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I vagabondi, le micronarrazioni di Olga Tokarczuck

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Nel 1542, mentre Copernico rivela i primi capitoli del modello del sistema solare che prenderà forma come De Revolutionibus orbium coelestum, Vesalio pubblica il primo atlante anatomico, De humani corporis fabrica.

Se il fatto che queste due pietre miliari vengano pubblicate nello stesso anno può sembrare una curiosa coincidenza, allora forse siete nella giusta disposizione d’animo per leggere Bieguni, la narrazione-costellazione di Olga Tokarczuck apparsa in Polonia nel 2007, pubblicata con grande successo (tanto da vincere il Man Booker International) da Fitzcarraldo in UK (Flights) nel 2018 e finalmente in uscita in Italia come I vagabondi (2019, traduzione di Barbara Delfino) per Bompiani.

Scegliere da dove partire per parlare de I vagabondi, dato il suo carattere enciclopedico, è impresa ardua; come impossibile è poter contenere quest’opera all’interno di un’unica visione d’insieme, tanti e infiniti sono gli spunti seminati lungo le pagine da cui si potrebbe iniziare.

La congiuntura Copernico-Vesalio tuttavia rappresenta un possibile inizio perché, per certi versi, demarca il punto di incontro tra le sfere celesti e il corpo umano che rappresentano gli estremi di quel palinsesto su cui si adagiano come carte veline i numerosi e brevi testi che formano il libro. Corpo e universo, interiore ed esteriore, infinitamente piccolo ed infinitamente grande, rappresentano infatti i limiti di quella“linea” – o piano – lungo la quale esplodono e si posizionano i numerosi capitoli che formano il libro e che mettono in relazione a più riprese, attraverso la loro struttura e il contenuto, il moto dei pianeti, gli spostamenti degli uomini sul globo terrestre e il flusso del sangue nelle vene.

Astronomia, geografia (nella sua versione di psicogeografia) e anatomia sono storicamente, e particolarmente nel libro di Tokarczuck, le discipline sotto cui è celato quello sforzo profondamente umano di mappare sempre più dettagliatamente lo spazio e la materia che ci circondano e di cui siamo costituiti. Un movimento di indagine che pur tendendo a un risultato, non può e non vuole raggiungerlo mai, perché ogni scoperta, lontana dal ridurre lo spazio verso un ipotetico traguardo, è destinata sempre ad aprire nuove infinite possibilità di conoscenza. Esemplare è in questo senso l’episodio della scoperta del tallone d’Achille raccontato nel libro. Sconosciuto a Vesalio, il tallone d’Achille viene illustrato e nominato da Verheyen oltre un secolo dopo la pubblicazione di De humani corporis fabrica:

“Si sarebbe potuto dare un nome migliore alla parte del corpo per la quale Tetide prese il piccolo Achille per immergerlo nello Stige e renderlo immortale per l’eternità?

Forse Philip Verheyen si era imbattuto nella via dell’ordine nascosto – forse nei nostri corpi risiede l’intero mondo della mitologia? Forse esiste una specie di riflesso del grande e del piccolo, il corpo dell’uomo collega in sé il tutto con il tutto – storie ed eroi, dei e animali, l’ordine delle piante e l’armonia dei minerali?”

Ordini nascosti si aprono precipitosamente gli uni all’interno degli altri dando vita a un viaggio di ricerca su larga scala, che si muove su più piani e procede in maniera non lineare, perché così, al limite del caso, avvengono le scoperte e si muovono le idee. Quella de I vagabondi è un’avventura vertiginosa, portata avanti da Tokarczuck – “detective casalingo, investigatore privato di segni e casualità” –saltando da un frammento all’altro, da un luogo e un tempo all’altro, lungo linee e piani, alla ricerca di qualcosa che forse è il senso dell’esistenza, o forse misteriosamente una ricerca senza apparente senso.

Proprio per la sua struttura frammentaria ed episodica, Tokarczuck ha scelto definire quest’opera “costellazione”, prima ancora che romanzo o saggio.

Ogni episodio, biografico, storico o di finzione, esiste infatti nello spazio di uno o più capitoli autonomi; ogni micronarrazione è localizzata in un punto specifico del libro e assume valore in relazione alla sua posizione rispetto alle altre, come in una costellazione appunto. Benché ancorata a una pagina, ognuna di queste micronarrazioni potrebbe essere spostata per disegnare nuove configurazioni capaci di portare alla luce altre verità e significazioni, senza che per questo il suo significato intrinseco ne sia alterato. Come nel sistema solare, ogni pianeta – narrazione, esistenza – gira sulla sua orbita in maniera indipendente, ma a seconda di dove si trova in relazione agli altri, agisce su questi in maniera diversa, senza di fatto cambiare la propria natura o quella altrui.

