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Vendere la cittadinanza

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(fonte immagine)

Il passaporto svizzero consente al suo possessore di viaggiare senza necessità di visto in 170 paesi, su un totale di 196, quello afgano appena in ventotto Stati. «Nonostante tutte le chiacchiere sul mondo interconnesso e senza più frontiere, essere nati con il passaporto sbagliato è ancora una grossa sfortuna. Nel mondo moderno le frontiere sono ancora ben presenti, ma possono essere spianate, pagando il giusto prezzo», scrive la giornalista Atossa Araxia Abrahamian nel reportage Cittadinanza in vendita (La Nuova Frontiera, 144 pagine, 15.50 euro, traduzione a cura di Angela Ricci), da oggi in libreria. Nel 2014, secondo i dati di Bloomberg, chi ha investito nella cittadinanza ha speso circa due miliardi di dollari in passaporti.

Che cosa diventa la cittadinanza quando è del tutto dissociata dall’impegno civile, dall’identità e dal riconoscimento politico? The Cosmopolites: The coming of the Global Citizen, titolo originale dell’opera, raffigura l’emersione, per usare le parole di Christian Kalin, della concezione della cittadinanza quale risultato di contributi versati allo Stato. «La cittadinanza ha più che altro il valore di un lasciapassare globale, simile a una carta American Express, piuttosto che essere un modo per identificare in maniera significativa il proprio posto nel mondo», osserva l’autrice. Il passaporto è immesso sul mercato come un prodotto qualsiasi, cavalcando i paradossi della globalizzazione liberista.

Kalin ha almeno cinque passaporti ed è il presidente della Henley & Partners, una società privata di consulenza che aiuta i ricchi a comprarsi cittadinanze e permessi di soggiorno, e dà consigli ai paesi su come venderli. I clienti di Kalin sono per lo più Stati caraibici ed europei. Lui è un punto di riferimento di un’industria in ascesa. Abrahamian documenta il caso di scuola della Federazione di Saint Kitts e Nevis, lo Stato sovrano più giovane e più piccolo delle Americhe, sia per superficie che per popolazione. Nel 1984, un anno dopo aver dichiarato la propria indipendenza dalla Gran Bretagna, le isole aggiunsero al decreto sulla naturalizzazione un programma di “cittadinanza in cambio d’investimenti”.

Nel 2006 Kalin intuì il business a Saint Kitts e Nevis, dove la fallimentare industria dello zucchero è stata soppiantata da quella dei passaporti, tre anni più tardi col valore aggiunto dell’accesso senza necessità di visto all’area Schengen garantito ai detentori di passaporto nevisiano. Kalin lo rivendica come merito personale per le pressioni fatte sui legislatori dell’Unione Europea. Tre mesi di attesa senza la necessità di recarsi sull’isola e 200.000 dollari per candidarsi alla cittadinanza per una ristretta élite di milionari russi, cinesi e mediorientali. Nel 2006 l’affare dei passaporti non superava l’1% del Pil del paese; nel 2014 ha raggiunto il 25% con un boom nel settore edilizio grazie alla promessa di un rapido accesso alla cittadinanza in cambio di investimenti. I passaporti rappresentano la principale merce di esportazione di Saint Kitts e Nevis. Le spese procedurali, che ammontano a 50.000 dollari per richiedente, hanno costituito in media il 7% del Pil negli ultimi cinque anni rispetto al 5% dell’industria manifatturiera.

C’è dunque chi spende centinaia di migliaia di dollari per una cittadinanza, per il privilegio offerto dal mercato di abbattere qualsivoglia frontiera, mentre è sempre più ristretta la libertà di viaggiare di chi difende il bene fondamentale, la propria vita. Questi cittadini globali che evadono la costrizione anzitutto economica di un’unica patria, ampliando il portfolio di passaporti, ma poco hanno a che fare con il cosmopolitismo. Oggi in maniera completamente legale e attraverso strumenti legittimi, si può diventare cittadino di Saint Kitts e Nevis, Antigua e Barbuda, Grenada, del Commonwealth della Dominica, di Malta, Bulgaria, Cipro e Austria. Il prezzo dei documenti va dai 200.000 dollari (Dominica) a diversi milioni di euro (Austria, Malta).

