Roberto Bolano di Tommaso Pincio

Uno scrittore per il ventunesimo secolo

(Tommaso Pincio, olio su tavola)

Prima di dare in pasto ai lettori di minima&moralia questo mio piccolo saggio su Roberto Bolaño vorrei ringraziare la casa editrice Sur, che ha concesso di metterlo in Rete – si tratta della posfazione a L’ultima conversazione, libro di interviste a Bolaño uscito qualche tempo fa.

Ringrazio poi pubblicamente – non avendo avuto il coraggio di farlo di persona –  Jaime Riera Rehren, scrittore e professore cileno e traduttore di un libro gigantesco come Sopra eroi e tombe di Ernesto Sabato, il quale Riera Rehren fu amico di Bolaño, e in una sera di qualche mese fa (quando L’ultima conversazione era già in stampa) mi spiegò come mai non solo Roberto Bolaño ma molti sudamericani conoscono Nicola Di Bari. Questa l’avete già capita se ricordate i racconti di Chiamate telefoniche, o altrimenti capirete leggendo il saggetto in questione.

Sulla medesima questione, è impossibile non segnalare questo pezzo pubblicato dagli amici di Archivio Bolaño, a cui va la mia gratitudine.

Infine. Altro cronosisma nel trapasso dalla carta al web del quale, pur incolpevole, mi scuso. Quando ho iniziato a buttar giù queste riflessioni su Bolaño, Carlos Fuentes era vivo. Adesso, pur con la sua voce, parla dal regno d’ombre che ci fa tutti uguali.

“Quando Roberto Bolaño scrive I detective selvaggi, quello che fa è dire a Fuentes, a García Márquez, a Vargas Llosa: «Voi credevate di avere scritto i grandi romanzi latinoamericani? Ebbene, vi siete sbagliati, questo è il grande romanzo latinoamericano». E mi pare che qui ci sia come il momento «teppistico» di Bolaño”.

A parlare è lo scrittore argentino Alan Pauls durante la tavola rotonda dedicata a Bolaño, tenutasi il 18 novembre del 2008 in occasione del Festival Internazionale di Letteratura di Buenos Aires. Questa, che potrebbe dare l’impressione di una dichiarazione d’intenti per interposta persona, nasconde un paradosso della tradizione letteraria che giusto un autore come Bolaño è capace di sciogliere in un tutto coerente. Di solito l’approccio iconoclasta verso scrittori più anziani e più affermati e verso il loro mondo (il “teppismo”, come lo definisce Pauls) è incompatibile con la scrittura di un capolavoro, a meno che le intemperanze siano solo rievocate – pur nel presente di un tempo verbale letterario – e l’ex teppista operi dall’alto di una presunta maturità. Per intenderci: intanto l’iconoclasta Stephen Dedalus è uno dei cuori portanti dell’Ulisse in quanto il Joyce che lo racconta (che fu Dedalus in giovane età) ha già un piede nell’attempato Leopold Bloom, e l’altro nella suadente Molly. Per stare alla teoria più nota del Bloom critico letterario (Harold), i grandi scrittori sono ex figli ribelli che, scesi in agone contro i padri, hanno vinto l’ansia dell’influenza, affrancandosene – e persino quando, in contrapposizione con i loro maestri, se ne affrancano mantenendo una posizione strategicamente filiale (Beckett con Joyce), questo è possibile perché lo fanno comunque dall’alto delle ceneri raffreddate di un conflitto (da Molloy in poi, gli universi assurdi e desertici di Beckett sono antitetici rispetto alle affollate cosmogonie joyciane più per oggettività che per ansia di contrapposizione, avendo trovato non nella polemica ma in se stesse il proprio mito fondativo).

Al contrario, l’Arturo Belano che insieme a Ulises Lima vagabonda da un capo all’altro dei Detective selvaggi passando per mille lavori, cambiando e perdendo amicizie, scrivendo poesie, attaccando forsennatamente Octavio Paz e i suoi sodali, amando donne, dormendo all’addiaccio, in definitiva facendo della propria marginalità l’occasione e il pretesto di una polemica infinita, non solo rappresenta la giovinezza del Bolaño figlio di un camionista che in gioventù si trasferisce da Santiago del Cile in Messico, torna in Cile appena in tempo per assistere al golpe di Pinochet, viene incarcerato (come recita l’agiografia) a Conceptìon, torna di nuovo in Messico, fonda con Mario Santiago Papasquiaro (alter ego di Lima) l’infrarealismo, uno dei più oscuri sgangherati pazzi e sfortunati movimenti nella vita letteraria latinoamericana degli anni Settanta… non solo in definitiva Arturo Belano è l’immagine caleidoscopica di una perduta età, ma (in modo pieno, irredento) anche l’autore stesso alle prese con la macchina per scrivere proprio nell’attimo lunghissimo in cui scrive – a distanze ormai abissali dai fatti narrati – il primo dei suoi due grandi romanzi. Da qui il caso abbastanza raro di uno scrittore diventato classico facendo leva su un “teppismo” che altrimenti (quasi sempre) sarebbe quello degli epigoni frustrati. Da qui, soprattutto, l’impossibile sentimento di lontananza-vicinanza che pervade ogni pagina dei Detective selvaggi – se Arturo Belano riesce a essere ciò che Bolaño fu in un’altra epoca e non potrà più essere e, allo stesso tempo, incredibilmente, ciò che ancora dimostra di poter essere tra un rigo e l’altro, poche definizioni sono calzanti come quella di chi sostiene che alcuni libri di Bolaño sembrano scritti dopo la morte. Per quanto straniante, non saprei trovare un’immagine più efficace. Anche perché, convinto come sono che molti aspetti della letteratura di Bolaño abbisognino ancora di qualche tempo per venire pienamente compresi, alcuni strumenti di misurazione necessari a definirli non sono ancora magari stati brevettati.

