Venezia_2020

Venezia non è più Disneyland

Venezia_2020

(immagine di Franzi Gastoldi)

Sembra il sogno realizzato di chi ha sempre agognato la Venezia senza turismo, senza english speakers, senza pesanti valigioni trascinati da ragazzine asiatiche su per i ponti, senza bastoncini da selfie in gondola, senza ponti ostruiti da comitive affollate. Una città per soli residenti, come lo sono diventate Firenze e il centro storico di Roma, quanto lo possono essere i piccoli paesini dell’entroterra italico, dove le persone si guardano in faccia, si conoscono e si salutano e vivono nella dimensione di un quarto di kilometro.

Il mercato del buy to let (comprare per affittare), dell’Home sharing, del Food&Beverage, delle maschere, dei cappellini e dei grembiuli da cucina col David, dei pupazzetti da gladiatore e in generale di tutta quell’identità italiana prêt-à-porter, si è arrestato. E delle tanto deprecate navi da crociera, gli spettacolari mostri bianchi che solcano a velocità di 9 km/h il Canale delle Giudecca, non c’è traccia questa primavera.

Tutto sparito in un giorno, in un decreto. Le nostre grandi città metropolitane, fiori all’occhiello del turismo nazionale, sono adesso belle e vuote come le abbiamo sempre desiderate – salvo che non le possiamo vedere. Le città adesso non appartengono nemmeno ai loro abitanti. Tanto il pubblico mordi-e-fuggi quanto i residenti ne sono estradati. Le città in quarantena appartengono solo a sé stesse.

Quando mi chiedono se è vero che i canali si sono ripopolati di pesci, che i cigni sono tornati in Laguna, che è stato avvistato un coccodrillo in canale e quando si cerca di dare conto della foto di un presunto mostro della Laguna, nascosto sotto Punta della Dogana e dopo anni timidamente rispuntato, io rispondo che non lo so. Per quanto mi riguarda posso a malapena assicurarmi che Venezia ancora esista. La percezione che ho della città in cui vivo, in cui sono residente, è adesso infine pari a quella di un qualsiasi posto esotico e lontano: ne conservo solo il ricordo, un’immagine costruita da foto mie e di altri, un cliché di impressioni che non hanno più connessione col reale. Venezia è annegata in un tutt’uno che nella mia testa chiamo Venezia. Un posto che mi manca e di cui però non posso avere nostalgia. Sì, mi manca la città in cui vivo.

Avrei voluto parlare di Venezia tutta, ma dal momento che non posso andarci (mi è vietato anche passare il ponte che mi porta dall’altro lato del Canal Grande), posso parlare al limite del quarto di kilometro veneziano in cui abito. Per chi conosce un po’ la geografia della città sto parlando del cerchio che va dall’ingresso del Ghetto ebraico, sulle Fondamenta di Cannaregio, e dal Ponte delle Guglie attraversa quel tratto di Strada Nova che si spinge fino al vecchio Teatro Italia (oggi supermercato di marchio Despar), curvando poi per le Fondamenta della Misericordia sino all’altro lato del Ghetto, superato il quale si ritorna all’ingresso iniziale. Questo è il mio cerchio infinito. È il cerchio che da circa un mese rappresenta il mio unico universo possibile, probabilmente uno dei migliori mondi possibili a Venezia.

Strada Nova è un boulevard per quelle che sono le dimensioni consuete delle calli. Strada Nova è il corridoio naturale che porta tutti, turisti e Veneziani, dalla stazione alle principali attrazioni turistiche e servizi. Non ho mai visto questa strada vuota: né in questi tempi di Covid, né durante l’acqua granda del 12 novembre. La si percorre instancabilmente. Ricordo che durante la marea del 12 novembre c’era gente che la percorreva con l’acqua alle ginocchia, le valigie sulla testa e la bora che spazzava via gli ombrelli. Strada Nova serve per tornare a casa. La vedo adesso essere attraversata da quelli che sembrano i sopravvissuti a una catastrofe batteriologica, con mascherine e guantini, che evitandosi gentilmente restano ognuno nel proprio metro di distanza. Su Strada Nova c’è tutto.

