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Valmontone

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(Fonte immagine)

di Marco Orlandi

  1. 1.    Ladispoli a settembre

Credo ci sia un posto, da qualche parte nell’Universo, un luogo non luogo dove finiscono i resti delle nostre vite spogliate. Una stanza con luci al neon, dove si discerne l’utile dall’inutile, il bene dal male. Ma ci sono anche luoghi fisici, evidenti, in cui la nostra storia si compone giorno dopo giorno.

Mia sorella, un giorno di settembre, mi disse che avrei dovuto cercarmi una sistemazione, ma che avrei potuto farlo con calma, devi andartene, ma con calma.

Partii da Roma in treno, scesi a Ladispoli e camminai sul viale assolato, coi resti dell’estate sparsi tutto intorno, nelle ruote delle biciclette che passavano, nei bar all’aperto, nelle agenzie immobiliari chiuse per la pausa pranzo. L’appuntamento era fissato per il primo pomeriggio. Il ragazzo dell’agenzia mi condusse in stradine fuori mano, affiancate da supermercati semichiusi, con i cartoni schiacciati accatastati nel retro, il fondo stradale dissestato dalle radici contorte degli alberi. Il ragazzo guidava nell’assenza di traffico delle tre del pomeriggio imboccando sensi contrari, come mai Ladispoli?, fece. Già, come mai Ladispoli.

L’appartamento era un seminterrato in una strada di villette a schiera. Il ragazzo suonò alla porta e venne ad aprirci una donna, con una bambina in braccio. Delle due non ricordo nulla. Non il colore degli occhi, non i capelli, non il taglio della bocca. Il seminterrato era il paradiso perduto delle zanzare morte. C’era un tavolo di legno lungo tre metri nel soggiorno. Avrei potuto mangiare specchiandomi nel legno lucido, attorniato da sette, otto sedie vuote. L’eco delle posate gettate nel lavello mi avrebbe divorato. Ricordo che la donna disse che il marito aveva installato una pompa per tirare fuori l’acqua dal seminterrato. Sai, con le bombe d’acqua degli ultimi tempi. In macchina, con l’agente sovrappeso dell’agenzia, pensai per tutto il tragitto a come sarebbe stato morire annegato a Ladispoli. In un seminterrato invaso dall’acqua a Ladispoli.

Riemersi dai sotterranei di Ladispoli parlando a telefono con una vecchia che affittava il suo appartamento in centro. Ma l’appartamento è troppo grande per una persona, pensavo a degli studenti universitari, o a degli insegnanti, mi disse. Vedevo questo vecchio salotto con le tende tirate, i centrini ricamati sui mobili del salotto, i divani foderati di plastica, le nature morte alle pareti. Ripartii da Ladispoli con il primo treno.

In quel luogo dove finiscono le nostre vite perse, le nostre occasioni sfiorate, quella mattina, qualcuno scrisse luce bianca, odore del mare, vescica piena. È tutto ciò che ricordo se adesso chiudo gli occhi e ripenso a Ladispoli a settembre.

  1. 2.    Colle Mattia

La ferrovia si snoda come un budello tirato, dalla Capitale, dall’intestino tenue della città eterna, fino ai sobborghi, alle aree suburbane, alle terre di confine della Ciociaria. Percorrendo la linea a bordo di un treno con decine di vagoni semivuoti, scorrono ai lati campi brulli, vigneti, case cantoniere, depuratori in cui ribolle il disavanzo di quello che siamo, aree di sosta per automezzi, centri commerciali, case in costruzione, villette a schiera. C’è vento. Il vento della campagna. Quando penso a questo vento, alle fronde degli alberi perennemente agitate, alla biancheria stesa ad asciugare, alle finestre che sbattono, penso a Maria. A quando parlavamo del futuro che sarebbe arrivato e che è oggi, alla necessità di trovare un posto dove vivere che le ricordasse il passato, che le permettesse di portare con sé un fagotto pieno di tutto quello che per anni era stata la sua vita. Io non la capivo, questa costante riproposizione di valori antichi, saldi, ancorati, volevo fuggire, fuggire via dalla ristrettezza del borgo, dalla fucina della tristezza, dai piccoli gesti, dalla comunità.

Quando guardo e sento questo vento, questo vento impossibile da tenere fermo, da nascondere, mi sento prendere la mano, mi sembra di conoscerlo da sempre, anche se è il vento di un luogo altro, alieno, il vento di Valmontone.

