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“Undici treni”, l’ultimo libro di Paolo Nori

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In uno dei più bei numeri di Rat-Man, il fumetto-epopea di Leo Ortolani, c’è uno scambio di battute tra il protagonista e il suo maggiordomo Arcibaldo a proposito della lettura. Il secondo chiede al primo se abbia mai letto un libro, e Rat-Man confessa che no, non c’è mai riuscito, perché, dice, ‹‹ogni volta che ne inizio uno, mi chiama Chuck Norris che dobbiamo andare a fare delle cose››. Arcibaldo, chiaramente, non gli crede, e con un certo imbarazzo – ‹‹Non deve trovare delle scuse con me, signore. Non ce n’è bisogno›› – gli porge un romanzo, a suo parere molto bello. Rat-Man lo sfoglia, o quantomeno lo apre, e in effetti gli si palesa davanti Chuck Norris che, con irruenza, lo costringe a interrompere la lettura per seguirlo.

L’occasione persa, il libro prematuramente abbandonato dal personaggio di Ortolani, è La vergogna delle scarpe nuove di Paolo Nori, uscito dieci anni fa e oggetto di questo curioso product placement nel numero 67 del fumetto Panini. La gratuità del cameo, affidato peraltro alla voce di Arcibaldo, un personaggio di per sé parco di parole, suggerisce due cose: la prima, abbastanza nota, è che a Ortolani piace Nori, e non poco – l’unico altro libro che compare in Rat-Man, probabilmente, è una copia della Divina Commedia illustrata da Gustave Doré; la seconda, improvvisamente chiara dopo questa intrusione, è che in effetti Rat-Man, il personaggio, parla la lingua di Paolo Nori.

Cioè, un inconfondibile flusso di ‹‹che io›› e subordinate affastellate, e virgole da intonazione, talmente simile allo sregolato tentare del parlato infantile (o degli ubriachi) da sembrare troppo facile, per uno scrittore serio; meno che un divertissement. Eppure non c’è pochezza, né vero disordine, o impostura, in questo garbuglio accorato che per Paolo Nori è cubismo scritto: si sa, alla base di ogni Guernica c’è un Ritratto di Olga in poltrona.

Il suo ultimo libro si chiama Undici treni (Marcos y Marcos) e come al solito parla – perché “parla”, per un libro di Nori, si può scrivere – di tutto e di niente, o meglio racconta una voce, un modo di guardarsi intorno, un carattere; i fatti sono il meno. Protagonista, dalle prime pagine, sembrerebbe il “solito” Baistrocchi, una specie di alter ego estremizzato dell’autore, presente in molte delle sue opere (la penultima è Manuale pratico di giornalismo disinformato, sempre Marcos y Marcos, 2016) e come lui scrittore, studioso di letteratura russa e “figura pubblica” del panorama culturale emiliano.

Poco dopo, però, la prospettiva si capovolge, e Baistrocchi diventa testimone e curatore del racconto di un altro, un suo amico da bar, tale Stracciari, operatore di ripresa e fondatore della “To soréla entertainment” il cui splendido marchio badly-drawn si staglia in copertina. La vicenda personale di Stracciari si dipana verso la fine, in una manciata di pagine bellissime di narrativa pura: la parte, per intenderci, riservata agli undici treni del titolo. Il resto, ovvero tutto quello che precede il finale, è una specie di studio d’autore sulla natura delle cose, affrontato con la svagatezza consueta dello Stracciari di turno, qui più candido (e più ferito) del coprotagonista, il già noto Baistrocchi. Entrambi parlano la lingua di cui si è già scritto, e sanno esprimersi attraverso il proprio spirito d’osservazione: cosa ci piace, cosa non ci piace, cosa capiamo (tutto, sembrerebbe), cosa non capiamo.

La lista è lunga. A Stracciari, ad esempio, piacciono suoni e silenzi, ma se i primi se li gode (i vecchi modem, prima dell’adsl; la carta tra i raggi della bici, per simulare una motocicletta), i secondi, se intervallano l’amore, gli fanno paura. Gli piace la tenerezza, che in generale è il sentimento predominante in tutto il romanzo, ma non la passione – forse. Poi, con maggiore chiarezza, rifugge la retorica, l’intercalare, il pressappochismo, l’impulsività. Undici treni è ricco, non a caso, di personaggi che sembrano fare categoria a sé, una categoria di disattenti, ecco, contraddistinti da un parlare scialbo e da una certa pochezza espressiva: c’è chi dice ‹‹Perdunque››, chi scrive ‹‹Come dire›› e chi (il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, nel ruolo di se stesso) conia la parola ‹‹Galantuoma››. E c’è anche Alessandro Baricco che, durante la presentazione di un suo libro, stando ‹‹molto attento ai silenzi (i celebri tempi comici)››, permette a Stracciari di ripensare ai fatti suoi, alla sua storia d’amore.

Una guerra alla lingua mal parlata, da Paolo Nori, alla lingua sprecata, un lettore occasionale non se l’aspetterebbe. Eppure è una guerra dai presupposti ineccepibili, e combattuta molto bene: la prospettiva dei personaggi noriani è quella di gente che non si dà arie, che sembra voler imparare in un mondo che non lo consente, perché (il mondo) in costante peggioramento. Ecco, Nori sembra dirci che le cose dette bene sono dette troppo male, o nel modo sbagliato, perché non comunicano niente. Undici treni, il suo nuovo arsenale, è invece scorrevole e toccante, e luminoso; e fa ridere, anche, e spesso commuovere, e in un solo, clamoroso caso fa ridere e commuovere contemporaneamente: la storia del bidet, capitolo 5, sembra uscita da una tavola pietosa del Colombo di Altan: struggente, esilarante.

Sulla lingua, che altro dire. Questo: a me, leggere Nori, ha sempre ricordato quella frase di Gertrude Stein da Sacred Emily, ‹‹Rose is a rose is a rose is a rose››, o ancora meglio la sua versione del ‘92, ‹‹Una tetta è una tetta è una tetta››, da Scritto sul corpo di Jeanette Winterson. Forse perché la forma, violata fino al paradosso, quasi allo stridio, sia in Stein che in Winterson che in Nori, apre alla lampante chiarezza del contenuto: non importa come è scritto, basta che vi sia chiaro: una rosa è una rosa è una rosa; una parola è una parola è una parola. E contro tale, lapidaria sicurezza, persino Chuck Norris, per quanto ostinato, non avrebbe potere.

Nicola H. Cosentino (1991) è nato a Praia a Mare e vive a Cosenza, dove cura per l’Università della Calabria un progetto di ricerca su Michel Houellebecq e le distopie contemporanee. Ha esordito come autore pubblicando Cristina d’ingiusta bellezza (Rubbettino, 2016) e alcuni racconti per Colla e Nuova Prosa. Il suo ultimo romanzo è Vita e morte delle aragoste, uscito a luglio 2017 per Voland.
Commenti
Un commento a ““Undici treni”, l’ultimo libro di Paolo Nori”
  1. Osservatore Romano scrive:

    Figa, Nori è la superstar letteraria di Parma e Ortolani è il n°1 dei parmigiani adottivi. Fra superstar ci si congratula, che diamine.
    Potrebbero addirittura lavorare insieme, una volta terminata l’avventura di Ratman.

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