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Undici impressioni parigine (Reisebilder)

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di Massimiliano Malavasi (foto nel testo di Massimiliano Malavasi e Sarah Fogagnoli)

1) Apprendistato di giovani dèi

La BibliothéqueNationale de France, nel sito di Tolbiac “François Mitterand”, è una sorta di gigantesca piramide a gradoni ricoperti di tavole di legno nelle cui profondità vengono inabissati gli studiosi tra i loro libri polverosi. In cima invece, sulla spianata della mastaba moderna, si innalzano le quattro gigantesche torri di vetro dove sono accumulati i volumi.

Ore otto di sera, sull’alta spianata dello ziqqurat di legno. Due bambine mulatte sui sette-otto anni, sulla testa tanti codini ricciuti, un vestito estivo, i sandaletti. Stanno tutte protese, sulla punta dei piedi, la schiena arcuata nello sforzo. Si allungano verso un ragazzino mulatto, un po’ più grande d’età e quindici centimetri più alto di loro. Sono tutti e tre di una bellezza esemplare. Per una sorta di innata ed elegante solennità incarnata a dispetto dell’età tenerissima, si sono disposti in simmetrica armonia, come un trittico di pala d’altare: una per lato, con la mano con le piccole dita tutte tese a copriredi lato la bocca, parlano ciascuna a un orecchio del ragazzino, che tiene la testa piegata all’ingiù per farsi vicino. Si direbbe l’amatissimo, o comunque ammiratissimo cugino, o forse un fratello più grande. Lui ascolta compito, responsabile e serioso. Chissà quali segretissime confidenze di diari e cuori e bacini stanno consegnando alle sue fidatissime orecchie.

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(foto: M.M.)

2) I jihadisti del muretto

Quartiere Goutte d’Or, rue desPoissoniers,una stradina in salita che arriva su Boulevard Barbés, il proseguimento di Boulevard Magenta, poco dopo l’incrocio con Boulevard de la Chapelle. Quella che sembra un tempo essere stata una palestra di periferia. Adesso è una povera e scarna moschea, per quel che si riesce a scorgere passando di fronte all’entrata. Davanti sostano spesso alcuni ragazzi dai venti ai trent’anni, con la veste tradizionale araba, la barbetta a incorniciare il volto, lo sguardo gratuitamente di sfida, il mento alto in segno di scherno: ti fissano per provocarti,magari cercando di esprimere un ostentato disprezzo per la tua infedeltà, per la tua pelle troppo bianca, per la tua decadenza occidentale. Se rispondi con un viso sereno per un istante sembra riflettersi sui loro volti una frustrazione personaleverniciata di una pretesa identità culturale. Un grande cartello alle loro spalle, sul lato dellamoschea, annuncia i lavori di rifacimento dell’edificio di culto, promossi dalla RépubliqueFrançaise.

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(foto: M.M.)

3) Bibliothéque,I: … o taccia per sempre

BibliothéqueNationale de Paris, Site Tolbiac, Rez-de-jardin. Come tutti i luoghi di studio del mondo, anche qui non manca la raccolta del Fondo “A.B.Normal”. La prima è una ragazza di meno di trent’anni, alta e carnosa, un bel volto ovale, i capelli lunghi e raccolti con un piccolo laccio, vestiti semplici e poco vistosi, gli occhi neri e rotondi, sta sempre priva d’una qualunque espressione. Da almeno due settimane ha sempre lo stesso mucchio di libri en dépôt. Si intitolano: Gli uomini non vengono da Marte, Perché gli uomini sposano certe donne e non altre, Come terminare serenamente una storia sentimentale, ecc. Non prende appunti, non ha un computer, non ha un quaderno. Li sfoglia un po’ a caso, sdraiando la guancia sulla mano sorretta dal gomito piegato epuntato sul tavolo, e ogni tanto scoppia in una inquietante e forzata risata. L’illazione dipinge una scena forse un po’ demodé, ma dà proprio l’impressione di una donna che è stata abbandonata sull’altare. Chi sta in biblioteca già da qualche giorno riesce a non muovere la testa quando sente la sua voce. I parvenus alzano un poco lo sguardo e la fissano sgomenti per un breve istante.