Ma sarà poi vero che monumenti del Novecento sudamericano quali Cent’anni di solitudine o La guerra alla fine del mondo hanno qualcosa da temere al cospetto dei Detective o di 2666? Se ci atteniamo all’impatto sociale e alla fortuna editoriale di questi libri e dei loro autori, allora la risposta è no. Non ancora. Non nel futuro più immediato, insomma. Se invece interroghiamo quel ben più seducente oracolo della letteratura d’invenzione che fa pronostici affidandosi a parametri quali innovazione, tensione estetica, disvelamento di misteri attraverso misteri più profondi, ma soprattutto tenendo conto del modo con cui determinati libri spalancano sentieri al principio poco frequentati, e che però col passare del tempo si allargano a ritmi sempre più incalzanti lasciando disabitate le vecchie strade consolari (l’inesorabile processo che rende il pur bravissimo Sherwood Anderson il grande cantore della provincia statunitense almeno fino a quando il mondo si accorge che proprio un suo allievo, William Faulkner, ha nel frattempo scritto L’urlo e il furore, Mentre morivo e Assalonne, Assalonne!), allora Garcìa Màrquez, Vargas Llosa e Carlos Fuentes farebbero bene a nutrire qualche preoccupazione, aggravata dalla scomoda circostanza di ritrovarsi nei panni di vecchi e potenti padri di famiglia sopravvissuti a un figlio ribelle che dopo morto rompe le scatole ancora più di prima.

In realtà, la polemica di Bolaño verso questi mostri sacri è anche più aspra e più insolente di quella di un figlio ripudiato. Più che padri, rischiano di essere per lui infatti dei talentuosi usurpatori. Non è il pur grande Garcìa Màrquez il padre di noi tutti, sembra dirci Bolaño, e non è Vargas Llosa e non è Fuentes – soprattutto tenendo conto che dalle loro fonti si sono poi abbeverati i veri responsabili del crollo della più nota letteratura latinoamericana verso il terribile e fragoroso seppure molto remunerativo kitsch di Stato che tanto sembra piacere al pubblico pagante (uno su tutti la signora Isabel Allende, ricorrente e molto risentito bersaglio del nostro). Più che padri i mostri sacri della letteratura sudamericana rischiano di essere allora dei padrini, maggiormanete sensibili agli onori che alle sfide quando il gioco attraverso il quale le hanno trionfalmente condotte comincia a mostrare (letterariamente) la corda.

Bolaño non ha ovviamente difficoltà nel riconoscere la forza dei migliori Vargas Llosa e Garcìa Màrquez: “l’opera di Vargas Llosa è immensa. Ha migliaia di entrate e migliaia di uscite. E anche quella di García Márquez. Il problema è che sono personaggi pubblici. Non si tratta di due figure meramente letterarie. Vargas Llosa era candidato alla presidenza del suo paese. García Márquez è un uomo di grande peso politico, molto influente in America latina. Questo falsa un po’ le cose, ma non dovrebbe far perdere di vista il loro livello letterario. Sono superiori. Superiori a quelli che sono venuti dopo e di sicuro anche agli scrittori della mia generazione. Libri come Nessuno scrive al colonnello sono semplicemente perfetti”, dice nell’intervista a cura di Héctor Soto e Matías Bravo. E tuttavia qualche anno dopo, in un’altra intervista, rilasciata poco prima di morire, nel 2003, a Raul Schenardi, Bolaño rimescola le carte e, insieme, approfondisce il concetto: “io credo che sia soprattutto per paura che García Márquez si vede come il più grande scrittore colombiano di tutti i tempi, o Vargas Llosa come il miglior scrittore peruviano. Tutti gli scrittori latinoamericani, e penso anche gli spagnoli, in fondo hanno molta paura e cercano di assicurarsi il pantheon post-mortem. Io non ho mai avuto paura della morte e inoltre non credo nel pantheon. Guarda, quando finisce è finita e non resta niente, perciò io sto con Borges quando disse: «Dopo la morte, verrà l’oblio», e molte teste di cazzo gli dicevano: Ma no, Maestro, dopo la sua morte resteranno i suoi libri. Lui li ascoltava e doveva pensare: guarda che branco di imbecilli! Perché lui alludeva all’oblio nel senso più ampio del termine, vale a dire: la Terra finirà, il Sole finirà, tutto finirà, l’oblio è un destino comune di tutto quanto, non solo degli esseri umani, e in questo senso gli scrittori latinoamericani che si pongono sempre questo obiettivo che sta fra il clericalismo e la vigliaccheria, be’, cercano di assicurarsi il pantheon post-mortem, e il modo migliore per farlo è diventare lo scrittore nazionale di un paese”.

