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Varcare la soglia con Peter Cameron: “Cose che succedono la notte”

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Dire che Peter Cameron è uno scrittore di atmosfere potrebbe sembrare riduttivo, ma così non è. Ogni volta che si entra in un suo romanzo, forte e nitida è la sensazione di aver varcato una soglia, indipendentemente dalla storia che ci si accinge a leggere.

Un grande narratore tira fuori dalla penna, ogni volta, un nuovo mondo perché solo in certa misura egli racconta di sé, ma si immerge, piuttosto, in un mare che non è mai uguale a se stesso. E di questo mare può restituire prima di tutto l’odore, il sapore, i silenzi: il vento, prima ancora che la forma dell’onda.

È quello che fa Cameron quando scrive.

Se in Quella sera dorata venivamo avvolti dall’asfissia del caldo e delle convivenze forzate in una villa uruguyana, e ne Il weekend un gelido rigore british muoveva i passi insieme al triangolo che andava formandosi in salotto, in Cose che succedono la notte (Adelphi, 2020) la sensazione prevalente è di freddo e di forte straniamento. In Cameron ciò avviene così: il lettore è portato ad immergersi in un mondo che gli arriva attraverso i sensi e il cervello fusi insieme, come se sentisse un odore. Leggendo sente una impressione diffusa che mette a fuoco poco alla volta.

Questo risultato è prodigioso perché accade, per contro, attraverso una scrittura misurata, sensuale ma che non si spinge mai oltre. Non stupisce, ma accompagna. In Cose che succedono la notte i protagonisti non hanno neppure nome, sono “l’uomo” e “la donna” ma non rappresentano metaforicamente nulla, solo sono un uomo e una donna che con un treno che corre nella neve sono corsi verso un agognato laggiù che si rivela per loro Samarcanda.

Quel che li riguarda lo scopriamo lentamente. Lei è malata e un po’ irragionevole, lui l’accudisce e in parte è vittima delle sue decisioni, dei suoi torpori e delle sue tacite richieste.

In un albergo dal nome impronunciabile di un paese ignoto, il Borgarfjaroasysla Grand Imperial Hotel, si srotolano gli ultimi atti di più vite che si incontrano lì per la prima volta. Oltre a loro, un barista, un uomo d’affari omosessuale, una vecchia attrice di teatro. E poi, a distanza di giro in taxi, un guaritore sicuro di sé e un bambinello paffuto dell’orfanotrofio.

Tutto è come accadesse di notte anche se è giorno, perché sono i fatti ad essere onirici, come se fossero solo stati sognati. Ci sono cameriere che servono in eskimo e scarponi da neve, fughe notturne in vestaglia, un’aggressione nel bagno, fallaci guarigioni e delusioni che non portano con sé l’attesa sofferenza.

A restare salde sono solo le pareti dell’albergo: le sue porte, cave all’interno – che erano quelle dei palchi di un teatro – sono silenti spettatrici dell’ennesima messa in scena e allo stesso tempo fanno sì che tutti i protagonisti della storia si sentano, in una certa misura, a casa loro.

L’impressione è di assistere a un evento metafisico: gli oggetti e i gesti sono quelli normali, ma appaiono come sospesi, viziati da un contesto che non li permetterebbe. L’uomo, nell’accudire la donna, ad esempio, le fugge e al contempo la vizia: esce in cerca di quel che lei desidera, come fosse una donna incinta, e infatti, seppur ospite di un albergo perso nel grande freddo, vuole yogurt, incenso, una pesca e un’orchidea. E anche un gattino.

Cameron fa dire a lei, e poi a lui: “Penso che se avessi queste cose sarei perfettamente felice, se le avessi qui con me nella vasca. Be’, a parte il gatto.

Quindi mi stai mandando a caccia di un tesoro. Posso portarti anche una gallina dalle uova d’oro?

Magari, rispose lei. Ti immagini come sarebbero belle, le uova d’oro? Che tepore. Non le venderei, no. Le metterei tutte dentro di me, dove c’è il vuoto. Le uova d’oro. Allora sono sicura che avrei un bambino, un bellissimo bambino d’oro”.

In questo romanzo – che per certi tratti evoca alla mente Marai de Le braci o certe atmosfere di Kundera– scorre sottile la sensazione che sia tutto sbagliato. Il desiderio di maternità e di paternità, cui il dialogo qui sopra fa riferimento, ad esempio, che è però legato più alla morte che alla vita; e poi la fiducia di star bene quando il corpo invece è allo stremo; o le motivazioni intime che spingono i quattro personaggi a scegliersi quando altrove e in un tempo altro forse non lo avrebbero fatto mai.

Peter Cameron qui mette sulla pagina una storia di desolazioni, di desideri e di viltà, di paure e di incoscienza in cui, per un momento, il senso è quanto mai distante da quello comune e quel che accade è in un luogo dell’anima senza nome, al limite, tra il giorno e la notte.

Valentina Berengo. Veneziana, è ingegnere e dottore di ricerca in Ingegneria geotecnica. Redattrice alla Padova University Press, scrive di narrativa per diverse testate tra cui minima&moralia, Il Foglio, Il Bo Live, è cofondatrice del progetto editoriale “Personal Book Shopper – dimmi chi sei e ti dirò cosa leggere” e ideatrice della rassegna letteraria “L’anima colta dell’ingegnere”. Nel 2016 pubblica il suo libro d’esordio “L’incanto dentro”.
Commenti
2 Commenti a “Varcare la soglia con Peter Cameron: “Cose che succedono la notte””
  1. PETER CAMERON scrive:

    Thank you, Valentina for this beautiful and very interesting review of my book. And thank you for reading the book with such care and an open heart.

  2. Viola federico scrive:

    Complimenti per l’articolo, è davvero illuminante e all’altezza del romanzo

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