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(foto: M.M.)

4) Il sabato del villaggio

Boulevard de Sébastopol, un largo stradone che dal centro città conduce verso la Gare de l’Est, cheperò – per una disordinata geometria urbana – non solo manca di una simmetrica Gare dell’Ovest, ma è anche inopportunamente a pochi metri da quella du Nord. Sabato, nel tardo pomeriggio. Ogni cinquecento metri una colonia di ragazzoni neri poggiati alle macchine parcheggiate, gli occhi fissi sullo smartphone, annoiati e impazienti, camicie sgargianti, pantaloni stretti, quando accennano un movimento sembrano sulla scena di un video di musica hip-hop. Tra di loro si muovono dei ragazzini usciti da un foto dell’Italia degli anni Cinquanta: indossano canottiere bianche e sporche a righe verticali in rilievo, e vendono pannocchie abbrustolite su carrelli del supermercato nei quali hanno posto dei secchi di latta per farne dei bracieri semoventi. Oppure smerciano bibite tenute al fresco in secchi per lavare per terra pieni di acqua e pezzi di ghiaccio. I fratelli maggiori sono lì perché di fronte ci sono enormi saloni di bellezza riservati alle ragazze dalle pelle nera che si stanno facendo belle per loro per la sera che sta per arrivare. Tra poco usciranno con i capelli stirati, le extensions d’un color nero nutria bagnata o di un marrone tipo muflone, le unghie trasformate in piastrelle di ceramica pitturate da un miniatore di manoscritti pop; usciranno inerpicate – come le sorelle d’ogni città d’Occidente – su tacchi impegnativi, con i leggings o i pantaloni attillati. Usciranno in cerca dei ragazzi con un sorriso timoroso ma pieno di speranza. Sognano per loro stesse una bellezza che risiede in una mediata alterità, tra l’innegabile identità della négritude e i miti estetici dei mass media. Il loro sogno d’Afrodite è essere come Beyoncé o come Rihanna. Chissà se è una residua forma di introiettata subalternità sociale o se invece è solo la loro incertezza di adolescenti. Comunque sembrano non vedere la loro strepitosa bellezza di occhi d’un nero lucente, labbra dolci e carnose, corpi pieni eppure slanciati, capelli maravigliosamente irsuti e selvaggi. Ma la vedono quelli che attendevano fuori (quoderat in votis). E anche tutti gli altri.

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(foto: Sarah Fogagnoli)

5) Bibliothéque, II: una specie di albatros

Lei è un’anglista di origini italiane venuta da tempo qui in Francia forse in seguito a un matrimonio. Ci avevo scambiato qualche parola in virtù di un incontro in un crocicchio di italiani avvenuto troppi anni fa alla BritishLibrary di Londra. Non mi pare abbia scritto chissà cosa in questi anni. Non ricordo, a dirla tutta, neanche il suo nome. Quando la conoscevo di vista a Londra era una bella ragazza dallo sguardo cupo e serio, i tratti alteri e profondi, le vesti ricercate ma sobrie ed eleganti, i movimenti felpati e suadenti, l’emblema di una femminilità di alta classe sociale che si proclamava – ancor prima – d’un’eccelsa classe spirituale. Un noli me tangere rivolto a quelli come me, studiosi lavoratori, aspiranti eruditi provenienti dalla piccola borghesia della periferia di una Roma misera e volgare, destinati in fondo a rimanere inadatti al bel mondo dei salotti colti internazionali. I tratti eleganti del volto ancora la fanno riconoscere per bella, ma ora l’anoressia le ha scavato le guance, evidenziato gli zigomi, segnato il viso sotto gli occhi, arretrate nel cranio le pupille. Il male è in fase abbastanza avanzata, dacché la donna ha il passo incerto, traballa, tiene a fatica la posizione eretta. La malattia deve averle in qualche modo cambiato anche l’anima dal momento che invece del mimetico garbo di un tempo ha acquisito una specie di grottesco bisogno di proclamare il suo male: mette camice senza maniche a mostrare l’anatomia di un braccio di ossa, nervi e pelle cadente; veste quasi sempre pantaloni aderenti, lasciando intendere gambe fragili e sottili come spaghetti; per giunta ha spesso delle scarpe con le zeppe alte, e cammina battendo le assi di legno del pavimento, annunciando il suo arrivo con rumore, come uno strano uccello palustre oramai incapace di volare che incede goffamente nel fango del canneto. Sembra quasi in qualche modo tesa nell’esprimere una specie di rimprovero, come se volesse dirci che tutti noi abbiamo la colpa.

