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Vecchia guardia, nuovi merletti

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(Fonte immagine)

di Giacomo Giossi 

Per vecchia guardia fino a poco tempo fa s’identificava un gruppo solido e spesso vincente di una squadra. Vecchia guardia era quella del Milan degli anni Novanta (il grande Milan di Berlusconi), vecchia guardia erano Maldini, Tassotti, Donadoni per non parlare capitan Baresi (Baresi Franco, Giuseppe suo fratello, giocava nell’Inter, ma non era la stessa cosa). La vecchia guardia era insomma quella che aveva ottenuto successi stellari e poi negli anni aveva tenuto duro a fronte anche di un cambio generazionale spesso non all’altezza.

In realtà la prima origine del termine risale ad un film del 1934 (premiatissimo) di Alessandro Blasetti, dal titolo per l’appunto Vecchia guardia con cui s’identifica proprio la salvifica azione d’ordine dei fascisti della prima ora. Il film non privo di meriti cinematografici è principalmente un’apologia del fascismo e del suo presunto eroismo. Insomma, come spesso accade, la retorica sportiva pesca da una cultura d’ordine di destra. Il peggio è quando la retorica politica, pescando da quella sportiva, non sa bene cosa dice, pur avendo ben chiaro l’effetto che vuole scatenare. Anche se andrebbe ricordato che poi le parole e i gesti vanno ben oltre l’effetto dell’attualità e verranno registrati poi per quello che sono, nella loro miseria come nella loro volgarità.

Matteo Renzi definisce vecchia guardia il vecchio gruppo dirigente rappresentato al meglio (si fa per dire) da Massimo D’Alema e da Pier Luigi Bersani, ma il gruppo dirigente è vecchia guardia di cosa? Liquidatori loro stessi di una storia e di una militanza, ora vorrebbero scaricare su Matteo Renzi le colpe della propria approssimazione e inconcludenza? Da quando a D’Alema sta così a cuore il Partito Democratico? L’indignazione dei dirigenti vive tutta sul personale e molto poco nel politico, non come calciatori a fine carriera, ma già come commentatori televisivi: vecchie glorie rinchiuse in territori di periferia a celebrare una fama che non fu nemmeno mai tale.

Matteo Renzi non è altro che il loro specchio, il risultato povero delle loro passioni tristi. La vecchia guardia riguarda un tempo, una generazione spazzata via dal proprio stesso immobilismo che ha avuto come unico significato l’accumulo. Accumulo di ogni cosa. Non è quindi in corso un conflitto generazionale, ma un vero e proprio scavalcamento, un superamento. Quello che la generazione nata negli anni Cinquanta non ha mai saputo fare: superare il conflitto.

Viviamo in un eterno conflitto generazionale che ancora coinvolge le giovanili testoline incanutite con gran parte dell’armamentario Novecentesco. Un conflitto che è stato capace di deformare e rendere inutilizzabili scrittori, politici, visioni culturali. L’elenco è lungo e si possono citare tra gli altri gli eterni Pasolini e Moro (tanto per cambiare), a cui si aggiungono recuperi spesso imprevedibili quanto improbabili: si va da Craxi fino ad Almirante e ultimamente qualcuno si ricrede anche di Scelba.

I trentenni/quarantenni di oggi vanno a braccetto con i nonni (del resto da loro sono stati cresciuti, accuditi e in alcuni casi mantenuti), così come Renzi si accompagna a Napolitano (anche se forse è il contrario). Il conflitto non è previsto e quello che resta è solo una lunga e rapida erosione, di consenso, di capitale, di territorio, di ogni cosa.

Il panorama si presenta così con gli ottuagenari costruttori di fondamenta alleati a chi ha energia da spendere e qualche buona idea sufficientemente vecchia da poter attivare un dialogo. Nel mezzo e ai lati, come dossi di velocità, si abbarbica una generazione accumulo priva di ogni spinta e proposta la cui vitalità si valuta solo nella tensione polemica, ultimo stadio della dialettica.