Ho l’impressione che all’apice di questi momenti Bolaño si senta un po’ l’amico immaginario di Amleto che dà man forte al principe di Danimarca nel tentativo di dimostrare al mondo quanto Claudio sia un usurpatore, e come il fantasma di Amleto senior (consustanziale in qualche modo al ruolo dell’amico immaginario? l’unica filiazione in via diretta che Bolaño riesca a tollerare?) sia il vero padre del Regno. Per quanto prodigioso, non sarebbe insomma il realismo magico lo strumento estetico più efficace per scavare nel cuore dell’America Latina, e non le tutto sommato ordinate sperimentazioni di un Vargas Llosa, e men che mai ovviamente la cotonata scuola gastronomica della Allende o i finti deliri castanediani di Coelho. Il Sudamerica è un continente verticale, molto più notturno di quanto al resto del mondo piaccia immaginare – quando ha bisogno di mettere in scena il proprio carnevale macabro non si fa problemi a indossare la maschera mortifera di Pinochet, o a grondare il sangue di Piazza delle Tre Culture, o a compiacersi con la vaporizzazione di migliaia di desaparecidos. È, tra l’altro, per i nati nella seconda metà del Novecento, la terra in cui ogni illusione o utopia vengono uccise e scaricate in mare (“I detective selvaggi… è una riflessione, o tenta una riflessione, su una generazione di latinoamericani – e non solo – che ha creduto nella rivoluzione… e probabilmente, se la rivoluzione in cui credevamo avesse trionfato, saremmo finiti in un gulag”, sempre Bolaño a Schenardi; e ancora, nell’intervista con Héctor Soto e Matías Bravo: “A dire la verità, per me, sarò sincero, l’idea di rivoluzione era già svalutata quando avevo vent’anni. A quell’età ero trotzkista e in Unione Sovietica vedevo una controrivoluzione. Non ho mai avuto la sensazione di camminare nella stessa direzione della Storia. Al contrario, mi sentivo abbastanza calpestato. Credo che questo si noti nei personaggi dei Detective selvaggi (…) Mi sento un sopravvissuto nel senso più letterale del termine. Non sono morto. Dico così perché molti dei miei amici sono morti, o in lotte armate rivoluzionarie o per overdose o per l’Aids. Anche se poi ce ne sono altri che sono diventati personalità importanti e famose della letteratura di lingua spagnola”).

O ancora meglio, per dirla con una definizione che Bolaño utilizza per un proprio racconto: l’America Latina è stato il manicomio d’Europa come gli Stati Uniti ne sono stati la fabbrica. E allora, solo accettando di scendere nella notte di questo manicomio – gradino dopo gradino, fino alla più profonda e nascosta e sotterranea delle celle d’isolamento – è possibile arrivare nel luogo segreto dal quale l’America Latina parla (disvelandola) per l’intera cultura occidentale.

In questo modo, onorati i “padri della patria” con quel particolare tipo di tributo che in mano a Bolaño diventa un’arma per disfarsene (“libri come Nessuno scrive al colonnello sono semplicemente perfetti”), i compagni di viaggio dello scrittore cileno diventano altri. Innanzitutto Julio Cortázar, che non a caso – nonostante la differenza d’età – l’autore di 2666 percepisce come un “fratello maggiore”, e i cui sentieri tracciati attraverso gli ipertesti profetici di Rayuela acquistano retroattivamente ancora più vigore proprio grazie a libri come I detective selvaggi e 2666. (“Mi commuovono i giovani di ferro che leggono Cortázar” dirà nell’ultima intervista a Mónica Maristain).

Un altro fratello maggiore potrebbe essere il desaparecido Héctor Oesterheld, il geniale inventore de L’Eternauta finito vittima della dittatura argentina (scomparso manu militari nel 1977 così come i ragazzi delle generazioni successive – Arturo Belano, Ulises Lima e i loro compagni – si perderanno da sé in un continente popolato ormai di spettri, rendendo tra le altre cose, nelle parole del suo autore, I detective selvaggi “una lettera d’amore e un saluto alla mia generazione, a quelli che hanno scelto la militanza e la lotta e che hanno dato quel poco che avevano e quel molto che avevano, la giovinezza, a una causa che per noi era la più generosa del mondo. L’intera America Latina è seminata con le ossa di questi giovani dimenticati”). Poi c’è il fantasma di un personaggio letterario: il Console Firmin, alter ego di Malcolm Lowry. Il debito nei confronti di Sotto il vulcano è dichiarato sin dall’epigrafe dei Detective selvaggi (“Lei vuole la salvezza del Messico? Vuole che Cristo sia il nostro re?” “No”) e, citazione a parte, mette semmai ancora più in evidenza come i due più grandi romanzi sul Messico degli ultimi sessant’anni siano stati scritti da non messicani.

Un altro fratello maggiore è Juan Carlos Onetti, mentre il gemello non sopravvissuto al parto della notorietà è appunto Mario Santiago (poeta messicano e grande amico di Bolaño, il suo miglior amico, l’alter ego di Ulises Lima di cui abbiamo già detto, per colmo di tristissima ironia morto nel 1998, proprio l’anno d’uscita dei Detective selvaggi). Per ciò che riguarda il molto venerato Jorge Luis Borges, l’argentino è per Bolaño più un padre dichiarato che reale (i ricalchi dei mise-en-abyme presi dall’Aleph o da Finzioni sono la parte più debole e meno matura della produzione di Bolaño, la sola veramente epigonale, almeno fino a quando il cileno non imparerà a considerare Borges la propria stella distante, un astro a cui guardare con ammirazione e sotto il quale magari scaldarsi un po’ evitando di avvicinarsi troppo) mentre un nonno piuttosto credibile, sebbene più giovane di Borges, potrebbe essere il José Lezama Lima di Paradiso. Queste ascendenze, oltre che ricostruire soltanto parzialmente la generosa ricerca di sintonia e polemica condotta da Bolaño all’interno dell’America Latina, evidenziano anche quale sia l’altro continente con cui gli è piaciuto intrattenere i rapporti più intensi (l’Europa, verso cui Borges e Cortázar e Lezama Lima lanciano continuamente ponti) e quello con cui invece ne ha intrattenuti meno (gli Stati Uniti del XX secolo).

