1av

Varda by Agnès. “Niente è perduto, tutto si trasforma”

1av

di Rosario Sparti

Non chiamatelo film testamento. Non si potrebbe pensare a un film più vitale di Varda by Agnès, l’ultimo lungometraggio della regista franco-belga, che la Cineteca di Bologna ha deciso di portare nelle sale italiane, in compagnia di altri quattro titoli (Cléo dalle 5 alle 7; Daguerréotypes; Salut les cubains e Réponses de femmes), per celebrare Varda a un anno di distanza dalla sua morte. Non sarebbe nemmeno equo definirlo una masterclass, semmai si tratta di una lezione di vita, la sua, che la cineasta racconta in prima persona senza mai indossare i panni dell’insegnante, invitandoci a trovare liberamente un punto di vista da cui osservare il mondo, magari con la stessa amorevolezza e curiosità con cui l’ha filmato per oltre sessant’anni. “Nel 1994, in coincidenza con una retrospettiva alla Cinémathèque française, ho pubblicato un libro intitolato Varda par Agnès. Venticinque anni dopo, lo stesso titolo viene dato al mio film fatto di immagini in movimento e di parole. Il progetto è lo stesso: fornire le chiavi della mia opera.”, con queste parole l’autrice presentava il film al pubblico. Allora adoperiamo queste chiavi per entrare nell’universo di Agnès Varda, anticipatrice della Nouvelle Vague e prima regista donna a ricevere un Oscar alla carriera, scomparsa all’età di novant’anni dopo una lunga carriera inaugurata negli anni Cinquanta.

Siamo su un palcoscenico teatrale, seduta al centro da sola – anche se man mano alcuni ospiti la raggiungeranno – c’è lei: una piccola signora anziana dallo sguardo vivo, il suo esclusivo caschetto bicolore e il desiderio di ritornare sulle tracce del suo cinema. Un’operazione di analisi, tanto giocosa quanto profonda, che Varda aveva amorevolmente già portato avanti in passato mettendo al centro delle sue opere la figura del marito, il regista Jacques Demy, morto nel 1990. Se Garage Demy era la memoria intimista di un rapporto umano e professionale che s’intesseva con la lingua cinematografica di due artisti vicini ma distanti tra loro per temi e stile, il lavoro successivo invece era un esercizio critico – in linea con la teoria della politica degli autori – dalla forma saggistica, in cui uomo e regista diventavano una cosa sola; allo stesso modo, se Le spiagge di Agnès era ricordo in forma di poesia, quest’ultima fatica è autobiografia in forma di prosa, seppur anarchica e lieve (“il caso è sempre stato il mio miglior assistente”, affermava in Visages, Villages). Il suo racconto, infatti, scorre fluido nonostante proceda per libere associazioni, accostandosi talvolta a una struttura cronologica da cui fuggire appena possibile, come la sua persona, che dal teatro ritroviamo all’improvviso in un giardino o su una delle sue adorate spiagge.

“Ispirazione, creazione, condivisione.”, queste sono le tre parole chiave che la regista cita in apertura del film per spiegare il segreto del cinema, così come sono tre gli elementi naturali che compongono una spiaggia: mare, cielo e sabbia. E le spiagge, paesaggi mentali, sono i luoghi d’ispirazione che hanno accompagnato Varda fino alla sua uscita di scena, avvolta dall’evanescenza di una tempesta di sabbia in cui la sua figura si dissolve. “Se la storia delle persone è fatta di paesaggi, la mia è fatta di spiagge”, rivelava ai tempi di Le spiagge di Agnès, ora quella che ci troviamo davanti è una raccolta di granelli di sabbia raccolti nel tempo; l’ideale capitolo conclusivo di un viaggio della memoria dove le spiagge, luogo eletto dei ricordi, incontrano i graffiti di Mur Murs, le botteghe di Daguerréotypes, i volti della controcultura americana di Lions Love e gli specchi dove si rifletteva Jane Birkin nelle pause di Kung-Fu Master.