Non sono però solo i capitoli ad essere in movimento nel libro di Tokarczuck. Tutto si muove: si muove la sorella di Chopin attraverso il confine francese per andare a seppellire il cuore del fratello appena morto nella sua amata Polonia, si muovono gli occhi e le mani di Verheyen nel sezionare i muscoli del corpo umano e imprimerne la rappresentazione bidimensionale sulle lastre di zinco. Si muovono gli aerei sopra i paesi deserti della Siberia, i genitori di Olga su un piccolo motovan nelle campagne polacche, i viaggiatori negli aeroporti. Si muove la nave che trasporta le collezioni di specimen anatomici per il cabinet di curiosités dello zar, quella manovrata da Eryk avanti e indietro tra un’isola svedese e la terraferma, quella su cui ha viaggiato Ishmael, le cui avventure sono finite tra le mani di un convitto solitario, sollevandolo dall’immobilità fisica e mentale della detenzione. Si muovono persino le cose imbalsamate, esse stesse epitomi della stasi per eccellenza.

Tutti si muovono spinti da un desiderio: per nuove conoscenze, per nuove destinazioni, per fuggire dai turisti, per emozionarsi, per trovare qualcosa, per dare un senso alla propria esistenza. Ma non è il fine a giustificare questi spostamenti, lo è piuttosto il moto propulsivo originario, quel mistero senza nome che mette tutto in movimento tra l’origine e l’infinito. Un movimento perpetuo che ricorda quello dei dervisci, o quello dei beguni, la setta apocrifa slava, probabilmente di origine russa, che dà il titolo al libro e il cui credo si basa proprio sulla necessità del moto perpetuo contro l’anticristo, e che appaiono ad un certo punto del libro in costante movimento sulle ramificazioni venose della metropolitana di Mosca.

“Chi fa una pausa diventerà di pietra, chi si arresta verrà infilzato come un insetto, il suo cuore sarà trafitto da un ago di legno, le sue mani e i suoi piedi saranno infilzati e fissati alla soglia e al soffitto.”

Il libro di Tokarczuck non è l’unico a offrire una percezione del mondo che procede per connessioni spontanee e imprevedibili.

Forse è proprio nello spirito di imprevedibilità de I vagabondi l’aver scoperto che pochi mesi prima della sua pubblicazione originaria in Polonia, in Spagna è uscito Nocilla Dream, primo volume della Nocilla Trilogy (Nocilla Dream, Nocilla Experience, Nocilla Lab) di Augustìn Fernàndez Mallo, purtroppo ancora inedita in Italia, pubblicato (casualmente?) da Fitzcarraldo in UK. Come I vagabondi, i testi di Mallo sono stati descritti come una raccolta di poemi in prosa, frammenti di teoria del cinema, information technology, fisica, geologia e biologia, collage di pezzi di un ipotetico road movie letterario. Si tratta anche qui di un caleidoscopio letterario, una narrazione “in movimento”, una creatura arborescente e rizomatica che si sviluppa orizzontalmente sulla pagina e prende vita attraverso le rifrazioni che proietta sul lettore.

Nocilla Trilogy è uno spazio aperto senza un’unica via di passaggio, attraversato da linee che si sovrappongono e incrociano. È percorribile solo a tentoni, per abduzioni, si procede e si torna indietro, ci si perde, entrata ed uscita non esistono, è un labirinto. Eppure in questo labirinto di narrazioni e frammenti è possibile risalire lungo linee che portano per brevi istanti a intuire un’entità originaria intangibile e indefinibile da cui tutto (forse) ha origine, incluso quel mistero che mette tutto in movimento ne I vagabondi.

Non sembra un caso che I vagabondi e Nocilla Trilogy siano usciti nello stesso momento. Come forse non sembra un caso che entrambi abbiano cercato di rinnovare e aggiornare forme narrative pre-esistenti (frammento, collage, saggio, short stories, narrazioni di viaggio, taccuino d’appunti) producendo qualcosa di riconoscibile, eppure nuovo.

Pescando dalle discipline e dalle tradizioni letterarie più disparate, da Borges, Cortàzar e  Sebald, questi testi sembrano infatti voler trasporre sulla pagina un’immagine della nostra età dell’informazione, dove l’enciclopedismo non è più conoscenza ordinata e strutturata, ma un insieme di frammenti indipendenti, ricombinabili attraverso relazioni imprevedibili e soggettive, infinitamente codificabili.

Si percepisce in entrambi i testi il desiderio di dare forma a un universo che da un lato rifugge l’ordine e dall’altro è tenuto insieme da forze misteriose che si manifestano brevemente come costellazioni di senso, brevi sinapsis, o per usare un termine comune dei nostri tempi attraverso dei networks.

Non vi è qui il nichilismo giocoso del postmoderno che distrugge senza ricostruire, non c’è pluralità priva di senso, ma una sorta di fiducia nell’esistenza di in un ordine cosmico capace di prevenire il caos. Un ordine cosmico, nel quale siamo immersi, che forse è l’arte.

Giorgia Tolfo è nata a Marostica (VI) nel 1984 e vive a Londra. Ha conseguito un dottorato in Letterature Moderne, Comparate e Postcoloniali presso l’Università di Bologna, scrive su varie testate online ed è programmatrice del Festival di Letteratura Italiana di Londra (FILL).
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