(da sinistra verso destra: Mario Santiago Papasquiaro e Roberto Bolaño)

È opinione non isolata che mentre I detective selvaggi “chiuderebbero” mirabilmente qualcosa di già noto (un certo modo di coninugare romanzo di formazione, picaresco e on the road) 2666 rappresenterebbe, al contrario, una misteriosa e ancora non del tutto sondabile apertura verso territori inesplorati. Mi trovo d’accordo sul fatto che Bolaño sia un riapritore di giochi, che rappresenti cioè, malgrado vi abbia sostato per soli tre anni, il primo vero grande scrittore del XXI secolo. Credo tuttavia che l'”apertura” verso qualcosa di diverso, di nuovo, di finalmente rivitalizzante per il mondo letterario giunto pieno di ansie sull’orlo estremo del Novecento, cominci non solo prima di 2666 ma anche prima de I detective selvaggi, come minimo da quei magnetici piccoli ambigui affascinanti manufatti che sono i racconti di Chiamate telefoniche. Se c’è qualcosa attraverso questi libri che Bolaño riesce invece a chiudere (crudelmente, inesorabilmente; non sappiamo nel futuro ma di certo per l’intero lunghissimo decennio che ci separa dall’11 settembre newyorkese) è il robusto predominio che la letteratura statunitense fin de siècle era riuscita legittimamente a esercitare. Tra il 1990 e il 2001 negli USA vengono pubblicati libri magnifici come Il teatro di Sabbath, Underworld, Pastorale americana, Cavalli selvaggi, Oltre il confine, Infinite Jest, L.A. Confidential, La macchia umana… A seguire, però, c’è un imprevisto crollo creativo trattenuto (e forse ancor più fragoroso per questo) su un altissimo e per certi versi inutile livello medio grazie alla rete di protezione intessuta dalle trascorse lezioni di maestri quali Roth, MCarthy, Pynchon, DeLillo.

È proprio da questo vuoto improvviso che i più attardati di noi hanno cominciato a sentire l’eco (e la novità) che i libri di Bolaño stavano in realtà irradiando già da qualche anno, e che lo stavano portando a primeggiare grazie anche al fatto di muoversi proprio nei territori sui quali la narrativa nord-americana iniziava a mostrarsi più debole.

La prima freccia all’arco di Bolaño, da questo punto di vista, è il suo autentico cosmopolitismo. In nord America, la generazione di Philip Roth è fino ad ora l’ultima a essersi presa l’impegno (e soprattutto ad aver provato un genuino desiderio) di confrontarsi con culture che non fossero la propria. L’intervista di Roth a Primo Levi del 1986 è forse l’ultimo grande omaggio di uno scrittore statunitense verso un collega straniero che non abbia fatto di tutto per ottenere attenzione sull’altra sponda dell’oceano. È pur vero che alcuni dei rapporti più fecondi con le altre culture gli Stati Uniti li hanno intrattenuti per molto tempo in casa propria, grazie al fatto di essere stati la destinazione degli immigrati e degli esuli di mezzo mondo (per fermarci solo alla letteratura e al cinema basti pensare all’arrivo di Nabokov, all’influsso della cultura ebraica e di quella italiana, da Bellow a Coppola a Scorsese, da Henry Roth prima di Philip agli quarci italoamericani di Underworld, alla lezione di Billy Wilder che a sua volta aveva imparato da Lubitch, per non parlare della lost generation a Parigi e di chi, arrivato in Europa infilato in una divisa militare, trova nel buco nero della II guerra mondiale – Salinger, Kurt Vonnegut a Dresda – l’intrico con cui iniziare a fare i conti appena tornati a casa). A partire dai nati dopo la guerra, però, assimilata sempre più rapidamente la diversità culturale nei tessuti dello Star-Spangled Banner – e diventati sempre più stanziali gli intellettuali statunitensi (con alcune magnifiche eccezioni quali quella di William Vollmann), poco disposti a visitare altri paesi per ragioni diverse da quelle semi-turistiche offerte da una fellowship o da un premio letterario – questo gioco di contaminazioni si fa sempre più debole. Inizia l’era di scrittori dotatissimi i quali, al momento di risalire ai classici della letteratura non statunitense, sembrano sempre un po’ impacciati o posticci (lo stesso David Foster Wallace quando si mette a disquisire di Franz Kafka), fino a giungere ai primi casi in cui questo isolazionismo grava pesantemente sulla loro produzione, come succede per esempio a Johnatan Franzen, in un certo senso l’Isabel Allende di Western Springs, sconsolante quando confessa la propria ignoranza su tutto ciò che accade nel resto del mondo, ma mai quanto può esserlo l’aver lanciato (con Libertà) il romanzo seriale d’autore, capace di trasporre su carta con enorme successo il meglio delle serie tv, costruendo, grazie all’impiego di fatica e talento notevoli, un’aura intorno al concetto dell’inutile perfetto.