Un autoritratto dipinto senza guardarsi allo specchio, mosso da un pensiero mutevole, in linea con lo stile della regista (anche se sarebbe meglio parlare di “cinescrittura”, seguendo i desideri di Varda), che si mostra radicale e difficilmente catalogabile, nella sua volontà di mescolare generi, pratiche e formati, fin dal suo lungometraggio d’esordio, La Pointe Courte, primo esempio della libertà consapevole che caratterizza il cinema di Varda: apparentemente sregolato e senza direzione, invece calibrato con estrema cura. Lo svela la stessa regista quando parla di Cléo de 5 à 7 e Senza tetto né legge, film accomunati dalla costruzione episodica, che seguono due donne smarrite attraverso una struttura formale precisa e quasi matematica: Cléo filmata nel suo percorso fisico ed esistenziale scandito dal passare dei minuti segnati dall’orologio, in cui il montaggio trasforma progressivamente il tempo oggettivo in soggettivo; Mona, la protagonista di Senza tetto né legge, accompagnata nel suo vagabondaggio da tredici carrellate della cinepresa, sempre da destra a sinistra dello schermo (“un ritratto nella forma di una carrellata discontinua”).

Insomma, Varda by Agnès è un documentario dai connotati teorici ma con lo spirito semplice, che vuole essere una summa del suo cinema e delle tre vite di Agnès Varda: la prima come fotografa, dall’esperienza al festival del teatro di Avignone al viaggio a Cuba dove incontra Fidel Castro, passando per i vari incontri con celebrità in giro per il mondo (Salvador Dalí, Calder, Luchino Visconti, Eugène Ionesco, Brassaï); la seconda come regista cinematografica, dal primo lungometraggio all’ultimo, Cento e una notte, colossale flop dal cast stellare che la spinse di nuovo verso produzioni indipendenti; infine la terza, come artista visuale, che coincide con la diffusione delle cineprese digitali nel nuovo millennio, strumento che Varda sceglie per sovvertire il suo approccio alla forma documentaria. Anche se la regista, in realtà, guarda da sempre al documentario con devozione ma senza deferenza. Attratta dalla sovrapposizione tra realtà e finzione, ben conscia che la vicinanza e l’empatia che prova nei confronti di chi è filmato l’allontana dall’oggettività del documentario classico, decide di raffigurare la realtà ogni volta dal suo punto di vista, “Quando riprendi qualcosa, un luogo, un paesaggio, un gruppo di persone, c’è bisogno di un punto di vista. Almeno per iniziare. Riprendi in relazione a quel punto di vista.”

Un punto di vista che diventa una questione di campo nel rapporto tra osservatore e osservato, nel tentativo di sfruttare la creatività per colmare un divario, che si tratti di genere, classe sociale o etnia, così da realizzare la sua missione artistica: creare un punto di contatto tra il pubblico e la realtà sullo schermo. Tra la sua voce e il mondo. “Sono gli altri che mi interessano davvero, e che amo filmare. Gli altri, che mi intrigano, mi ispirano, mi fanno domande, mi disorientano, mi appassionano.” Persino una questione politica. Perché ciò che conta davvero è posare lo sguardo sugli individui non riconosciuti, coloro che la società mette ai margini, rigettandoli come fossero rifiuti.

Proprio come gli scarti di Les Glaneurs et la glaneuse, destinati a essere distrutti dalla società del consumo e recuperati da rabdomanti dei resti, Varda raccoglie le storie degli invisibili e dà loro una nuova forma, magari bizzarra ma affascinante, simile a quella delle patate abbandonate nei campi che il tempo ha rattrappito e poi fatto germogliare. Abbiamo scritto che non si tratta di un film testamento, eppure non è del tutto vero. Anzi, la struttura stessa dell’opera è puntellata da continui riferimenti alla morte: Cléo e Mona che vanno incontro a un destino segnato fin dal principio, i volti anonimi di gente dimenticata che popolano l’installazione “Personnes”, la tomba coloratissima creata per il suo amato gatto Zgougou, la foto dell’amico scomparso creata da JR che la marea fa scomparire, le vedove di Noirmoutier e il tenero ricordo di Jacques Demy. Varda by Agnès però non ha la sembianze di un rito funebre. Non è il tentativo di fermare il tempo e negare la morte, segue solo il desiderio della regista “di accompagnare il tempo”.  Verso qualcos’altro, perché “niente è perduto, tutto si trasforma.”

Aggiungi un commento