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Dove un’ombra sconsolata mi cerca. Intervista a Andrea Molesini

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Photo by davide ragusa on Unsplash

di Valentina Barengo

Dove un’ombra sconsolata mi cerca (Sellerio, 2019), il quinto romanzo per adulti di Andrea Molesini (molti ricorderanno anche i suoi titoli per ragazzi, tra cui il celeberrimo Quando ai veneziani crebbe la coda), è ancora una volta ambientato in laguna, e alla laguna è dedicato. Scrive infatti l’autore veneziano, nella pagina cui di solito si è usi leggere “a qualcuno”: “[…] Queste pagine vengono dall’ascolto della mia città-arcipelago, un impasto di eros e fango, di pietra e d’argilla che in tempi lontani uomini braccati dal destino avverso edificarono nella speranza – vana e ricorrente – d’imbrogliare la morte, e al mistero del tempo e della felicità sono dedicate”.

In un andare e venire della narrazione che ha l’incedere del ricordo, viene raccontato il passaggio cruciale dall’infanzia all’adolescenza di Guido, figlio di una donna lieve e fatta di poesia e di un ufficiale della Regia Marina, concreto, razionale ma appassionato di mappamondi,che dipinge. Guido non poteva che venir fuori sognatore e, nel suo modo un po’ svagato di vivere i giorni sfacciati della giovinezza leggendo Tolstoj all’amico Scola tra le barene della laguna di Venezia, finisce per trovarsi coinvolto in un affare più grande di lui. Sono i giorni dell’occupazione tedesca, in cui il ragazzo scoprirà l’amore, anche quello della carne, i giorni in cui dovrà accettare che le parole sussurrate (senza saperlo erano entrambi diventati staffette partigiane) possono essere foriere di morte, e che al primo tempo della vita, e di una possibile verità, ne segue sempre un secondo.

Come nella migliore narrativa, Dove un’ombra sconsolata mi cerca trasporta il lettore per trama, per un rimando di significati (uno su tutti il binomio verità e tradimento) e soprattutto per la lingua, sopraffina, poetica e concreta insieme. È letteratura, in definitiva.

Abbiamo intervistato l’autore.

Dove un’ombra sconsolata mi cerca è il tuo quinto romanzo. Hai un intento programmatico nella scrittura?

Sì, i cinque romanzi esplorano lo stesso tema: il tradimento di se stessi che conduce al suicidio, suicidio di una civiltà, quella europea, e suicidio individuale. Con la Grande Guerra del 1914-1918 l’Europa, anziché proiettare le proprie energie per la conquista, che non era solo militare, del resto del mondo – gli imperi coloniali erano giunti al vertice della propria espansione – volge verso se stessa l’eccesso di forza, e la deflagrazione bellica ridurrà il continente all’ombra di sé. Fino al 1914 l’Europa era la testa del mondo, nel 1918 è diventata uno dei suoi disiecta membra. Non tutti i bastardi sono di Vienna (Sellerio 2010), il primo dei cinque romanzi, tratta di questo, l’inizio del tradimento di sé che conduce allo sfacelo. Gli dèi confondono la mente di quelli che vogliono distruggere. Quel primo libro è il nartece della mia cattedrale.

In Presagio (Sellerio 2014), romanzo breve, si manifestano diversi tipi di tradimento e di suicidi: è il battistero ottagonale che congiunge il nartece alla navata centrale. Qui c’è il suicidio programmato per ferire e uccidere il padre e la sua amante, contesa dal figlio. C’è il suicidio di chi non ce la fa più a reggere l’urto della vita, il suo carico di dolore insopportabile, e c’è quello della Belle Dame che vuole strappare alla morte ciò che alla morte spetta di diritto, scegliere il momento: io muoio giovane, lo decido io quando, non tu!

La solitudine dell’assassino (Rizzoli 2016), la navata centrale, prima del transetto, mette in scena il suicido generato dalla colpa. La grande colpa è il massacro degli ebrei d’Europa, il culmine dell’infamia. Naturalmente il nostro continente – senza i cittadini israeliti che incarnano l’Oriente che è in noi, radice della tradizione cristiana – non è più se stesso, è un’ombra pallida e spaurita, che delega ad altri la propria difesa (non solo militare ma anche ideologico-economica).

E veniamo al transetto, che interseca la navata perpendicolarmente: si potrebbe chiamare la cittadella dell’infanzia. È costituito di due libri: Polvere innamorata (Mondadori 1998) e La primavera del lupo (Sellerio 2014). I protagonisti dei due romanzi sono dei bambini, la loro mente è capace di salti logico-illogici di grande potenza. Il transetto è una zona di riposo nel tempio: come dire che l’anima dell’infanzia è un’isola ristoratrice, perché suscita linguaggio che sorprende, avvince e riscatta: è un inno alla gioia gettato dall’individuo in faccia al fiume degli eventi suicidari collettivi (la Seconda Guerra Mondiale).

Poi la navata si prolunga in quest’ultimo libro, Dove un’ombra sconsolata mi cerca,dove tradimento e suicidio, come nella Solitudine dell’assassino, si intrecciano e annodano.

Questo ultimo lavoro fa trasparire il tuo legame con il testo poetico, il tuo profondo rispetto per la parola e l’accostamento dei suoni, oltre che dei significati. Come riesci ad essere lirico e “ben piantato a terra” insieme?