La cultura di Bolaño, al contrario, è talmente sterminata (e così chiaramente il risultato di un desiderio appagato di continuo, e in piena libertà) da pesare nei suoi libri quanto un taglio di zavorra su una mongolfiera. Da Petronio a Pascal a Voltaire a Cervantes a Valéry a Tito Livio a Sterne a Kafka a Perec a Zanzotto a Montale a Blake a Pasolini a Villon a Sanguineti a Ungaretti a Majakovskij al “finocchione” Chlebnikov (indimenticabile la distinzione di Ernesto San Epifanio nei Detective dei poeti – dediti a un genere prevalentemente omosessuale – nelle correnti di finocchioni, finocchie, finocchietti, pazze, busoni, velate, ninfi e fileni) Bolaño sembra trovarsi completamente a proprio agio scendendo e risalendo a piacimento lungo la scala della cultura occidentale. In certi casi smembra e nasconde e utilizza al proprio fine ciò che ha letto o visto in modo così sentito e personale da renderlo quasi irrintracciabile – in “Giorni del 1978”, per esempio, un dolentissimo racconto contenuto in Puttane assassine, due esuli cileni in Spagna dopo il golpe di Pinochet (uno dei due ha appena tentato il suicidio e sembra posseduto mesmericamente dal proprio malessere) si raccontano, forse a mo’ di esorcismo, la trama di un film “bellissimo” che solo la molta memoria e il molto amore del lettore riescono incidentalmente a inchiodare a un titolo e a un autore: Andrej Rublëv di Andrej Tarkovskij. In un passo della celebre intervista con Maristain, Bolaño citerà Vittorio Gassman. Ne I dispiaceri del vero poliziotto Rosa Amalfitano spedisce a un suo lontano spasimamente una cartolina con sopra raffigurata una vignetta di Tamburini e Liberatore. Per non parlare di quali insospettate latitudini sia capace di lambire la cultura (inter)nazionalpopolare dello scrittore cileno. In “Joanna Silvestri”, uno struggente racconto ambientato nel mondo del porno e contenuto in Chiamate telefoniche, una pornostar che assiste un semidistrutto king of porn “Jack” Holmes, ormai stanco e malato di AIDS, attraversa in automobile le strade di Los Angeles e osserva il cielo pensando a Nicola Di Bari. E allora ti domandi: come fa Roberto Bolaño a conoscere persino Nicola Di Bari?

Questa di Los Angeles è una delle rare incursioni in nord America concesse a un racconto di Bolaño. Non che il cileno snobbi gli Stati Uniti. Anzi, si è detto più di una volta debitore di Melville e di Twain (“I detective ha senz’altro un debito con Mark Twain. Belano e Lima non sono altro che una trasposizione di Huckleberry Finn e Tom Sawyer. È un romanzo che scorre secondo un moto costante, che è il Missisippi. Insomma, il mio debito con Twain è enorme, anche perché è un autore che amo moltissimo. Ho letto molto anche Melville, e mi affascina. In effetti, per civetteria, preferirei credere di essere più in debito con Melville che con Twain, ma sfortunatamente penso di dovere di più a Mark Twain”; la stessa Marcela Valdes scrive in questo volume che I detective selvaggi – “romanzo sull’amicizia e l’avventura” – sarebbe l’Huckleberry Finn di Bolaño, mentre 2666 si rivelerebbe a proprio modo una “caccia alla balena bianca”) e legge gli scrittori nord americani, apprezzandoli, fino alla generazione di Hemingway e di Faulkner e, soltanto interessandosene, fino a Bellow e Updike. Poi il suo interesse crolla. Più che ostilità o disprezzo verso le correnti del realismo e del post-modernismo statunitensi nella loro fase matura, quella di Bolaño (il quale, negli anni Novanta, si sta apprestando a scrivere i suoi capolavori), mi sembra più che altro diffidenza.

Se il Sud America è stato il manicomio d’Europa quanto gli Stati Uniti ne sono stati la fabbrica, forse, per raccontare il mondo alle soglie del XXI secolo, un manicomio è molto più utile (oltre che più interessante) di una fabbrica. È come se a un certo punto Bolaño avesse intuito che insistere troppo sul romanzo sociale (che forse tocca il suo ultimo apice nel parallelo Bill Clinton-Silk Coleman de La macchia umana) o continuare a raccontare il mondo attraverso la scomposizione sempre più accurata degli oggetti di consumo e relative ricadute sui comportamenti umani (il David Foster Wallace estremo e geniale di Brevi interviste con uomini schifosi o La ragazza dei capelli strani) fosse un gioco che, raggiunta la vetta a sé connaturata, rischiava subito dopo di non avere più molto da dire.

A questo si può forse aggiungere il fatto che la crisi (non solo economica) che sta scuotendo l’occidente, più che con solidi per quanto calunniati professori universitari come Silk Coleman, più che con geniali per quanto problematici studenti del college incastonati nel futuro prossimo del neo-neo liberismo (l’Hal Incandenza di David Foster Wallace) ci porta a empatizzare con dei veri outsider, dei perdenti fatti e finiti come sono molti personaggi di Bolaño. Abbiamo probabilmente l’impressione, cioè, che questi ultimi riescano a capirci meglio di quanto possa fare uno Svedese uscito da Pastorale americana, il quale, per quanto si trovi ad avere la vita distrutta, è comunque un integrato quale noi rischiamo di non essere più.

Perché è vero, tante sono le novità che sconvolgono il pianeta nel passaggio da un secolo all’altro, dalla crisi delle democrazie a quella economica, dall’esplosione di internet e dei social network ai fantasmi della finanziarizzazione globale, dall’allargamento della forbice tra ricchi e poveri all’oligarchizzazione dei centri decisionali, ma pensare che questi siano dei grandi misteri di per sé e non gli accidenti attraverso i quali l’eterno mistero del mondo si trova a venire rimescolato per l’ennesima volta, rischierebbe di rivelarsi un terribile errore. Così, da un certo momento in poi, avere ad esempio la pretesa di raccontare una storia d’amore attraverso la descrizione dei flussi telematici che intercorrono tra l’invio e la ricezione delle mail dei protagonisti, potrebbe voler dire fare il gioco del nemico. Forse, bisogna cambiare ancora una volta strategia. Roberto Bolaño, da questo punto di vista, ha avuto il merito di convertire la fredda e ubiqua immaterialità del mondo globalizzato in una calda vicenda di uomini e donne, ragazze e ragazzi le cui sconfitte, i cui deragliamenti, la cui dispersione e sparizione sotto il rullo compressore della Storia non impedisce loro di intraprendere e anzi di credere in un autentico – autentico perché, finalmente, pur nell’era del fake che gioca continuamente alle tre carte col suo opposto, non ha più nulla di apocrifo – viaggio esistenziale e addirittura spirituale. In questo modo, restituisce a loro (e a noi che leggiamo) una piena dignità.