«Tutto ciò che sapevo delle Comore l’avevo letto in un libro sugli antichi esploratori arabi. Non avrei mai pensato che un giorno sarei diventato cittadino di questo paese », dice Ahmed Abdul Khaleq, un blogger classe 1977 diventato uno dei più convinti attivisti per i diritti degli apolidi. Non sapeva niente delle Isole Comore quando il 21 maggio 2012 divenne cittadino di un piccolo arcipelago dell’oceano Indiano, che rispondeva al bisogno di passaporti degli Emirati Arabi per risolvere il problema interno degli apolidi. Prima dell’ottenimento del documento Khaleq, dove era nato e aveva sempre vissuto negli Emirati Arabi, era sempre stato un bidoon, come altri 100.000 abitanti degli Emirati, e come altri 15 milioni di persone in tutto il mondo.

Le Isole Comore come Saint Kitts e Devis emergono così sul mappamondo. Per aiutare un colosso del petrolio a liquidare il problema degli apolidi prese forma l’idea di un programma di cittadinanza economica, che non includesse il diritto di voto alle elezioni, né di risiedere permanentemente alle Comore in cambio di “investimenti” nel paese. A differenza del passaporto nevisiano, l’acquisto di quello comoriano procedeva per stock.

Nell’estate del 2009 il governo comoriano annunciò che gli Emirati avrebbero pagato più di 200 milioni di dollari in cambio dei documenti per 4000 famiglie di bidoon composte dai sei agli otto membri, il che fissava il costo di ciascuna cittadinanza intorno ai 6000/8000 dollari. Secondo le dichiarazioni pubbliche del presidente Sambi, circa 25 milioni sarebbero andati a sostegno del bilancio, mentre i restanti 175 sarebbero stati investiti in strade, smaltimento dei rifiuti ed energia.

«Mohamed Alhadi Abbas, ex capo dello staff del ministero dell’Interno delle Comore, sostiene che dall’inizio del programma siano stati stampati e venduti agli Emirati circa 60.000 passaporti. Un diplomatico straniero propone invece una stima di circa 100.000. Se questi numeri sono accurati, e i passaporti sono stati effettivamente venduti all’ipotetico prezzo di 6000/8000 dollari ciascuno, il governo comoriano dovrebbe aver guadagnato almeno 360 milioni di dollari», scrive Abrahamian la quale spiega bene la condizione e le ragioni storiche, politiche ed economiche dell’apolidia negli Emirati Arabi.

La storia della lotta di classe di Khaleq conduce al cuore della riflessione di Abrahamian, che assimila il crescente mercato della cittadinanza alla corruzione, attivata da una ristretta élite, prefigurando la sua stessa acquisizione sempre più come un moderno privilegio di classe. Anche così muore l’utopia di un mondo senza confini di Garry Davis, aviatore dell’esercito statunitense che il 25 maggio del 1948 all’Ambasciata statunitense di Parigi rinunciò alla cittadinanza americana, definendosi cittadino del mondo, che senza lo Stato Nazione non avrebbe più conosciuto la guerra. La vendita delle cittadinanze rivela soprattutto la totale arbitrarietà del concetto di appartenenza a una nazione.

«La “finanziarizzazione” della cittadinanza non è un problema soltanto per i tradizionalisti come Huntington – conclude Abrahamian –. È una tendenza inquietante anche per i sostenitori della democrazia partecipativa, dei programmi di social welfare e della redistribuzione della ricchezza. La cittadinanza mondiale o globale un tempo è stata anche altro, non soltanto un’impresa fermamente e cinicamente decisa a spremere profitti da ex colonie impoverite che non hanno nient’altro da vendere. Gli Stati chiuderanno i cancelli e faranno entrare solo pochi, selezionati in base alla loro ricchezza, al loro status e alle loro qualifiche?»

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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  1. […] chi se la compra. Lo svela Cittadinanze in vendita, l’inchiesta di Atossa Araxia Abrahamian raccontata da minimaetmoralia. […]



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