa di avvincente. Nei viaggi ho ricorso alla forza fisica pura per misurarmi con essa. Il momento più claustrofobico che ho vissuto – molto al di sotto delle strade di Parigi, intrappolato in una morsa di pietra calcarea – non è qualcosa che vorrei ripetere…Soffermandosi su quelle pagine, molti lettori mi hanno scritto che hanno dovuto riporre il libro e uscire per mirare un cielo limpido».

È una paura della nostra epoca? «Sì, mi sembra la fobia dell’Antropocene colpito dalla crisi; il senso del tempo e dello spazio che si stanno esaurendo – asserisce lo scrittore –. La sensazione si è solo intensificata da quando è arrivato il COVID-19. Sulla scia della pandemia e della crisi climatica dobbiamo collaborare per costruire la nostra prossima casa ed evitare quella che EO Wilson chiama L’era della solitudine».

In Underland risuona una domanda: saremo ricordati come dei buoni antenati? «La risposta ora è no. L’Antropocene è il periodo dell’ecologia ferita, delle risorse in esaurimento e della scarsità nella quale annaspa la nostra specie. Si è ridotta la capacità di pensare a lungo termine».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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