E ancora, a proposito di rovesciamenti di strategia: si pensi a come i tantissimi personaggi che popolano romanzi come 2666 o I detective selvaggi non siano più legati tra di loro da rapporti familiari o genealogici (come avveniva nei romanzi di Faulkner o di Garcìa Màrquez) né da oggetti materiali (la pallina da baseball di Underworld) o di consumo (il film di James Incandenza in Infinite Jest) ma, nell’epoca di internet (non perché l’ambientazione delle loro storie necessariamente vi appartenga, ma perché vi appartiene il tempo in cui sono state scritte) sembrano essi stessi dei cervelli misteriosamente interconnessi tra di loro; c’è quasi l’impressione certe volte che si mandino continuamente messaggi usando delle proprie e fino a quel punto ben occultate facoltà telepatiche, in barba ai sistemi “ufficiali”; come se insomma – in maniera perfettamente antitetica alla paranoia pynchoniana de L’incanto del lotto 49 – avessero brevettato la propria personale forma di Trystero.

Proprio inserita in questa strategia, la vocazione cosmopolita, globale, delle storie di Bolaño, si dimostra capace di rompere gli steccati autarchici a stelle e strisce e, contemporaneamente, di ignorare i più inutili e fastidiosi scampoli di arroganza eurocentrica o di folklore latinoamericano, lasciando agli infiniti rivoli che le compongono di scorrere (o meglio, di scatenarsi) da un continente all’altro – da Città del Messico, a Milano, a Parigi, a Londra, alle spiagge californiane, a Tijuana – in assoluta naturalezza, giocando in modo finalmente spiazzante persino con gli elementi del mondo globalizzato (una Coca-cola bevuta a Milano ha, nei romanzi di Bolaño, un sapore completamente diverso da una Coca-cola bevuta nel deserto di Sonora, eppure l’identità di marchio crea un impalpabile, oscuro, inquietante, affascinante legame tra i due contesti). L’incredibile sensazione finale è simile a quella di chi – come l’Artaud strafatto di peyote in Messico non a caso amato da Bolaño –, dopo aver assunto un fungo allucinogeno ha l’impressione che persino gli ultimi ritrovati tecnologici (ieri la radio o la tv, oggi un I-phone o un laptop) abbiano qualcosa di ancestrale se non addirittura di pre-preistorico, appartenendo – prima ancora che alle multinazionali che credono di averli concepiti – alla materia antichissima dell’universo, come del resto ogni cosa e, proprio come qualunque altra cosa, portatori di un mistero che va oltre un’invenzione teconologica, o una ricerca di mercato, o una battaglia sindacale. Una vita anteriore e successiva alla vita come crediamo di conoscerla: forse il “cimitero del 2666” di cui, citando Amuleto, parla ancora Marcela Valdes in apertura di questo volume.

Se infine le storie di Bolaño si perdono tra mille rivoli intrecciandosi continuamente all’interno dello stesso libro e addirittura tra un libro e l’altro (è possibile che il padre il Lalo Cura di 2666 sia l’Ulises Lima o al limite l’Arturo Belano dei Detective selvaggi come gli indizi disseminati tra i due romanzi sembrano suggerire? Bolaño lascia aperta la questione con tanta sapienza che il dilemma sembra sopravvivergli in via inquietantemente autonoma), tutte le strade portano in realtà (o solo idealmente, a seconda dei libri) verso un unico grande punto – un luogo infero, oscuro e tuttavia accecante – e cioè il deserto di Sonora e il confinante agglomerato urbano di Santa Teresa, versione letteraria di Ciudad Juárez, attualmente uno dei luoghi più violenti e pericolosi del pianeta, scelta da Bolaño insieme al deserto come abisso di perdizione e insieme oasi iniziatica: è qui che i suoi personaggi si imbattono nel proprio personale Minotauro, ne vengono salvati e divorati insieme; un luogo probabilmente parallelo, Santa Teresa, alla citta azteca di Quauhnahuac che ospita la perdizione-redenzione proprio del console Firmin.

Non è infine ozioso ricordare ciò che vedremmo oggi se solo, fuor di letteratura, ci appostassimo un intero week end sul confine nord-occidentale tra Stati Uniti e Messico.

Il venerdì mattina osserveremmo enormi lunghissime carovane di automobili e pick up scassati provenienti da Dávila, da Villegas, da San Luis, che cigolano lentissimamente a pochi centrimentri gli uni dagli altri, si fermano ai complicati controlli doganali, e poi muovono in direzione San Diego: sono i messicani, e vanno verso il lavoro. Ma a partire da venerdì pomeriggio, e per tutto il sabato, delle eleganti pulitissime automobili con cambio automatico iniziano a sfrecciare in direzione opposta senza nessuno che le fermi: sono i giovani statunitensi, ragazzi e ragazze di diciotto, venti, venticinque anni che fuggono dal benessere sempre più precario, dagli psicofarmaci, dalla competizione sfrenata e dal terrore di fallire, diretti verso gli scheletri danzanti di Tijuana, verso un luogo dove finalmente avranno (se solo lo vorranno) la libertà di perdersi, di inabissarsi, di scomparire – nella segreta speranza di non tornare più; o di riemergere in un luogo che non sia il funzionale loculo aziendale dove il loro futuro è tumulato da prima ancora che finiscano il college. Ovvio che Ulises Lima, Arturo Belano e Benno von Arcimboldi diventino, in un contesto del genere, il Virgilio da cui vorremmo essere accompagnati per il nostro viaggio al centro della Terra.

