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Uno spreco fatale e al tempo stesso sontuoso

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Sylvia (il libro di Leonard Michaels edito da Adelphi con traduzione di Vincenzo Vergiani) racconta un amore fatale, impuro, violento, viscerale; un amore che si consuma tra liti furibonde e un sesso disperato. È uno di quei romanzi in cui la bella scrittura sembra quasi una conseguenza. L’autore rinuncia a descrivere sentimenti e si limita a esprimere sensazioni – che garantiscono una maggiore fedeltà, una sincerità più profonda; è un libro dotato di una prosa indolente, che non vuole sorprendere con una struttura sintattica articolata, ma che mira soltanto a rappresentare la realtà nella maniera più diretta, nuda, senza fronzoli, con uno stile paratattico che procede per frasi brevi, coordinate da nessi elementari.

La sua forza è nella semplicità. Stupisce proprio in quanto non desidera stupire: «Stando lì a Cambridge con lei, non sentivo alcun bisogno impellente di essere altrove. Sarebbe stata una splendida estate, rigogliosa, profumata. Avevo una ragazza. Nessun dovere. Dovevo solo esistere».

Sylvia è una ragazza egoista, che vorrebbe dal suo amante una dedizione totale al limite della paranoia. Intorno a loro, la vita si snoda come un meccanismo enigmatico e inarrestabile, che sembra quasi non riguardarli. La vastità del mondo si dispiega davanti ai due amanti come una promessa non mantenuta, che li coinvolge in qualche modo inesplicabile, pur senza toccarli direttamente: «Camion, automobili e treni sfrecciavano nella griglia dei cavi, attraversando l’East River da e per Brooklyn. Le navi mercantili procedevano lente, come in sogno, andando e tornando dall’oceano. In cielo, squadriglie di piccioni descrivevano cerchi grandiosi, mentre i gabbiani si levavano come figure tratteggiate. C’erano anche passeri velocissimi e aeroplani diretti in India e in Brasile. Giorno e notte, ininterrottamente e da ogni parte, giungeva il brusio vertiginoso dell’esistenza».

Il narratore e Sylvia si incontrano per la prima volta a un appuntamento a quattro, e dopo non essersi quasi rivolti la parola si ritrovano a letto insieme. Sono personaggi che sembrano muoversi in maniera autonoma, senza un intervento diretto del narratore. Le cose accadono senza una preparazione. All’autore non interessa rendere attendibili i fatti che racconta. È sufficiente esporli con semplicità: «entrammo nello squallido appartamento, come una coppia destinata a un rito sacrificale. Cominciò senza un inizio. Facemmo l’amore finché il pomeriggio divenne crepuscolo e il crepuscolo divenne notte fonda».

Ogni avvenimento ha un’aura di fatalità che lo circonda. Sylvia flirta continuamente con la tragedia. Ogni suo gesto, ogni sua parola rimanda alla morte. Se la storia è cominciata senza un inizio, ogni momento della relazione amorosa contiene in sé il presentimento della fine: «Soprattutto mi colpì l’efficienza di Sylvia, la rapidità con cui aveva sostituito un uomo con un altro. Sarebbe accaduto anche a me? Certo che sarebbe accaduto, ma per il momento lei era lì accanto a me e la crudele incertezza dell’amore non era altro che un’idea, un sapore volubile, un dolce dispiacere nella notte estiva. Ci voltammo l’uno verso l’altra, rinvigoriti dal dramma del tradimento, e facemmo di nuovo l’amore».

La semplicità della narrazione non imbriglia fino in fondo l’enigma dell’esistenza, ma lo disperde in un dedalo di sensazioni sofisticate. La vita continua a esistere nella sua complessità, ma in una sfera separata, in un territorio sotterraneo che abita la sensazione come sottopelle, alla maniera di vasi sanguigni che innervino il tessuto dell’esistenza senza mai rivelarsi in superficie, ma donandogli nutrimento e calore: «C’era molto su cui riflettere. E non aveva a che fare con il modo con cui gli zigomi di Sylvia intercettavano la luce, o con l’abbondanza carnosa del suo labbro inferiore, o con la scintilla distaccata del suo sguardo».

I due amanti vanno ad abitare in una stanza in affitto. La stanza si trova in un appartamento in cui tutti i mobili vengono tenuti coperti, come se dovessero attendere qualcun altro per essere usati davvero. Durante la prima notte i due fanno l’amore, tentando di farlo in modo silenzioso, intimoriti dall’atmosfera di quell’abitazione; ma il padrone di casa riesce comunque a sentirli, e la mattina dopo li mette alla porta: «Gli era passato per la testa che Sylvia e io ci stessimo toccando, commettendo empietà con i nostri corpi, benché ci fossimo sforzati di non far rumore e avessimo scopato con sottigliezza tantrica, misurando il piacere piano piano, per rispetto del suo territorio etico». Il sesso è la modalità con cui i due amanti escono dalla loro condizione di potenzialità inespressa ed entrano nella vita. Scopando, prendono possesso dell’effettività dell’esistenza. Rimuovono – metaforicamente – i teli bianchi dai mobili della casa e si apprestano a vivere la realtà in pienezza. In un altro passaggio il narratore afferma: «Facemmo di nuovo l’amore, alla maniera nostra, come se credessimo di poter dare realtà a ciò che ci legava, qualunque cosa fosse». Il sesso, dunque, si configura come un catalizzatore di realtà, una realtà che – ancora una volta – passa esclusivamente per le sensazioni, perché dei sentimenti è meglio non fidarsi: «Gli edifici sembravano più grandi nella loro massiccia indifferenza verso di me, e stranamente minacciosi. Nell’aria gelida i rumori della strada risuonavano con impeccabile nitidezza, come se il traffico fosse un campo di battaglia e i bambini che correvano nel Seward Park si stessero ammazzando a vicenda. Il ruggito di un aeroplano squarciò il cielo. Ogni cosa giungeva a me come sensazione, non come sentimento. Non avevo sentimenti a cui fossi in grado di dare un nome. Non avevo sentimenti umani».

Sylvia è un romanzo bellissimo, con un impianto stilistico e narrativo dal sapore vagamente fitzgeraldiano. È un libro struggente sulla giovinezza e sullo spreco rovinoso dell’esistenza. Uno spreco fatale e al tempo stesso sontuoso, che non concede una seconda possibilità, ma in cambio lascia una scia di magnificenza destinata a durare a lungo nel tempo.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove vive e lavora. Scrive di letteratura e di cinema su alcune riviste e blog culturali. Redige una rassegna di poesia italiana contemporanea per Nuovi Argomenti, di cui è redattore. Traduce per il mensile 451 gli articoli della New York Review of Books. Ha pubblicato Il poema della leggerezza. Gnoseologia della metamorfosi nell’Alcyone di Gabriele d’Annunzio (Bulzoni, 1998). Nel 2012 ha fatto il suo esordio come poeta su Nuovi Argomenti.
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