10HEIGHTON-articleLarge

Sopravvivere nel sogno: l’autoritratto di Manea

10HEIGHTON-articleLarge

(Fonte immagine)

di Giacomo Giossi 

Norman Manea è uno dei pochi autori in grado di riconoscere il corpo frammentato del Novecento – trasformandolo in densa letteratura – e di portarlo in viaggio fino nel nuovo secolo. Non è la nostalgia e non è la malinconia la cifra di un autore da sempre straniero in primis alla propria stessa terra. In viaggio (e non in fuga) da un secolo che ha rimosso nell’ideologia ogni origine, che ha schiacciato la cultura e ridotto a ridicola estetica la politica, Manea ha la consapevolezza del reduce che non si limita a sopravvivere nel ricordo di chi è caduto o è stato schiacciato, ma alimenta nella scoperta un ricordo che è una confessione di curiosità per le anime perse.

Varianti di un autoritratto (Traduzone di Anita Natascia Bernacchia e Marco Cugno, Il Saggiatore, 2015) è un libro complesso, multiforme. Non racconti, ma prose quasi diaristiche, squarci di biografia. Illusioni di uno sguardo breve, ma dal passo lento: il particolare è il centro, il dettaglio è il contenuto. Manea si muove in quel tempo stretto che è la liberazione (qui in particolare dal gancio nazista, dai campi di concentramento) come avesse una macchina da presa a mano, ondeggia, sfuoca e inquadra, ma lo fa con lentezza. E lo sa fare con lentezza. La liberazione è un sentimento fuggevole che Manea vuole indagare in profondità senza mai perdere il fuoco di una vicenda lacerante e contemporaneamente unificante. Un’esperienza comune, ma variegata che nei racconti di Manea prende la forma degli sguardi diversi di chi vi è stato coinvolto. Ogni sguardo inquadra il lacerante strappo di chi ha visto la propria vita mutare in maniera irreparabile al centro come ai margini della più grande tragedia del Novecento, dal nazismo fino al comunismo reale dell’est Europa.

Brevi narrazioni, spesso oggetti d’uso, ruoli impersonati come in una messa in scena, piccoli eventi quotidiani. Il titolo di ogni racconto è il segno, il colore rosso che attraversa con una pennellata il quadro senza offuscarlo, ma coprendolo e illuminandolo contemporaneamente. Lo sfondo la Storia, il primo piano i piccoli movimenti, le varianti musicali di un’autoritratto in corso d’opera che non ha fine e che si apre già in viaggio: “Partiva il lunedì e tornava il venerdì. Partiva piangendo, come fosse un addio.”. Manea costruisce per piccoli segni, come un incisore va a fondo dove l’opacità della memoria genera profondità e non confusione. Come l’ubagu calviniano, Manea è immerso nella stessa sua storia, una storia che solo la letteratura può raccontare, oltre il contenuto, oltre i fatti, ma fin dentro l’anima restituita dai corpi straziati. Un’anima che solo grazie ad un lavoro umile e curato, può tornare ai corpi. Una restituzione letteraria che sfonda anche le modalità di lettura, spesso oggi più influenzate dai ritmi esterni che dal testo stesso.

Norman Manea non si legge con la fretta e non si legge con l’ansia, il tempo che richiede è quello incontestabile della rilettura. Un tempo circolare fatto di ritorni e ripensamenti. Un periodare assorto e concentrico il cui ritmo salta e varia alla sua stessa riconoscibilità. Appena il piede inizia a battere il tempo, il tempo stesso passa e abbandona il lettore, la storia finisce e il racconto si chiude. Il successivo si riapre dallo stesso punto di partenza come dal medesimo addio.

Si legge Manea per rileggerlo, per tornare in quel luogo concreto che dei nostri corpi ha lasciato l’impronta. In quell’incisione c’è l’anima con il suo spazio occupato e ai nostri occhi già tradito. Un’anima fatta della meraviglia e dello stupore dell’uomo di passaggio, ma anche delle sue ossa e della sua carne, la cosa più concreta e possibile da raccontare. La facilità di Manea è appunto questa, rendere concreta l’anima, darle forma razionale, riportarla dove è sempre stata, sulla terra, tra i popoli: lontano dalle beghe delle nazioni.

Varianti di un autoritratto raccoglie, nel suo ostinato racconto di ciò che è stato, il senso di una memoria morbida consapevole. Lo sradicamento diviene una liberazione dall’estetica del sopravvissuto, una visione globale in cui l’uomo ritorna in contatto diretto e naturale con i luoghi che siano d’arrivo o di partenza.

Ventisette storie dentro lo stesso secolo, fin quasi all’alba della caduta del muro, ma nessun simbolo e nessuna occasione mondana di racconto, ma solo quello che viene alla mente innanzi alle forme che solo l’ombra sa costruire. La chiusura: “Ecco, non ho più alcun controllo sui sogni, in cui sta navigando, incurante come i suoi vecchi antenati, maestri di imbarcazioni e di esilio”. È la polvere del tempo, The dust of time di Theodoros Angelopoulos: “Sono emerso dal sogno, mentre entravo nel sogno”.

Aggiungi un commento