Quando l’ho incrociata per la prima volta qui a Parigi non pensavo potesse ricordarsi di me e ho subito distolto lo sguardo. Poi mi sono accorto che i suoi occhi avevano indugiato sul mio volto perché, avendomi riconosciuto, rispondessi in qualche modo al suo sguardo: ancora una volta una specie di saluto non offerto ma preteso. Ho capito a quel punto che temeva lei di non essere più riconoscibile e che forse avrei dovuto comunque salutarla. Ma non l’ho fatto, e non me lo perdono.

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(foto: Sarah Fogagnoli)

 6) Giostrine

15 agosto, nel tardo pomeriggio, nel punto più alto di Rue de Charonne, all’incrocio con Boulevard Ménilmontant. Davanti a un negozio di frutta e verdura che occupa tutto l’angolo del palazzo con la sua barricata di cassette ripiene di merce tutta tonda e colorata. Un uomo e una donna, di circa quarant’anni pensavano di uscire a farsi una paseggiatalenta e rilassata in questo che èthe laziestafternoonof the year. Con loro però c’è laloro bambina la quale invece ha scritturato una complessa sceneggiatura circense. Cerca di guidare il suo triciclo, e già questo con certa fatica, e nel contempo di condurre per mano, come se camminasse al suo fianco, un pelouchedi un bel cangurogrande quasi come lei;e inoltre vorrebbe tenere in equilibrio una specie di lombrico in legno con le rotelline legato con una cordicella dietro al triciclo. La coreografia in movimento è decisamente troppo complicata e il lombrico di legno si ribalta di continuo, il pelouche finisce per strusciare per terra e la bambina, impegnata nel tenere per mano il canguro e a girarsi all’indietro per controllare la stabilità del lombrico, si lascia sfuggire di mano il manubrio del triciclo e rischia di finire addosso alle portiere della macchine parcheggiate. I genitori, amorevolmente, la rimettono sulla sua strada e cercano nel contempo di aprire una trattativa tra l’aspirante sceneggiatrice del minuscolo Cirquedu Soleil e le ovvie leggi del buon senso, ben rappresentate dal proprietario dell’ortofrutta, un uomo sui settanta, d’origine africana, coi capelli bianchi, che intanto con pazienza e meticolosità si dedica alla sistemazione delle mele e delle arance, lisciandone alcune con uno strofinaccio, e guarda basito la bambina che strepita e urla e prova di nuovo a mettere in moto la buffa giostrina che ha pensato. Di fronte, sul lato opposto della strada, in tutta la sua inutile e pietresca maestà, il gigantesco ingresso laterale del cimitero monumentale di Père-Lachaise con la sua galleria di ossa gloriose.

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(foto: Sarah Fogagnoli)