Come il Regno Unito difficilmente celebrerà il regno di Carlo (se non per un breve tratto) finendo probabilmente tra le mani del figlio William, così Matteo Renzi – con l’accelerazione che la spinta democratico populista ha rispetto ad organizzazioni più stabili come la monarchia (per non dire del papato) – sta realizzando alleandosi con i nonni il sogno dei padri. Un sogno piccolo, quello della presa decisa e salda del potere, quello di sostituirsi nel ruolo al di là dei contenuti a Moro e a Berlinguer, a Scalfari e a Montanelli, a Calvino e a Pasolini.

Matteo Renzi e i suoi sodali non hanno i numeri, non hanno le competenze e non hanno mai vinto premi Nobel, come ricorda il buon Massimo D’Alema, ma tutto questo non serve, non è mai servito se non come giustificazione di fronte all’eccessiva e continua richiesta di garanzie mascherata da complessa strategia. Si voleva il Palazzo d’Inverno senza sparare un colpo e senza prendere freddo; così si è rimasti alla finestra a guardare e a valutare. Nel frattempo le strade si sono riempite di disperazione o di complessità Nei palazzi il ghigno dei potenti si è trasformato in un tragico sorriso bonario che accoglie i nuovi arrivati: la nuova gioventù dal sangue fresco.

Che l’attuale presidente del consiglio non abbia i numeri non è rassicurante così come non lo è che lo stesso avvenga in più ambiti, spesso cruciali e determinanti per il futuro del Paese, ma potremmo forse fare diversamente? È possibile immaginare un pensiero diverso proprio quando il conformismo è stato così tanto a lungo ricercato da chi vedeva Berlusconi come un politico mediocre e un industriale di genio mentre probabilmente era l’opposto?

Una generazione di inservibili ha tentato, e in parte vi è riuscita, di mantenere il potere elidendone un’altra; lo ha fatto con azioni terroristiche, con continue ipocrisie utili solo per non dichiarare una guerra che sarebbe stata se no rigettata e quindi persa. Tuttavia una volta essa sostanzialmente in scacco una generazione e forse due la visione si è rivelata sbagliata (eticamente anche, ma lasciamo perdere) sia strategicamente, sia strutturalmente. L’errore è nelle cose: il sistema non potendo più rinnovarsi si è imballato e infine rotto del tutto.

La vecchia guardia non ha tenuto duro per il bene della squadra, ma ha passato il tempo a scendere a patti con un tizio che era sceso in campo, il calcio di rigore più lungo del mondo direbbe Osvaldo Soriano. Il tempo è scaduto e un altro tizio con un cono gelato in mano ora fa patti e propone riforme. Il gruppo dirigente privo anche dello stesso Partito è attonito (ma in fondo lo è sempre stato) e non sa darsi pace, proprio ora che non avrebbe davvero più nulla da dire.

Commenti
2 Commenti a “Vecchia guardia, nuovi merletti”
  1. SoloUnaTraccia scrive:

    Premesso che Hitler, per esempio, aveva i numeri e non necessariamente fu un bene, si intende “vecchia guardia” in riferimento al giochino “guardie e ladri”, dove “guardia vecchia fa buon brodo” perchè rende più facile il furto.
    Ora, come è ben evidente, con la pensione fasulla&forzosa della vecchia (&anziana &sclerotica: non avevano nulla da dire nemmeno vent’anni fa) “guardia” rimangono solo i ladri, a “giocare”. Naturalmente senza virgolette.

  2. Umberto Equo scrive:

    Veramente con “vecchia guardia” si intendevano i membri della “guardia imperiale” napoleonica con maggiore anzianità di servizio, in Italia con questo termine si è inteso in passato primariamente i fascisti antemarcia vedasi il film omonimo di Blasetti.

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