Non l’ho scelta io Valmontone, non l’ha scelta Maria.

Quel giorno di settembre, partito da Ladispoli, scelsi la strada di casa, di avvicinarmi alla terra che conoscevo, ma fermandomi prima di raggiungerla, prima che fosse troppo tardi.

Quando giunsi a Colle Mattia capii che lì non sarei mai sceso. A Colle Mattia stavano demolendo la vecchia stazione. Oggi, al suo posto, c’è una voragine. La ruspa, in quel giorno di settembre, ne stava divorando gli intonaci, i ferri contorti che emergevano dalla pietra e dalla struttura esplosa del vecchio edificio. Dall’altro lato, invece, stava un’altra struttura, ad archi, in mezzo a binari di scambio abbandonati, alle traversine gettate a marcire, in mezzo all’erba, ai cavi di rame, ai pendolari che attraversavano. Il momento delle infinite possibilità è quello che intercorre tra l’apertura delle porte e il fischio del capotreno, che segna l’inizio di un nuovo tratto di strada. In quei frangenti immobili, quando la realtà si riduce al soffio di vento che penetra nella carrozza, che trafigge i piedi, che scuote i giornali gettati a terra, potrebbe accadere di tutto e noi non lo sappiamo. Potremmo anche scendere, dimenticare il percorso segnato, scendere e camminare, senza meta e senza sogni.

Tutto ciò che resta di Colle Mattia è l’immagine di un uomo che dopo aver superato i binari, comincia a correre. Corre sullo sterrato che sale verso la strada, reggendo la borsa con la mano destra, mentre la borsa sballotta contro le cosce, il suo ingobbirsi, la sua stretta tenace verso la circolare, ferma, in attesa. Ecco, mi chiedo spesso dove stesse correndo quell’uomo, in un tardo mattino di settembre, cosa avrebbe trovato al suo arrivo, cosa avrà pensato negli attimi in cui riprendeva fiato, una volta salito a bordo.

  1. 3.    Terra chiama Zagarolo

Superai Colle Mattia e scesi nella stazione di Zagarolo. Le stazioni che si dipanano da Roma alla Ciociaria sembrano installazioni orbitanti abbandonate. Basi allestite in fretta in mezzo al nulla, nessun addetto, stanze poco illuminate, obliteratrici fuori servizio, biglietterie automatiche malfunzionanti. Aprii la porta aspettando di vedermi fluttuare in assenza di gravità. Avrei mangiato cibi liofilizzati, restando qui in attesa, in eterno, vicino al bar American, a una specie di edificio dormitorio in ristrutturazione, al supermercato In’s, agli autobus in partenza per Marte. Dall’altra parte un parcheggio incustodito, adiacente ad una casa che osserva dirimpetto la stazione, la casa sorge al margine del bosco. La voce di Maria che mi dice che lì vicino non c’è niente. Che il centro di Zagarolo, Zagarolo centro è a circa tre chilometri.

Se chiudo gli occhi mi vedo ancora al margine della carreggiata, con le spalle alla stazione che ho appena lasciato per andare in esplorazione, fermarmi, sull’erba spugnosa e bagnata, a pochi centimetri dal fossato pieno di acqua stagnante e moscerini galleggianti, fermarmi e voltarmi, piano, e restare a fissare un cartello pubblicitario, il cartello pubblicitario dell’autolavaggio a mano “La Piramide”. Sette euro. La scritta rossa, la mappa appena accennata, col punto rosso a segnare l’esatta collocazione del posto. Sento il fruscio delle auto che passano, gli sguardi attoniti dei passanti. L’attenzione catalizzata da quello sconosciuto che sta incollato al telefono, coi piedi nell’erba, che guarda nel vuoto. Il ragazzo si asciuga il sudore,  maledice il vento,  tira fuori il biglietto chilometrico dalla tasca, questo tagliando a spezzoni che autorizza a una corsa smozzicata verso sud.

Gettai il biglietto accartocciato nel fossato.

Se fossi tornato a Zagarolo, in una sera piovosa di novembre, e avessi imboccato a piedi quella strada, per fare i due chilometri che mi separavano da casa, sarei scomparso. Scomparso per sempre nella notte. Sarei volato nel fossato, semischiacciato da un’auto pirata, avrei finito la mia missione tra i moscerini morti, non avrei visto l’alba.