Commenti
25 Commenti a “Uno scrittore per il ventunesimo secolo”
  1. bidé scrive:

    Che dire? Applausi.

  2. vorrei proporti per dare ripetizioni a un po’ di gente, nicola.

  3. Niccolò Giannini scrive:

    meraviglia. Complimenti davvero.

  4. Enrico Macioci scrive:

    Magnifico saggio, che condivido appieno.
    Butto là qualche seme di riflessione su un autore che, ne sono convinto, diverrà cruciale:

    1) Il romanzo che chiude il Novecento è Underworld, il romanzo che apre il Duemila è 2666; l’algida perfezione di DeLillo si sporge fin sul bordo del nulla, la prosa visionaria di Bolano parla di là dal nulla.

    2) I detective selvaggi è figlio (come giustamente Lagioia sottolinea) de Il gioco del mondo di Cortàzar; 2666 è orfano, è una materia del tutto nuova (naturalmente non è così: niente in letteratura è del tutto nuovo; ma 2666 sembra nuovo, una sorta di meteorite).

    3) Bolano è, prima che un formidabile romanziere, uno straordinario scrittore di racconti brevi: cito solo Sensini, Il Verme, Vita di Anne Moore da Chiamate telefoniche e Gomez Palacio, Ultimi crepuscoli sulla Terra, Incontro con Enrique Lihn in Puttane assassine. Sia nei racconti brevi che nei due romanzi enormi, cosmici c’è una caratteristica inconfondibile, peculiarissima: una perenne extra-vaganza, che è sia un atteggiamento stilistico che cognitivo, sia un modo di scrivere che di vivere (di vivere la scrittura, si badi).

    4) E’ significativo che Bolano sia violentemente incompatibile con la migliore letteratura in prosa contemporanea, ovvero quella statunitense. Lagioia ha già fatto tutti i nomi. Bolano mi sembra l’unico non solo in grado di sfidarli, ma anche di svelarli nei loro limiti (sono anch’essi uomini). Forse Bolano è dunque una delle primissime chiavi di lettura della crisi culturale dell’Occidente, di cui l’America rappresenta il cuore e rispetto a cui il cileno resta viceversa periferico, un fuoriuscito, un “teppista” appunto.

  5. Liborio scrive:

    Una delle cose più belle lette sulla letteratura, di sempre.

  6. Octavio Paz scrive:

    mitico minisaggio, giá apprezzato su carta :) ganzissimo anche il quadro!

  7. carmelo scrive:

    Un saggio molto bello e interessante che fa onore alle lettere italiche. Un saggio che andrebbe tradotto in spagnolo e in inglese. Un saggio che dovrebbero leggere taluni critici/accademici/scrittori nostrani.
    Quel tipo di saggio che i lettori amano e che ci siamo affrettati a pubblicare un po’ piratescamente.
    Muchas gracias !!!

  8. marco m scrive:

    bisognerebbe ringraziare Nicola per aver scritto questo testo
    e Bolano per aver scritto
    questo di Nicola è un bellissimo saggio sulla dignità, prima ancora che sulla dignità letteraria
    ho preso appunti un po’ qua e un po’ là
    a un certo punto ho pensato a un titolo alternativo,
    qualcosa tipo “Bolano contro l’industria culturale”

    e comunque qui Nicola mi ha steso, rendendo chiare le difficoltà (mie) di lettura verso alcuni contemporanei (la diffidenza, appunto):

    “Roberto Bolaño, da questo punto di vista, ha avuto il merito di convertire la fredda e ubiqua immaterialità del mondo globalizzato in una calda vicenda di uomini e donne, ragazze e ragazzi le cui sconfitte, i cui deragliamenti, la cui dispersione e sparizione sotto il rullo compressore della Storia non impedisce loro di intraprendere e anzi di credere in un autentico – autentico perché, finalmente, pur nell’era del fake che gioca continuamente alle tre carte col suo opposto, non ha più nulla di apocrifo – viaggio esistenziale e addirittura spirituale. In questo modo, restituisce a loro (e a noi che leggiamo) una piena dignità.”

  9. Bell’articolo Nicola. Scoprire Bolano per me, è stato come incontrare una sorta di scrittore-inconscio che ha steso al sole, sotto lo sguardo di tutti, le piccole paure, angosce, che istericamente io, e con me l’occidentale tipo, nascondiamo per paura di mostrarle agli altri. La sua forza, la sua vita, il suo raccontarci in tempi non sospetti che ” in Sudamerica non ci si vergogna ad essere poveri”; il suo incarnare colui che non si adegua, ma che è disposto a scavre finché non troverà il suo posto nel mondo, pur sapendo che non lo troverà mai, mi ha travolto e “costretto” ad amarlo.
    Poi tutte le colte dissertazioni enciclopediche sulla letteratura, van bene. Ma non ti ringrazio per quelle: mi sento di farlo perché ho l’impressione che anche tu, stia continuando a scavare, e ci tieni al corrente di quel che trovi.
    Cristiano

  10. Aloysius Acker scrive:

    Splendido saggio (e splendido quadro),
    Per Enrico Macioci: Sottolineo un piccolo omaggio proprio a DeLillo, nei Detective selvaggi (a p 721 dell’edizione piccola, nella parte africana): “…per noi Lopez Lobo era come Don DeLillo per gli scrittori, un fotografo magnifico, un cacciatore di istantanee da prima pagina, un avventuriero, un tipo che aveva fotografato tutte le forme della stupidità e dell’ignavia umana…”

  11. Stef scrive:

    Ottimo saggio su uno scrittore del quale ho letto quasi tutto. Solo una precisazione: definirei il cosmopolitismo di Bolano un cosmopolitismo da esule. E di lui sottolinierei un altro aspetto: l’attenzione verso la letteratura minore (soprattutto quella latino americana e cilena) e anche verso gli scrittori minori, verso le loro esistenze (sempre misere). La sua è una vera e propria ossessione, che indirizzerà la sua fantasia (si pensi alla Letteratura nazista) e che lo renderà ancora più “teppista” agli occhi della letteratura di potere.

