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UT, la nuova e disturbante miniserie di casa Bonelli

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Il 25 marzo esce Ut, la nuova miniserie Bonelli disegnata da Corrado Roi con i testi di Paola Barbato. Il fumetto sarà distribuito contemporaneamente sia nelle edicole che nelle fumetterie, dove sarà disponibile anche un’edizione speciale con 16 pagine extra e una copertina d’autore. Di seguito pubblichiamo un pezzo di Luca Valtorta uscito in forma ridotta su Repubblica.

di Luca Valtorta

“La latitudine e la longitudine erano sempre le stesse. L’anemometro misurava 90, il termometro -2 e l’igrometro 0. Praticamente una pessima giornata, fredda ventosa, quasi senza qualità. E l’uomo? L’uomo di qualità non ne aveva proprio. L’uomo non esisteva più”. Inizia con una citazione esplicita de L’uomo senza qualità di Musil, Ut, una nuova miniserie della casa editrice Bonelli che si preannuncia rivoluzionaria.

A realizzarla sono Paola Barbato e Corrado Roi. Barbato, nata a Milano, 45 anni, tre figlie e una passione per il thriller, ha scritto per Bonelli diverse sceneggiature molte delle quali per Dylan Dog mentre nel 2006 ha iniziato a scrivere libri: Bilico, seguito nel 2008 da Mani nude e nel 2010 da Il filo rosso. Ha anche collaborato alla sceneggiatura di una fiction per Sky, Nel nome del male, l’unica serie tv mai apparsa in Italia sulle sette sataniche. Tutto quello che fa è sempre piuttosto disturbante.

Ut nasce dall’incontro con un disegnatore che dell’incubo ha il colore: nero, sporco, sfumato, fatto di ombre evanescenti, Corrado Roi. “Quando mi chiedono qual è la mia tecnica di disegno rispondo che è quella dello sporco: spugnette, tamponi, pennello secco. Ma è una scelta culturale: potrei disegnare in un’altra maniera, vengo dal chiaroscuro netto ma oggi non m’interessa più. Quindi atmosfere molto cupe, molto dense tetre, il nero scavato”, racconta dalla sua casa di Laveno in provincia di Varese dove è nato e ha scelto di vivere (“odio le grandi città, non ci posso stare, sono degli orrori”) e dove ha fatto anche l’assessore.

Ut è da quarant’anni nella sua vita ma fino ad oggi non era mai venuto alla luce. “Non sarei mai stato in grado di fare una serie mensile regolare, sono sempre stato impegnato su troppi fronti e sarebbe stato inopportuno. Però i tempi sono cambiati e quando Sergio Bonelli cominciò ad aprire alle miniserie cominciai a radunare il materiale che avevo accumulato in tutti quegli anni e che era assolutamente caotico. Passò ancora del tempo. A quel punto ho pensato che l’unica persona che avrebbe potuto trovare il bandolo di quella matassa di pensieri e di disegni fosse Paola Barbato, con cui avevo spesso lavorato trovandomi in grande sintonia”.

Lei, da parte sua, ricorda maledizioni da parte di Roi: “All’inizio ero inesperta e maniacale nelle descrizioni. Credevo che al disegnatore bisognasse spiegare tutto, Roi mi ha fatto capire che invece ognuno doveva avere il suo spazio soprattutto se, come lui, vede le cose nel suo particolare modo. Poi col tempo siamo diventati amici, entrambi amiamo lavorare di notte e così ci facevamo lunghe telefonate”.

Di Ut già si dice che sarà l’evento del fumetto del 2016 e in effetti ha tutte le caratteristiche di una rivoluzione, soprattutto nel mondo Bonelli tradizionale e per famiglie. “In realtà Bonelli ha sempre saputo innovare” dice Roi, “ma certe cose è ovvio non si toccano: Tex è la tradizione e rimarrà sempre così. Il Dylan Dog di Sclavi è stato innovazione e oggi la casa editrice ha capito che doveva continuare a osare reclutando nuovi talenti come appunto Paola”.

Di certo un “eroe” Bonelliano che alla sua prima apparizione fa una strage ammazzando quattro persone e tagliandogli le dita non si era mai visto, anche se il nuovo corso di Dylan Dog, dopo un periodo di “buonismo”, è ritornato alle atmosfere spiazzanti degli esordi di Sclavi, mentre un’altra serie che ha molto fatto parlare di sé, Orfani, ammazza più protagonisti de Il trono di spade e il nuovo Morgan Lost di Claudio Chiaverotti si svolge in un mondo surreale dove i serial killer sono diventati una sorta di rockstar.

Ma Ut non è un thriller, assomiglia di più a una visione. “Si trattava di creare un nuovo mondo”, spiega accendendosi una sigaretta Roi, “in Ut non ci sono per esempio riferimenti manieristi per esempio al cinema ma piuttosto alla letteratura, alla filosofia. Il Borges di Finzioni è sicuramente un’influenza, così come Poe: di quest’ultimo mi affascina il rapporto che lo scrittore ha con il lettore”. Il nome Ut viene da una congiunzione latina ma è anche l’antico “do” della scala esatonale poi caduto in disuso: Roi, non a caso, è anche musicista. “Una cosa così non poteva essere una normale testata a cui lavorano altri disegnatori, era una cosa che dovevo fare io. Con Paola”.