  1. 4.    Casa, è lei la ragazza

Nei mesi precedenti Maria continuava a ripetermi che ci saremmo sposati ugualmente. Anche se non avessimo avuto un posto dove stare, ce la saremmo cavata, in qualche modo. Mi diceva che se avessimo deciso di sposarci tutto si sarebbe sistemato. Poi io avevo trovato lavoro e mia sorella si era offerta di ospitarmi. Mi aveva lasciato la sua casa per il periodo estivo in cui sarebbe stata al mare. Poi era tornata.

C’è la scena di un film in cui i due produttori cinematografici fanno una riunione con il regista. Durante la riunione uno dei due dice è lei la ragazza. La ragazza che dovrà interpretare il ruolo di protagonista nel film è, deve essere, sarà, quella ritratta nella foto che sta in mezzo al tavolo. È lei la ragazza, ripete. È un’espressione inflessibile, scevra da dubbi, aliena da qualsiasi considerazione. Sappiamo che se considerazione c’è stata, ciò non importa, perché è lei la ragazza e tutto andrà a posto.

Valmontone ha occhi tirati a sorte, la tragica sorte dell’eremita venuto dal nulla, delle vesti stracciate e mai rammendate. Ritrovo Gesù Cristo ogni mattina, all’angolo della strada, nel fragore del pane sfornato, nell’odore della creazione del pane, mentre qui sotto, a decine di metri, scorre inesorabile l’autostrada del Sole. Ho avuto una visione. L’arcangelo degli umili che veglia su questa parte nascosta del mondo mi ha detto che la persiana, nel palazzo delle nove finestre che sovrasta la macelleria e l’ufficio postale, deve rimanere aperta. Quando cammino, nella luce aranciata dei lampioni, vedo questo scorcio di un interno cucina, la luce accesa sulla cappa, e penso a un uomo seduto a tavola, a una tazza con un dito di latte sul fondo, l’uomo fuma e cicca nella tazza e nel latte,  e poi si alza e spegne la sigaretta sotto l’acqua del rubinetto, e poi esce. Tutto questo ogni mattina. La luce amorfa del casello che segna in linee nette il passato e il futuro di questa città.

Tutte le sere, quando scendo dal treno, salgo sul tunnel sopraelevato che sta sospeso sui binari e lo attraverso, poi scendo e mi dirigo verso casa. Quel tunnel segna la mia distanza da questo posto. Sono il solo ad attraversarlo. La consuetudine, in questa stazione, è quella di aspettare sulla banchina che il treno riparta, e poi di attraversare i binari, scendendo tra le bottiglie di plastica annerite, le scarpe sfondate, i fiori ingrigiti. Io cammino sul tunnel e poi scendo. Percorro la strada in salita verso casa. Per qualche centinaio di metri tutto quello che vedo è il muro di contenimento della collina alla mia sinistra, la linea bianca che delimita la fine della carreggiata, sotto i miei piedi che salgono, i fari delle auto che mi vengono incontro. E poi c’è il vento.

C’è il vento che si insinua per le scale della palazzina, dalla finestra sempre aperta al secondo piano, e che filtra dalle porte di ogni appartamento, raccogliendo sbuffi di vapore, pianti, litigi, c’è un cartello sulla porta vicino alla mia con cui si prega di non gettare rifiuti dal balcone. Te lo chiedo per l’ultima volta, sta scritto. Il fischio del vento per le scale, continuo, un rigurgito di uomini addormentati, di ruggini appassite, di vecchi rancori. E poi la diffidenza. Questo eterno disamore per l’uomo estraneo. Per il parassita, per il deviato. Scopro la diffidenza nelle porte chiuse troppo in fretta, negli spazi comuni disertati troppo presto, nelle maniglie irrigidite, nei saluti smozzicati.

Al bar sotto casa c’è sempre un uomo, lo stesso uomo che fuma con i piedi appoggiati alla ringhiera che dà sulla piazzetta. Ha gli occhi grigio verdi, la pelle olivastra, osserva i passanti e fuma. Nel suo sguardo non c’è niente. C’è solo oggi, c’è solo questo colore che si spegne quando arriva la sera, quando si alza e se ne va, senza salutare nessuno. C’è questo eterno presente che si trascina, con le gambe amputate, fino a domani, nella cura dei fiori sul terrazzo, nello stendere i pigiami dell’inverno trascorso, nel barbecue in giardino, nelle lavatrici delle tre di notte. È la casa dei ragni rossi quella in cui vivo, in cui vivo attendendo Maria, il giorno in cui ci sposeremo, combatto i ragni rossi, lavo il balcone infuocato con la varichina, verso sul terrazzo acqua bollente e rosmarino. La casa del mobile color crema, in salotto. La casa del lavello con una sola vasca. Sembrerebbe avere il fiato pesante, questa vita. Sembrerebbe spolpata dall’angoscia che divora, dalla solitudine amorfa della donna che osserva le campane della differenziata, nel parcheggio qui sotto. Questa virgola del tempo incombente che sta appesa al campanile.