7) Il guado nel fiume del reale

Montparnasse, Rue de Vaugirard. La grande macchina nera accosta di fronte ad un portone elegante. Dal posto di guida esce un autista di origini ivoriane tutto in tiro e con un colletto ben stretto. Corre ad aprire la portiera e si mette sull’attenti, in posizione. Solo a questo punto la noto: la bambina che aspettava nell’atrio appena sbirciando di fuori. Avrà tra gli undici ed i tredici anni. Una gonna a falde tutta nera, i sandali da collegiale ebano laccato, la camicetta bianca col colletto alto, i lungi capelli lisci e castani col cerchietto che tiene scoperta la fronte. Sotto il braccio la custodia del violino, una specie di bara nera e lucente. S’intuisce tutta una vita. L’attico dalle grandi vetrate e dalle luci soffuse nel V arrondisement, oppure un villino nascosto da fronde di alberi che fece costruire il trisavolo, banchiere ottocentesco. Il bisnonno che inveiva contro il Frontpopulaireed applaudì Petin, e che guardò di nascosto, scostando le tende dai vetri, i nazisti portar via il suo commercialista ebreo col vecchio padre e i giovani figli. Il nonno poi, amico del caro deputato, del caro avvocato, del caro assessore, del caro notaio, del caro vescovo, del caro cardinale, e che raccomandò il suo figliuolo, che aveva fatto il grande sforzo d’una laurea in legge. Il padre ch’oggigiorno si muove soltanto tra macchine di lusso e uffici agli alti piani e salotti e ambienti esclusivi e che alza il telefono ad ogni cambio di governo perché il politico è buono se ubbidisce quando chiedi quei fondi, quella legge, quell’appalto, per sé e per gli amici. La madre annoiata, tra i lifting e le diete e il pilates,e le vacanze sullo yacht dell’amica, sniffate di cocaina, la storia col personal trainer. Ma che si sente tanto di sinistra perché crede nel femminismo e andò alle manifestazioni per i sans papier.

L’autista ivoriano aspetta un po’ incerto e prova a fare un cenno con la testa per chiamare la bambina. Ma lei invece, si vergogna. Esita e rimane troppo a lungo sulla soglia. Avverte su di sé lo sguardo dei passanti che hanno visto la macchina e l’autista. Quei pochi metri di marciapiede coperti di asfalto li sente con disagio e imbarazzo. È sulla strada, è nel mondo reale, la vita le si mostra come quella vera. Di gente che si è meritata di più dello stipendio di mille-e-cento euro al mese, un di più che non avrà. Si affretta chinando lo sguardo, scatta veloce con passi frenetici e rigidi e quindi un po’ goffi e subito entra nell’auto per correre a nascondersi mentre l’autista con sussiego la saluta con un cenno del capo e le chiude diligentemente la portiera. Chissà se manterrà questa sua vergogna, l’ultima sua speranza.

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(foto: Sarah Fogagnoli)

8) Le geometrie del caso e lo sguardo di Dio

In uno slargo di Rue de Roquette, in un punto in cui si amplia il marciapiede e diventa quasi una rotonda in parte difesa da transenne fissate al pavimento della strada. Si va facendo sera e molte persone col passo di fine giornata arrancano dirette a casa mentre altri si fermano ingruppi, in chiacchiere, con una sigaretta.All’improvviso, in un istante, tutto si muove e si incrocia, come le bocce sul tavolo da biliardo al colpo d’apertura che scatena la serie incontrollata dei rimbalzi: le leggi del moto e unclinamen che sa di provvidenza.

Un uomo ben in carne di circa quarant’anni, con la sua scipita maglietta rossa ben allargata sui fianchi e sullo stomaco, con jeans slavati, sformati in avanti alla cintura, e sbiancati sul ginocchio, ai piedi due tristi mocassini marroncini. Sta parlando a un amico tenendo sotto braccio il giornale comprato stamattina, ormai del tutto informe, piegato e slabbrato. Intorno a lui orbita vivace ma col passo incerto il figlio di circa due anni con la sua maglietta gialla e un gioco tenuto ben stretto in un abbraccio. Vicino a loro si trova a passare un altro padre che guida col suo passo suo figlio che avrà sui sei anni. Il primo bambino vede il secondo e si mette a correre affianco al suo più vicino coetaneo ma in quel punto due giganti neri neri con una grande pancia ed enormi vestiti colorati escono da quello che sembra un albergo col passodi petrolieri arabi venuti a fare affari in Occidente.