È lei infatti che dall’insieme delle visioni dei personaggi di Roi ha costruito una storia. “Avevo centinaia e centinaia di pagine di disegni, appunti, personaggi, ma senza inizio né fine”, racconta. “Per dieci anni con Corrado ci siamo parlati e alla fine siamo riusciti a trovare il bandolo della matassa. Di quello che è venuto fuori non riesco a dare una definizione. So solo quello che non è: non è un racconto di genere, non è un romanzo apocalittico, non è un thriller”.

E all’inizio abbiamo solo qualche indizio che parte da un’unica certezza: l’umanità si estinta. “Non c’è un perché. O meglio ce n’erano tanti” spiega Roi “ma abbiamo lavorato di sottrazione su tutto. In principio c’era un sapore un po’ intellettualoide che abbiamo scarnificato fino a che non è rimasto più nulla, solo l’essenziale. Non c’è neppure niente di istituzionale: non ci sono le forze dell’ordine, né religioni, né chi comanda. Ho tolto tutto quello che di solito è piattaforma per scrivere dei racconti di avventura. Ho tolto anche i cattivi. Persino chi sembra cattivo è un’altra cosa, e tutta la storia che si può leggere tranquillamente in maniera normale è in realtà piena di inganni”.

Il primo volume si chiude con una fiaba. “Anche quella si scoprirà che non è una fiaba. Non posso dire di più. Si tratta di venti tavole diluite nei primi quattro episodi che hanno un ruolo fondamentale”.

La miniserie è fatta di sei numeri e anche la struttura è inusualmente complessa. “Ho fatto un ingresso, due commedie dove ho inserito degli elementi che si vedranno dopo, e poi dal quarto al sesto episodio si entrerà nel vivo, anche se ogni episodio sembra autoconclusivo” spiega Roi mentre si sente di nuovo il suono dell’accendino per l’ennesima sigaretta. “A cinquantotto anni dovrei starci più attento però non è mica da tanto che fumo: sono solo quarantasette anni”.

Sì ma cosa succede in Ut? “Succede che l’umanità si è estinta ma noi non sappiamo né perché, né da quanto” spiega ancora Paola Barbato. “Esistono nuove specie antropomorfe ma molto limitate, primitive. Le cose sono e basta. Non esiste sesso, non esistono emozioni, infatti non si sa come vengano generate le persone, le gravidanze non ci sono più e Yersina che è una bambina è così e basta, non crescerà. Tutti sono quello che sono. Questa astrazione che Corrado ha voluto imporre porta tutto su una base animalesca, primordiale. Ne Le Vie della fame che è il titolo del numero uno si vedono dei cannibali. Sono così. Ut li massacra ma non perché commettono un gesto eticamente sbagliato. Tutto è molto spoglio e intossicato anche in termini naturali , ci sono poche specie animali. Ci sono gli insetti. Uno dei personaggi, Decio (un omaggio al grande direttore Bonelliano Decio Canzio, ndr) è un entomologo. Corrado ha raccolto suggestioni da moltissime parti: architettura, musica, storia dell’arte, filosofia, esoterismo. Ci sono moltissimi simboli soprattutto negli ultimi tre volumi che si muovono in una dimensione immaginifica e sono di una bellezza straordinaria ma anche molto disturbanti. Per capire cosa intendo si provi a immaginare una persona che sorride. Ma che al posto dei denti ha gli occhi”.

All’inizio leggendo viene in mente il Cormac McCarthy de La strada e per il disegno Alberto Breccia, o Sergio Toppi e Dino Battaglia, a cui Roi si sente vicino (“per l’uso dei grigi, delle sfumature”). Ma poi le cose si fanno sempre più rarefatte e siamo più dalla parti di Jodorowsky che incontra Lovecraft, Poe e Dada. C’è violenza, spietatezza, fame. Eppure in questa crudezza c’è poesia, c’è qualcosa che colpisce e ti si ficca in testa: Ut è come un bambino, crudele ma al tempo stesso innocente che fa domande come “Ma è l’anemometro che fa sbattere le porte o è il vento?”. Chi ha visto anche solo una volta questa bambinesca innocenza sa che è l’essenza stessa dell’essere uomo. “Per questo dicevo che amo Borges: mi piace che le cose non siano quello che sembrano, mi piace camuffarle, trasformarle e dimensionarle in un altro modo”, aggiunge Roi.

Sì, ma alla fine, chi è dunque Ut? Lampo, sfregamento, un’altra sigaretta che probabilmente non sarà l’ultima della giornata. “Un pinocchio feroce”.

Commenti
3 Commenti a “UT, la nuova e disturbante miniserie di casa Bonelli”
  1. Leon Battista scrive:

    “Ma è l’anemometro che fa sbattere le porte o è il vento?”

    Sono le porte che fanno muovere l’aria. Quante volte te lo devo dire?

  2. giovanni cesari scrive:

    Delusissimo dal primo numero di UT! Gli concederò ancora una chance, se rimarrà la delusione non escludo di sospendere l’ acquisto. Nel frattempo, mi consolo con il vil.3 di ’68, della Saldapress. Non ci sono più i Binelli di una volta.

  3. giovanni cesari scrive:

    Delusissimo dal primo numero di UT! Gli concederò ancora una chance, se rimarrà la delusione non escludo di sospendere l’ acquisto. Nel frattempo, mi consolo con il vol.3 di ’68, della Saldapress. Non ci sono più i Bonelli di una volta.

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