Mi ritengo fortunata: abito in una zona che mi consente di scegliere tra ben due supermercati abbastanza grandi entro circa 500 metri; nella fondamenta sotto casa c’è sempre un banco del pesce e poco più in là le ultime due bancarelle rimaste del una volta popolatissimo mercato di San Leonardo. C’è persino un negozio di elettronica, due macellerie, due tabacchini, un piccolo alimentari e due vinai.

Immagino, e solo immagino, come possa essere adesso la vita quotidiana di chi già abitualmente vive in zone della città dove l’unico supermercato nell’arco di 1 kilometro è in mano a gestori, spesso cinesi, che propongono tutta la merce a “prezzo turistico”. Come tutto l’anno, anche in tempi di Covid, in cui non è possibile allungarsi in altre zone della città per fare la spesa, i prezzi sono alti e non c’è realmente scelta di prodotti. Il fatto è che da anni la grande maggioranza del suolo cittadino non è veramente attrezzato per vivere stabilmente, ma solo per sostare temporaneamente.

Ho una teoria su Venezia. Vivo qui da cinque anni e presto mi sono accorta che Venezia è una città a tre livelli; così come in tre livelli possiamo dividere i suoi abitanti: ci sono i veneziani DOCG; gli italiani o stranieri che vivono a Venezia; i turisti.

Ora, si pensi a Venezia come a un grande teatro: i veneziani DOCG sono tecnici, custodi e maschere: curano gli impianti del teatro e si occupano che tutto sia ben oleato, i costumi pronti e gli impianti funzionanti; ti mostrano qual è il tuo posto e ti ci fanno accomodare; gestiscono lo spazio e preparano gli aperitivi; conoscono il teatro alla perfezione e sono gli unici che ne detengono davvero i segreti; si sanno muovere in tutti i suoi cunicoli e hanno spesso corridoi preferenziali, ma quasi mai corsie principali. Il pubblico di questo teatro sono quelle persone che per un motivo o un altro si trovano ad abitare qui per un certo periodo, italiani, pochi stranieri, e che conserveranno per sempre il ricordo di questo spettacolo e prima o poi si sposteranno per andarne a vedere un altro. Infine ci sono i teatranti, ovvero attori protagonisti (a volte veri attori protagonisti: archistar, rockstar, scrittori, attori di fama internazionale, registri, artisti…) o più spesso comparse, turisti, «spettri» direbbe Agamben, che occupano i palchi principali; a volte si perdono in ambienti secondari e devi aiutarli a districarsi nel dedalo; sono loro che creano quel clima perenne che ha la città-teatro, la città-vetrina, da continua prova generale.

Venezia senza turisti – che sono i suoi veri abitanti – non è altro che un palco vuoto, un fondale di teatro. E quello che si nota questi giorni, una volta che il surplus se n’è andato, è la struttura del teatro e si vede chiaramente di che carne è fatta. Ed è una carne vecchia. Venezia è una città piena di vecchi. Guardando le statistiche non lo realizzi tanto quanto spostandoti in questi giorni: in cui gli studenti sono andati via, i lavoratori stagionali restano nelle loro case nell’entroterra, i giovani mestrini sono dall’altra parte del Ponte da più di un mese e i giovani figli di questi sessantenni fanno la quarantena ad Amsterdam e Londra.