Davanti a questo gruppo avanzano dinoccolati due ebrei col costume charedì, il cappellone rotondo, le treccine ai lati della faccia, le giacche nere. Appena dietro loro due ragazzi di circa quindici anni che muovono le braccia come stessero parlando di videogiochi o di serie televisive. Quando sfreccia in senso contrario sui pattini una giovane donna dai rossi e lunghi capelli, maglietta bianca aderente sul seno maestoso e stretti pantaloncini tagliati sui solidi glutei. Schiva a destra gli arabi giganti, schiva a sinistra gli ebrei charedì e quasi va addosso ai due ragazzetti che appena fanno in tempo ad aprirsi per farla passare. Ed io faccio in tempo a conservare due lampi. Lo sguardo del padre che, con la coda dell’occhio, vede che il figlio si sta allontanando e con un improvviso slancio, inaspettatamente agile, affretta due passi e china il corpo e prende per il braccio ilbambino riportandolo presso di sé; lo sguardo del ragazzo che ha visto, con la coda dell’occhio, la vita piena di sesso di quel corpo che corre sereno e si gira per poterla toccare almeno con lo sguardo.

Se c’è un dio, in tutto questo, è di quei due sguardi che si è compiaciuto.

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(foto: M.M.)

9) LesMadeilenes

Ma quanti anni ha, e da quante ora cammina, la donna che entra verso le 10.00 in questa macelleria di Rue de Meaux? Spinge quasi ansimando un passeggino con dentro un bambino che dorme. E quando deve tirarlo al di sopra del basso gradino, sbuffa come stesse sul punto di esalare il suo ultimo respiro. E quali problemi avrà mai alla schiena? Sta piegata in avanti, come una vecchia accattona che deve piatire due spicci. E il volto poi, con una smorfia che piega le labbra all’ingiù, che tiene gli occhi svuotati e incupiti. Eppure non arriva ai quarant’anni. Il vecchio proprietario con l’espressione ebetedei suoi quasi settant’anni ripieni di colesterolo e di pancreatite, da dietro il bancone, riesce a malapena a farle un segnale di saluto. Ma ecco che nascosto da due torri di cassette ripiene di pezzi di pollo si rivela un ragazzone, per certo il figlio del vecchio proprietario. Un bell’uomo, sui 40, canottiera d’ordinanza della professione, spalle ben formate, bicipite allenato a spostare quintalate di manzo, barba come l’Ulisse dei vasi greci: la saluta piena di gioia e di calore e si china a guardare il bambino che è tanto che non lo vede e accidenti quanto è cresciuto. Poche battute di ovvietà familiari vengono scambiate secondo il copione dei discorsi d’ordinanza. Non fosse che adesso, al posto della vecchia megera, è tornata la giovane mamma. La schiena inarcata, gli occhi scintillanti, il sorriso ora esibito ed ora falsamente trattenuto, le mani che nuotano nell’aria a guidare le parole, il movimento delle braccia – coi gomiti accostati al corpo e gli avambracci piegati all’infuori –, le gambe quasi accavallate pur restando in piedi e una caviglia che alza il tallone e piega la scarpina vezzosamente verso l’altra. E al momento di uscire, la spina dorsale che oscilla facendo danzare i fianchi, il polpaccio che si tende a slanciare il corpo nel passo. Lo sguardo di Eros ridona la vita.

Ripenso questa scena mentre visito un monumento surreale. È la Chiesa di Santa Maria Maddalena, nell’VIIIarrondimento, quasi agli Champs-Élysées. Pensate a un tempio greco come il Partenone. Un gigantesco periptero, ottastilo, corinzio, con timpano triangolare ripieno di bassorilievi, e diciotto colonne per lato. Dietro l’altare, di fronte ad un’esedra di dieci colonne corinzie, un gruppo marmoreo dipinge quattro angeli sbarazzini che fanno un allegro girotondo intorno ad una Maria Maddalena che ricorda la Venere del Botticelli che nasce dalla grande conchiglia marina. Sarebbe una chiesa.

