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“Uomini di poca fede”: L’America rurale raccontata da Nickolas Butler

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo. Cogliamo l’occasione per ricordare ai lettori di minima&moralia che è uscito da pochi giorni La scoperta di Cosa nostra (Chiarelettere), il libro d’esordio di Gabriele Santoro, di cui consigliamo la lettura. Il lavoro di ricerca, realizzato negli Stati Uniti, ricostruisce l’origine e l’evoluzione di Cosa nostra tra le due sponde dell’Atlantico con due protagonisti: il collaboratore di giustizia Joe Valachi, il primo a fare il nome dell’organizzazione mafiosa, e il ministro della Giustizia dal 1961 al 1964 Robert Kennedy.

Lo scrittore Nickolas Butler, classe 1979, nato ad Allentown, in Pennsylvania, e cresciuto a Eau Claire, in Wisconsin, ama raccontare la terra che respira e cammina, ma la sua lingua è universale.

Il sessantenne Lyle Hovde, a lavoro nel suo frutteto, è un emblema dell’amore per il paesaggio evocativo del Midwest. Butler, definito cantore della provincia americana per eccellenza, ha scelto la prospettiva di Lyle per costruire l’ultimo romanzo Uomini di poca fede (Marsilio, 256 pagine, 17 euro, traduzione di Fabio Cremonesi), che nella sua complessità aiuta a superare gli stereotipi della narrazione monolitica di quella parte di America.

La regolarità dell’esistenza di Lyle e della moglie Peg, immersi in un ambiente rassicurante, non li tiene al riparo dal dolore e dalla morte. Lyle ha perso la fede dopo la precocissima scomparsa del figlio e riversa l’amore sul nipotino Isaac di cinque anni. La madre Shiloh, e figlia adottiva della coppia, dopo un periodo di lontananza e ribellione decide di riunirsi alla famiglia, ma non è sola. A rompere i giochi c’è la passione per un pastore, Steven, che l’ha spinta verso una setta e ha radicalizzato il suo sentimento religioso. Il fanatismo è destinato a ripercuotersi sulla salute di Isaac e provoca ulteriori crisi nel nucleo famigliare. Lyle è disposto a tutto per evitare un’altra tragedia.

Butler, è possibile definire univocamente la cosiddetta America rurale?

«Il paese è così vasto, che non ritengo rappresentativa questa categoria tesa a uniformare la realtà. Il paesaggio americano differisce profondamente da luogo a luogo ed è un concetto complesso, molto più vario di quanto si pensi. Quando racconto l’America rurale mi riferisco al Wisconsin: fattorie, piccole comunità. Non all’Arizona o al Wyoming che hanno scenari diversi».

Si parla spesso di due Americhe. Qual è il grado di distanza?

«A Los Angeles e New York si vive nella modernità o addirittura si assaggia il futuro. In Wisconsin sembra di essere negli anni Quaranta o Cinquanta. In larghe aree rurali non esiste, o è poco affidabile, la connessione alla Rete e le fattorie vengono gestite come cinquant’anni fa. È una questione di velocità totalmente separate».

Lyle è un personaggio centrale nel romanzo. Lei celebra la figura del nonno. Come intende il legame tra letteratura e memoria?

«Lui è ispirato decisamente a mio suocero Jim. La cosa migliore dell’essere uno scrittore è la possibilità di prendere l’anima delle persone che amo e trasmetterne lo spirito ai personaggi di finzione letteraria. Ho la sensazione che in questo modo possano vivere per sempre. La relazione tra nonni e nipoti è magica».

Il romanzo appare un affresco di legami famigliari talvolta insondabili.

«Nella mia città natale vivo un bellissimo matrimonio e ho relazioni che risalgono alla mia infanzia fortunata. Ma non mi ha mai sfiorato il pensiero di giudicare l’esperienza famigliare delle persone, o semplicemente considerare la mia come un modello di comparazione. La felicità non può trasformarsi in un giudizio. La politica non può stabilire l’equilibrio e l’amore in una famiglia».

Lyle e Shiloh disegnano un ampio spettro delle possibilità della fede religiosa. Lei ne ha trovato una definizione?

«Credere in qualcosa, che non può essere dimostrato, mette in movimento moltissimi sentimenti ed è una sfida quotidiana. È difficile trovare il perimetro esatto della propria fede ed è uno degli elementi che caratterizza le relazioni con gli altri».

Che cosa ha compreso del fanatismo religioso?

«Ho acquisito una maggiore consapevolezza dei suoi effetti nella quotidianità. I fatti e la scienza dovrebbero restare sempre razionali, non essere messi in discussione dalle emozioni. La creazione di una storia e il racconto possono aiutare il lettore a metabolizzare e a capire i fatti nella loro complessità. È nella natura della cronaca divorare storie disturbanti con l’emotività dell’istinto. La lettura di trecento pagine di un bel romanzo consente invece di sentire un legame più profondo con i protagonisti della vicenda».

Qual è l’impatto delle sette religiose nella società americana?

«L’aspetto interessante è che in America, a fronte di un radicato processo di secolarizzazione, con sempre meno giovani che vanno in chiesa, proliferano sette caratterizzate dall’estremismo e dalla costruzione di un credo fai da te. Molte di esse vivono e operano nella clandestinità».

Il Midwest è davvero l’America di Trump?

«Nelle scorse elezioni presidenziali Trump ha vinto con un margine risicato in Wisconsin. Da allora però siamo considerati tutti suoi seguaci, ma non è così. Siamo più complicati, interessanti e abbiamo molte più storie da raccontare di quanto non si immagini».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
Commenti
3 Commenti a ““Uomini di poca fede”: L’America rurale raccontata da Nickolas Butler”
  1. Giò scrive:

    La cosa più interessante di questo articolo è Santoro che invece di un incipit introduttivo dell’articolo, piazza un annuncio pubblicitario (sorta di products placement, come si suol purtroppo dire) di un suo libro, che pare peraltro non abbia alcuna attinenza con l’argomento trattato.

    Persino il fatto che stia presentando un degno rappresentante dello sciovinismo americano che si è fatto letterato passa in secondo piano.

    Saranno i mala tempora che currunt…

  2. Gabriele scrive:

    Gentile Giò, la cosa più interessante del suo commento è che lei ignora chi ha avuto il pensiero di inserire le poche righe d’introduzione. Lo ha fatto un membro della redazione del blog, essendo a conoscenza dell’uscita. Le auguro una buona giornata.

  3. minima&moralia scrive:

    @giò
    è costume di minima&moralia segnalare – qualora ci fossero – i libri in uscita dei collaboratori che gentilmente ci prestano i loro pezzi. nel caso di gabriele, poi, in particolar modo, vista la grande quantità di articoli che ha scritto per noi.
    buona giornata
    redazione minima&moralia

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