Adesso Venezia si mostra finalmente per quel guscio vuoto che è. Anche il coronavirus, come l’industria pesante del turismo, interviene su spazi, luoghi, relazioni sociali, retoriche e immaginari. Quando si dice che quello che viviamo non è normale, che ci troviamo in uno stato non ordinario di cose, ci si riferisce, implicitamente o meno, anche al fatto che qui la normalità, la quotidianità è nella prostituzione legittima degli spazi, nel riuscire a sgusciare tra le calli piene di turisti e non arrivare in ritardo, negli aperitivi-spritz, negli opening chic, nel kitsch delle vetrine dei bengalesi che vendono un’immagine di Venezia costruita negli anni ’80 e che tutti riconoscono come veritiera, nell’idea che la città non sia stata costruita per i suoi abitanti, ma per ospiti temporanei da spennare. La normalità di Venezia è nel grottesco. Allora forse, se Venezia muore non è perché, detta banalmente, ci sono le grandi navi, ma perché non ci sono più.

Strada Nova senza esercizi commerciali e turisti, il Ghetto vuoto, il Canale di Cannaregio svuotato dalle barche, Roma senza visite al Colosseo, Firenze senza gente in Piazza del Duomo di Santa Maria del Fiore: l’anima finta delle capitali del turismo è diventata parte della realtà più autentica di queste città.

Prima che i turisti ritorneranno ci sarà un piccolo periodo di tempo in cui Venezia, Firenze, Roma saranno solo per i loro abitanti. E allora forse ce le si potrà godere al meglio e sarà anche il momento in cui ripensare a come abitarle.

Francesca Sante è nata nel 1993. Si è laureata a Siena in Lingue e Letterature con una tesi sulle traduzioni di Vittorio Sereni da René Char. Continua con un corso in Economia e Gestione dell’Arte a Venezia, che conclude con una tesi sull’editoria di poesia contemporanea e le possibilità di ampliamento del pubblico della poesia. Ha collaborato come stagista con “Semicerchio”, Nazione Indiana e RadioRai3.
Commenti
6 Commenti a “Venezia non è più Disneyland”
  1. Giacomo Spaziani scrive:

    Ciao Francesca!
    questo articolo l’ho appena letto proprio il giorno della sua pubblicazione, uno dei giorni in cui si inizia a vedere della luce in fondo al tunnel (riguardo a date decisive per la quarantena e per il numero di contagi).
    inanzitutto ti volevo dire che sei stata bravissima a dire queste parole! perché in pochi come te, penso, hanno coraggio da esprimersi qui sul web parlando di discorsi simili; hai fatto una cosa giustissima perché il web e i social sono il mezzo perfetto e più diretto per far capire alle persone le cose e che cosa bisogna fare, bisogna condividere, diffondere, far girare queste parole, cosa che ho assolutamente intenzione di fare; dobbiamo far si soprattutto che tali parole arrivino alle cariche politiche, specialmente al sindaco, così che magari gli entri in testa qualcosa per una buona volta!
    volevo dirti che questo articolo è il migliore fra tutti gli altri e i commenti sotto gli ultimi post di instagram di Brugnaro (per fare un esempio) che ho letto in queste settimane, in cui si può notare l’evidente sofferenza che prova, mentre i suoi cittadini stanno festaggiando per la felicità di vedere la loro città dopo decenni in grado di respirare, anche se non se la possono godere, e questo secondo me dice molte cose.
    continuo a ringraziarti per aver pubblicato queste parole!
    con ciò vorrei dire anche una cosa; io sono un ragazzo di 16 anni che vive in provincia di belluno, che però, avendo un padrino veneziano, unica persona con cui posso discutere di queste cose, sono riuscito specialmente dalla prima superiore ad avere più opportunità di venire a venezia e da li in poi ho iniziato ad amare venezia alla follia; col tempo però ho iniziato anche ad andare un po’ oltre, cercando di guardare cosa c’è “dietro le quinte” come hai detto tu, ovvero provando a sentire le opinioni dei cittadini veneziani, come i fratelli e le sorelle del mio padrino (sono in totale 11 fratelli), perché secondo me se si vuole veramente amare venezia bisogna anche conoscere le sue debolezze e non solamente fermarsi ad ammirare la copertina, e quindi da non considerare venezia come una disneyland. infatti ascoltando anche le opinioni dei fratelli del mio padrino, ho provato sempre più interesse riguardo a questi fatti e vorrei saperne sempre di più al riguardo, perché inizio a vedere effettivamente sempre più gente che dice la sua, inizio specialmente in questo periodo a sentire sempre più opinioni; il mio problema è che mio zio vive in provincia di treviso e ci sentiamo in videochiamata delle volte, ma nella normalità non abbiamo nemmeno tanto tempo per parlare di queste cose, e i miei coetanei da queste discussioni sono ovviamente distanti anni luce, perché a loro non interessa in questo momento della loro vita di queste questioni, e spesso quindi mi metto a riflettere da solo.
    con ciò volevo solo dirti che per me sarebbe un grandissimo onore che tu possa rispondermi, perché penso che sia inutile mettere i propri punti di vista senza collegare gli uni con gli altri; penso proprio che ci sia bisogno di sapere più opinioni possibile da parte di tutti i veneziani e cercare di essere uniti per portare avanti i nostri punti di vista, perché l’unione fa la forza, e potremmo magari far sentire la nostra voce anche alle cariche politiche, perché è importante che arrivino a loro questi problemi che i veneziani (e altri come me che si dedicano a riflettere su queste cose) si portano dietro e cercano di far arrivare a loro da ormai decenni…
    spero solo che questo commento non venga ricordato solo come un commento, ma vorrei che come minimo mi ricordasse, perché dobbiamo tenere a conto delle opinioni di tutti…
    grazie davvero per le tue parole e grazie per aver letto le mie parole e spero che un giorno potremo rivederci tutti più uniti, anche se stiamo concependo maggiormente questo concetto sono adesso che siamo più distanti di prima… grazie di cuore e scusa la lunghezza!
    bravissima!