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(foto: Sarah Fogagnoli)

10) Consigli per gli acquisti

Boulevard Diderot, il grande viale tra la Gare de Lyon e Place de la Nation. Lei è una donna cicciottella, dalla pelle slavata, i capelli d’un biondiccio-stoppaccioso, con un paio di jeans troppo blù ed una felpa orribilmente rosa. Lui è un ragazzone nero nero, con le braccia lunghe e muscolose, la pupilla bianchissima sullo sfondo scuro del volto di ebano. Camminano, un po’ stanchi e strascinati, tenendosi per mano con sicura confidenza. Si fermano di fronte al negozio di scarpe sportive, si fermano di fronte all’agenzia immobiliare. Guardano nella vetrina, ora l’uno si protende e l’altro dinoccola la testa tenendola lontana, ed ora la scena si ripete a parte inverse. Si indicano le cose l’un l’altro, chiacchierano rimanendo a fianco e piegando la testa verso l’altro prima di esprimere un parere. Riprendono a camminare, ma saltano il negozio pre-maman con tutte le salopettine, le scarpettine, i biberon, le carrozzine, i lettini e le culle.

Ora tra me e loro ci sono all’incirca cento metri. A metà di questa distanza si apre un portone alle loro spalle ed esce un uomo ben oltre i settanta, bianco di razza e ancora più bianco per gli anni, cespugli di capelli un po’ arruffati, la camicia a righine celestine, la giacchetta con le tasche ma senza le maniche, i pantaloni con la cintura serrata ben sopra l’ombelico. Tiene in braccio una bimbetta di color nocciola con tutti i meravigliosi accessori del caso, la boccuccia, gli occhioni, la nuvola di capelli crespi a incoronarle la testolina. L’uomo è più vispo e più vivo di tanti trentenni che conosco: sorride, fa smorfie, culla e sballotta per gioco la bimba, si delizia di ogni sorriso, riesce con la mano libera a tirare fuori da una delle tasche del giacchetto una merendina colorata che viene subito offerta come omaggio alla benevola e divertita principessina: justenousdeux! on va faireen tour etdepuisnousallonschez papa?Oui!

L’uomo felice e tanto bianco attraversa la strada con il suo tesoro e lo perdo di vista. Intanto io avanzo e recupero la coppia di prima. Ora stanno fermi di fronte a un negozio di pentole ed attrezzi per cucine. “Siamo sulla buona strada, allora” penso. Mentre li supero faccio in tempo a guardare il ventre della donna. Lì dove si forgerà la risposta a tutte le idiozie di stirpi e tradizioni, la sola speranza dell’Occidente, e quindi del mondo.

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(foto: M.M.)

11) Bibliothéque, III: Casaubon in minore

Un cinquantenne vestito di grigio, pelato e con la barba sale e pepe. La giacca sul retro ha bianche striature di sudore rappreso. Cammina con un passo incerto, deve avere un ginocchio malandato. Sorseggia bevande al gusto di té alla menta comprate alle macchinette che stanno nei salottini della biblioteca. Sta chino da un mese su una elegante stampa del Seicento, un ottavo rilegato in rosso damaschino di quasi mille pagine, in carta di buona qualità, conservato per giunta d’accortezza in una protettiva scatola di spesso, nero cartoncino. Per tutto il giorno gira e rigira il volume come se dentro si nascondesse, in qualche pagina riposta, la chiave dei segreti di tutto l’universo. Sbuffa, si toglie e si mette di continuo gli occhiali, strabuzza e si stropiccia gli occhi, scrive nervosamente note su note sul suo portatile Apple. Alle otto se ne va insoddisfatto, anche oggi non gli è riuscito di scovare la key toallmythologies. Un’ora dopo sta attraversando Boulevard Voltaire quasi all’altezza di PlaceLéonBlum, con la sua bustina della spesa dalla quale spunta fuori, con simulata franciosità, la baguette che accompagna la sua cena silenziosa. Sulle strisce pedonali, in contraria direzione, passa in felice compagnia la piccola ragazzina bibliotecaria sempre dolcemente sorridente alla quale ha affidato anche questa sera la sua secentina perché la conservi con cura en dépôt pourdomain matin à neufheures. Lei lo vede, lo riconosce, lo guarda con pietosa tenerezza.

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(foto: M.M.)

agosto 2013-agosto 2016

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