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Un’estate Paz

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Questo pezzo è uscito su Linus: ringraziamo la testata e l’autrice.

di Giulia Cavaliere

Anch’io, come la giovane Elisabetta Pellerano, ho scoperto il Gargano per amore. Come la compagna e musa, l’amante e l’infinito tormento di Andrea Pazienza, sono stata trascinata sulla sabbia di San Menaio nel centro di un’estate italiana. Ho percorso sul sedile del passeggero centinaia di chilometri avanti e indietro immersa nella Foresta Umbra sulla strada Statale 89, detta anche “Garganica”, quella stessa via di tornanti che Paz ha tracciato in vita un migliaio di volte senz’altro, con papà Enrico e mamma Giuliana da bambino e al volante da adulto, in una naturale spinta verso un luogo che era, forse più di ogni altro, casa sua, e verso il quale, nel 1983, arrivando a gran velocità fatto di eroina da Bologna sulla sua vecchia Renault, correva a cercare di disintossicarsi.

Nato a San Benedetto del Tronto ma cresciuto nella provincia di Foggia, in quella “San Severo, città del mio pensiero, dove prospera la vite e l’inverno è alquanto mite” che descriveva come una città gremita di club, medici arricchiti senza merito in grado di partecipare soltanto a congressi tennistici, il giovane Pazienza non trova pace né luogo deputato alla sua sensibilità e al suo talento; iscritto dal padre, pittore, al liceo artistico di Foggia, verrà presto ritirato e spedito a proseguire la scuola a Pescara dove, in un ambiente meno selvaggio e in una solitudine che non si scrollerà mai più di dosso, conoscerà il futuro compagno di avventure artistiche Tanino Liberatore.

Mai capace di trovarsi a casa – le biografie non esitano a sottolineare come non saranno mai davvero sue Bologna e Montepulciano – Paz torna sul Gargano durante tutta la sua vita, percorre la strada che attraversa Peschici, Vico, poi San Menaio fino al lago di Varano. Il padre lo porta con sé nelle battute di caccia e affida a lui e al fratello Michele il compito di raccogliere il corpo della preda – spesso volatile – appena abbattuta. Sarà proprio questa azione brevissima ripetuta infinite volte nelle trasferte familiari sulla costa, a regalare al giovane Pazienza uno sguardo acuto, e incuriosito dalla mortalità dei viventi, tale da spingerlo, a quindici anni, a disegnare un quadro a pennarello sul suo funerale: Andrea Pazienza is dead. L’opera, conservata nel cassetto di una credenza a San Menaio, sarà una delle prime cose che Paz mostrerà a Betta, appena arrivati nella casa di famiglia a ridosso del lungomare.

Ho visto la casa di Andrea Pazienza nascosta tra altre costruite tra gli anni ’50 e ’60, l’epoca di boom del turismo in queste zone, l’ho intravista e dimenticata e poi ricostruita nel mio pensiero molte volte, ricordando l’infinito silenzio di una cedrata bevuta in due in un piccolo chiosco tra la strada e la spiaggia. Proprio tra l’abitazione dei Pazienza e il guardrail a cui Paz si appoggia in una famosissima fotografia di Vanni Natola, sono rimasta immobile e zitta a svuotare la piccola bottiglietta in vetro ruvido con le labbra ancora sporche di sale e sabbia, i capelli appiccicati di salsedine, ascoltando a fatica con l’acqua di mare ancora nelle orecchie, una canzone italiana uscita dalla radiolina del proprietario, appoggiata su un mobiletto in noce.

A Paz è intitolato questo lungomare dove ho sostato e passeggiato stando sotto il sole di agosto, è su questa strada asfaltata che divide il paese dalla spiaggia adriatica che spinge il paesino verso il mare, che la rockstar del fumetto italiano ha sperimentato forme infantili e albori di malinconie confluiti in alcune pagine delle sue Sturiellet, raccontate in molti disegni a pennarello, e, a parole, ad alcuni tra gli amici di sempre, compagni di gite novembrine al lago di Varano («Cosa vedi?» chiede uno a Paz «Una maschera, una grande maschera frate’, è tutto circondato di eriche, da lontano sembra che ci potresti correre sopra, e invece sprofonderesti») e di follie estive dentro e fuori dall’acqua, con moto, automobili e ragazze.

Mentre il padre Enrico dipinge ad acquarello i trabucchi verso Peschici con quelli che lo stesso Andrea definirà “colori tenuissimi, smorti, i colori della disillusione per i suoi stati d’animo travolgenti”, Paz, come sempre, accetta senza esitazione di farsi travolgere da tutto, colora il suo Gargano a pennarello in tonalità vivaci tratteggiando il blu del mare e il nero della foresta alle sue spalle. Proprio a San Menaio incontra il suo primo giovane amore, Isabella Damiani: ancora diciottenne, per stupirla, si veste da donna e le dice «baciami bimba», si prende uno schiaffo e alla fine dell’estate inizia a scriverle lunghissime lettere e a invitarla alle mostre al laboratorio Convergenze di Pescara.

Isabella, figlia dei proprietari del camping Calenella dove Paz trascorrerà parte di ogni estate della sua vita, gli resterà per sempre amica (non è difficile reperire in rete alcune sue bellissime fotografie di Andrea, esposte già in una mostra sul Gargano dedicata a Paz nel 2008). Tanto è poco avvezzo alla violenza delle piccole gang teppiste di San Severo quanto a San Menaio, Paz, vive una vita senza limiti fisici: imbraccia il fucile del padre fin da ragazzino, prendendo dimestichezza con le armi che lo affascineranno per tutta la vita, più come accessorio dandy che come qualcosa da utilizzare per davvero, corre in moto lungo la costa e, come un animale marino o lo squalo che porterà la sua Betta Venere nuda sul proprio dorso, vive perennemente in acqua, riemergendo miracolosamente da burrasche estive, stupendo i presenti con performance agonistiche di resistenza fisica, tuffandosi atleticamente da rocce e gommoni con il suo corpo perfetto, scolpito, lo stesso dei suoi personaggi dinoccolati.

Sulla sabbia di San Menaio e nelle notti al camping Paz immagina e disegna (anche una serie di tavole intitolata Disegni Camping Calenella), vagheggia di Caravaggio e Rembrandt, si picchia per difendere due ragazze che stanno prendendo il sole in topless e finisce con l’arteria intercostale recisa e sessanta punti per una bottiglia che qualcuno gli spacca sulla schiena ma pure, verosimilmente, si forma sotto il sole leggendo Queneau, Hemingway, Sciascia e l’adorato Conrad.

Gino Nardella, storico amico pugliese di Paz e suo compagno di studi e di vita bolognese in via Emilia Ponente, racconta in un libro fotografico di quella volta in cui preparano insieme l’esame di Tecniche della fotografia girando per le strade di Peschici con un metro da muratore e prendendo confidenza con gli anziani del luogo.

«A Bologna tentavamo di intossicarci. Sul Gargano tentavamo di disintossicarci. Nessuno dei due tentativi riusciva fino in fondo».

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