  2. Claudio Moretti scrive:

    Venezia è forse la città ideale di questi tempi.
    Ci sono nato e la sto girando molto in queste settimane, con ottime ragioni visto che consegno libri (questo a beneficio della guardia che si nasconde in noi).
    Ho visto molta gente in giro e spazi vuoti di continuo. Ragazzi che corrono intorno a una chiesa, code che si intersecano nei maggiori campi.
    Dice bene l’articolo, che ci sono tanti vecchi. Quasi tutti sono in giro, a far la spesa, a prendere aria. Si vedono meno giovani, escono meno non si sa se per rispetto degli altri o per paura dei controlli. Ma non è una città solo di vecchi.
    È vero anche che è una città vuota, forse la città (per quanto piccola, è una città) con il rapporto abitanti per kmquadrato più basso di tutte le altre città. Durante gli anni del contagio, essere sottopopolati può essere un grande vantaggio. Può essere molto più semplice organizzarsi, banalmente mantenere le distanze. Ma anche solo pensare che in queste settimane i veneziani hanno usato la quantità di supermercati e negozi che erano pensati per una popolazione almeno doppia (escludendo solo i turisti che andavano al ristorante) mette Venezia nella situazione di città comoda e anche adesso vivibile. O che chiunque rispetti i 200 metri o poco più riesce a trovare delle meraviglie.
    Non dico che l’economia turistica non prema per tornare. Ma Venezia non è solo quello. Non siamo solo in uno spettacolo. Venezia è una città viva, e adesso è pure vivibile. È uno dei posti migliori dove vivere oggi e dove si può pure lavorare bene. Sarà un caso ma qui tutte le librerie hanno riaperto.
    Ma viva lo era anche prima, quando il turismo invadeva ogni spazio, esterno e interno. Viva per la cultura (iuav, accademia) , viva per i movimenti (poveglia per tutti, una comunità che si compra un’isola).
    Non sono un ottimista, non penso che basti un virus per far cambiare il mondo. So che l’economia della città ne risentirà ma questa mi pare una situazione comune, non sono molti i settori economici che andranno bene.
    Sono solo stanco del racconto di Venezia. Siamo fortunati a vivere in una città così bella ma noi la viviamo, non ci recitiamo.