Cito l’attacco della scena 7 del terzo capitolo di Dove un’ombra sconsolata mi cerca: “Se non vuoi diventare lo zimbello del mondo devi vivere intero, essere uno, niente di te esagera o escludi, devi sentirti completo in ogni cosa fatta, pensata e detta. Metti tutto te stesso in ogni istante del tuo agire, ma soprattutto ricorda questa semplice cosa: proteggi il bambino che sei stato, mettilo in salvo, la tentazione di tradirlo è sempre là, dietro ogni angolo, in agguato”.

È il padre che parla al figlio mentre acquarella la Fossa delle Marianne del suo mappamondo, il luogo più profondo di tutti i mari del globo. La forza poetica della pagina deve scaturire dal pensiero. La forza dell’espressione è generata non da un atteggiamento ma da un qualcosa di solido, l’immagine e il concetto scaturiscono dalla rigorosa ma anche divertita contemplazione del mondo, che ha bisogno di lentezze e abnegazione. Oggi troppo spesso la prosa è giornalistica, spiccia e troppo vicina al parlato e di questa vicinanza non cessa mai di vantarsi, come se l’improvvisazione, e non la meditazione, fosse garanzia di autenticità.

Il tema di fondo di Dove un’ombra sconsolata mi cerca è il tradimento, nelle sue forme più diverse, e con conseguenze anche di portata capitale. È un tema esiziale anche per il nostro tempo (il romanzo è invece ambientato principalmente tra il ’38 e il ’45), seppur in forme diverse. È impossibile non tradire?

Direi che è molto difficile rimanere fedeli a se stessi. Abbiamo lasciato, crescendo, diventando adulti, le acque sicure del porto? Abbiamo dispiegato le vele all’impeto degli Alisei? O abbiamo preferito navigare sotto costa, tra acque marce, dove prudenza e diffidenza ci consigliavano di restare? Non è facile rispondere alla domanda di complessità, e di eroismo, che si annida nell’animo di ogni adolescente che sia un adolescente e non una melanzana. È più facile accontentarsi di quel che passa il convento. Resta un interrogativo: come cade la polvere? Com’è che un giovane dio si è fatto uomo curvo e infelice, capace solo di balbettare alla fine di un destino che gli appare misero, troppo distante dalla libertà e dal sogno di sé che l’infanzia gli aveva regalato?

Il modo in cui la narrazione procede, avanti e indietro come una barcarola, segnata però dalle date che orientano il lettore, ha il sapore del ricordo. Scrivere è ricordare? Vivere è ricordare?

Sì, è anche questo. La memoria assomiglia alla lenta ma inesorabile macina della risacca. È la nostra capacità di ricordare che forgia l’identità. Siamo quello che ricordiamo, ma qualche volta ricordiamo solo quello che ci conviene, e questo non è saggio. Bisogna affrontare il vero, e la verità brucia, incendia l’anima.

La guerra: il padre del protagonista è un ufficiale della Regia Marina, Guido si trova quasi inconsapevolmente, insieme all’amico Scola, a fare da staffetta partigiana. In che senso: “La guerra è un fiume di lutti, ma dà ad ogni popolo una direzione”?

Anche un terremoto genera lutti, la guerra invece genera la Storia, ne determina le svolte cruciali. Fa una certa differenza se un caporale austriaco alla testa di un manipolo di “dilettanti sanguinari” (così Karl Kraus definì i nazisti) vince o perde la guerra. La Russia ebbe poco meno di venti milioni di morti durante l’ultimo conflitto mondiale, ma a loro si deve la sconfitta dell’armata hitleriana, quel sacrificio immane ha salvato il mondo da un destino di schiavitù e orrore. La solitudine dell’assassino si conclude con questa frase: “Il segreto della felicità è la libertà, e quello della libertà il coraggio”.

Infine il tempo. Le parole della madre non abbandonano mai Guido che la ricorda dire: “Noi siamo fatti di tempo, ma siamo fatti anche per non crederci”. È così? Che suggestione trasmetti al lettore, qui?

Non lo so, ciascun lettore è un mondo a sé, e io i miei lettori non li conosco. Noi esseri umani siamo l’unico animale che trascorre l’esistenza, una volta passata l’infanzia, nella consapevolezza della mortalità, però non sappiamo quando sia l’ora ultima, e questo ci permette di andare avanti con quel tanto di spensieratezza necessaria alla vita. C’è una sola cosa che la poesia non può mai smettere di fare: elogiare tutto ciò che esiste e che accade per il solo fatto che esiste e che accade. Nella gioia e nel dolore, nell’ora del trionfo e in quella della sconfitta, il grande spettacolo dell’agire umano continua. Così si conclude Dove un’ombra sconsolata mi cerca: “Dove finisce l’ombra della quercia un passero zampetta intorno a una lucertola che si rifugia sotto un sasso. E sul fiume, mai quieta, dura la luce”. Nella prima riga del testo fondatore della civiltà europea, la Bibbia, c’è scritto Fiat lux, et lux fuit. La tenebra viene cacciata dal mondo nel sentire la parola luce pronunciata dal Dio pantocratore. Nel principio era il Verbo, e il Verbo generò la Luce, la materia per cui e di cui, sia pure inconsapevolmente, siamo fatti.

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