Una strada, un pascolo sulla sinistra, un distributore di benzina. Maree di cicoria ai bordi della carreggiata, nei parchi abbandonati, nelle aiuole. La palazzina dove sto sorge su una collinetta che fronteggia il cupolone, dall’altra parte della città. In mezzo la ferrovia. Alla base di questa collina, seminascoste dalla vegetazione, stanno tre cavità, aperte nella roccia, e dentro rifiuti. Maria mi ha detto che avrà paura a passare lì vicino, rientrando di sera. Risate di ghiaccio, dal vicinato, la cristalliera illuminata mi rassicura, tutto si risolverà. Durante la Festa della carne due giorni di sanguinacci, badilate di carne abbrustolita, vagonate di carne che avvolgono e sfamano lo spazio. Carne moneta, carne alle poste, carne dal barbiere.

Maria ride e dice che saremmo due sopravvissuti, come due sopravvissuti che si nascondono dal male, e fuggono via e si rifugiano in quest’angolo dell’Universo.

Sembrano passati anni da quando entrai nell’oasi verde dell’immobiliare. Da quando l’addetta mi mostrò le immagini delle abitazioni in affitto. Le immagini di questa casa, del soggiorno vuoto di questa casa, con la luce che viene dal balcone di fronte, della camera da letto col tetto spiovente, del mobile a cassettoni bianco. Le immagini dell’alternativa, di un rudere coi muri divorati dall’umidità, delle sedie di plastica in cucina, del giardino con le felci alte mezzo metro. E mi trovo a chiedermi come sarebbero andate le cose se questa casa non ci fosse stata, se non avessi trovato questo pontile, questa barca arenata su una collina, quest’Arca di Noè a due passi dal parco divertimenti, dal parco divertimenti immobile, chiuso, con le montagne russe sospese, nel vento che passa implacabile sul vetro e sull’acciaio. Forse, se fossi sceso a Labico, se, forse, tutto sarebbe finito.

Invece adesso mi sembra di viverci bene qui. Tra la polvere, le ragnatele negli angoli, la cristalliera piena di provviste. In attesa di Maria, di Maria che sta arrivando. Penso che alla fine, dopotutto, con lo scolapiatti di plastica, il divano in finta pelle, i libri accatastati sul mobile in camera da letto, la vita qui su Marte non sarà poi tanto male.

Commenti
4 Commenti a “Valmontone”
  1. sunnyday mariè scrive:

    Scrivere con i cinque sensi è un dono raro. Mi sembra di essere sul treno arroventato e ferroso, sulle strade di polvere che trasportano l’eco della solitudine e lo stridio e i fumi dell’area industriale. L’odore e le grida della folla aliena che tenta di coprire la patina opaca del provincialismo, con lo sfrigolio di un’allegria apparente, e le firme scontate dell’outlet. Ma nulla puo’ intaccare l’attesa di una promessa felicita’. Grazie Marco, bel viaggio.

  2. Francesca Attiani scrive:

    Complimenti Marco,
    hai delineato con estrema vitalità e precisione le sensazioni che si provano facendo i pendolari sulla Roma-Cassino, e vivendo alle porte di una capitale così invadente.
    Inoltre, essendo una valmontonese, ammetto che hai colto le pecche e le insicurezze della nostra cittadina.
    Un luogo non luogo dove non è semplice vivere a modo proprio. Però si tratta di una diffidenza che va rotta come la crosta di una crema catalana, per scoprire che i sentimenti hanno un rifugio sicuro qua.
    Spero di poterne riparlare dal vivo, proprio a Valmontone.
    A presto,
    Francesca Attiani (storica dell’arte)

  3. FRANCESCA ATTIANI scrive:

    Ciao Marco, riaggiungimi su facebook. Ero momentaneamente uscita dal social. Grazie a presto.

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