  12. Enrico Macioci scrive:

    @aloysius acker
    Cacchio mi era sfuggito. Gran bella dritta, grazie.
    In effetti mi piacerebbe sapere cosa pensava Bolano di DeLillo – di Wallace ne pensava piuttosto male, mi pare. A giudicare da queste poche righe il giudizio su DeLillo è lusinghiero…certo che mi sembrano due autori cruciali, e lontanissimi fra loro.

  13. carmelo scrive:

    @MACIOCI E @ALOYSIUS ACKER

    in una conversazione on line che si puo’ leggere nell’0archivio bolano dice:

    De Lillo è uno dei migliori scrittori vivi che ci sono nel mondo. Mi incanta De Lillo ….
    Non conosco Underworld. Mao II è veramente spléndida. Tanto quanto Rumore di fondo, che già è tutto dire

  14. Aloysius Acker scrive:

    A Carmelo: grazie.
    A Macioci: Pensava male di Wallace? In effetti a leggerli sono distanti, però non ho mai trovato niente di scritto (se sai dove ne parla, mi faresti un favorone – mi chiedo spesso se lo conosceva…).
    Comunque – a proposito di postmoderni, etc – ti segnalo anche un bel saggio di Aura Estrada (una ragazza/critica/scrittrice morta a trent’anni, e anche qui Bolaño tira i suoi sospiri… – come per il mitico Angelo Morino!). In pratica – facendo un parallelo tra Bolaño e Borges, che pure “rompeva” con i suoi contemporanei – la Estrada dice che “Bolaño scriveva romanzi epici mentre molti dei suoi contemporanei salivano sul carrozzone del postmodernismo”…
    Ma leggi il saggetto, lo trovi anche sull’archivio italiano (tradotto malissimo, però – in effetti non tradotto, ma “rovesciato” in un’altra lingua…)

  15. carmelo scrive:

    @ Aloysius Acker
    L’Archivio è ben felice di avvalersi del lavoro di traduzione di chiunque.
    Abbiamo un sacco di saggi che aspettano di essere tradotti e visto che mostri di conoscere così bene il lavoro di traduzione saremmo bien lieti di accoglierti nel team.

  16. Enrico Macioci scrive:

    @carmelo
    Grazie, vado a leggere nell’archivio. Adesso mi piacerebbe sapere se DeLillo abbia mai detto qualcosa su Bolano…a me non risulta però.

    @ Aloysius Acker
    Una volta, compulsando qua e là in una libreria di Roma, m’imbattei in un’intervista in cui Bolano più o meno diceva: “Cos’avrà da scrivere così tanto Foster Wallace?” E lo diceva con un’ironia sconfinante nell’acredine, nel fastidio. Però non ricordo assolutamente di che libro si trattasse; è anche possibile che l’intervista si trovasse all’inizio o alla fine di un libro di articoli su Bolano; ma non ne sono certo.
    In effetti lui e Wallace sono molto distanti, secondo me; soprattutto perchè Bolano è un poeta, è sintesi; mentre Wallace è un filosofo, è analisi (naturalmente sto andando per sommissimi capi). E, sempre secondo me, il tempo darà più ragione a Bolano che al pur grande Wallace; forse darà ragione a Bolano più che a chiunque altro nato negli anni cinquanta/sessanta.
    Il saggio della Estrada lo cercherò di certo; e ti ringrazio di nuovo.

  17. Aloysius Acker scrive:

    A Macioci: Grazie anche a te. Comunque andrebbe visto quando Wallace è stato pubblicato in spagnolo (da una prima, rapida ricerca: dopo il 2000 – La Broma infinita esce nel 2002, e quindi in pieno 2666, per Bolaño… mi sembra difficile che lo abbia letto bene).
    Ricomunque: ho rintracciato dove ne parla – a p. 215 di Tra parentesi, nell’elenco delle discussioni con Rodrigo Fresàn: “22) Di David Lynch e del profluvio di chiacchiere di David Foster Wallace”. Questo non significa che lo abbia letto bene, però (ripeto: era in pieno 2666, e poi lui e Fresàn si dividevano i libri… “ci raccontiamo i libri a vicenda e sembra che abbiamo letto tutto”, da L’ultima conversazione, p. 73).
    Ma non diamo troppo retta alle interviste di Bolaño, eh (anche se sono splendide…)

  18. bidé scrive:

    Ma Bolaño non leggeva in inglese? Chiedo eh, non so che lingue sapesse oltre allo spagnolo, però è possibile che avesse letto Infinite Jest in originale, quindi prima della stesura di 2666.
    Ovviamente siamo nel campo delle ipotesi, e sinceramente mi interessa anche in modo relativo dato che non vedo così grandi punti in comune fra i due.

  19. andrea scrive:

    Grazie, splendida lettura.

  20. maria scrive:

    grazie Nicola per la tua passione di scavare nella realtà e per il tuo modo di cercare da solo e di comunicare. Davvero la letteratura, quando è arte, migliora il mondo Alla fine della lettura mi sono sentita meno sola e meno spaventata come se avessi capito che c’è un’unica qualità o un unico mistero che unisce tanti fenomeni diversi,ed è quello che non bisogna perdere di vista.

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