  3. alida scrive:

    L’articolo è profondo, e riporta il pensiero di chi la scrive. Io non concordo con le sue riflessioni. Abito a Roma, città citata come Venezia e Firenze come guscio vuoto senza turisti e spenditori. Ciò che esiste intorno a noi vive, anche se noi la vediamo o crediamo morta. Ho vissuto per tanti piccoli periodi a Venezia, città che considero mia, città unica, sia per l’acqua che la avvolge sia per la bellezza dell’architettura. Ed anche per i veneziani, umani nè isolani, nè terrestri.
    Venezia è talmente piena di vita che non può essere paragonata ad un guscio vuoto. Venezia non è la cornice di un quadro, Venezia è il quadro e la cornice.Venezia è miracolo, sogno, vita, colore, bacoli, ponti, calli e vederla respirare libertà, può solamente renderci felici.Paragonarla ad un fondale vuoto, mi dispiace per l’ autrice, significa aver vissuto 5 anni in un luogo guardandola con i codici interpretativi della mente, non con quelli del cuore.

  4. francesca provantini scrive:

    ciao Francesca il tuo articolo è molto commovente e vero: beh! a Venezia un dibattito c’è da decenni e come dice Claudio Venezia è una città viva ma, purtroppo, molto ferita e svuotata di tante anime… Per me è la città ideale in cui vivere ma da ripensare profondamente; come scrivi “E allora forse ce le si potrà godere al meglio e sarà anche il momento in cui ripensare a come abitarla”, bsogna approfittare di questo vuoto per compattarsi e riformulare il futuro, prima che tutto torni come prima, ed il rischio c’è… eccome!!!
    Volevo fare i complimenti a Giacomo Spaziani, per la sua maturità. Io anche vivo lontana, benchè nata a Venezia, perchè mia mamma è venuta via dopo il matrimonio. Ma ci vengo quanto più posso perchè è dentro il mio cuore. Giacomo: non sei solo, ci sono tante associazioni a Venezia che lottano da anni per la città, con una forte determinazione a lottare. Posso segnalarti il comitato NO grandi Navi che ha sede in Campo santa Maria Formosa e che io sostengo e cerco di seguire da remoto. Puoi cominciare anche tu a dare il tuo contributo e capirai che non sei solo nella volontà di cambiamento e di rinascita di questa città splendente e Serenissima, di nome e di fatto! Se vuoi possiamo anche contattarci. Ci sono tante cose che si possono fare anche da lontano. un grazie a tutti per questo scambio. Francesca Provantini

  5. Mauro Vianello scrive:

    Cara Francesca, ho letto due volte la tua lettera perché mi era sorto un dubbio, la prima volta, che tu fossi scivolata in un paradosso. E ne ho avuto ben donde. All inizio parli di una Venezia che non riesci a vivere causa limite quarto di km. E perciò scavi nei ricordi della città come un turista qualche tempo dopo averla visitata. Quindi per questa impossibilità la reputi vuota, praticamente morta, visto anche i pochi abitanti rimasti. Paragoni quei pochi veneziani DOCG come degli operai (nel senso più nobile del termine) e addetti ai lavori di un teatro ed eleggi ad attori, (invece) turisti studenti e lavoratori delle poche attività rimaste in centro storico, che riempiendola, la animano e la rendono viva. Il paradosso sta verso la fine, in cui ti auspichi che, proprio causa Corona virus, dopo venga ripensato il mudus operandi e vivendi nei confronti di questa città. (ma se nella prima parte esalti o risalti il contorno (archistar, attori, Rockstar e turisti grandi navi) sul ruolo di protagonisti della città. Quindi dici che senza, per te, è morta. E qui sta il paradosso. Mi sembri un po confusa. Ti dico una cosa. Fino a 20anni fa il turismo si mescolava con gli abitanti senza essere invadente. Le navi da crociera che arrivavano erano giuste nel senso numerico. Oggi c è un surplus enorme non compatibile con la capacità di ricezione di questa fragile città. Io sono stato attore protagonista di un film durato 50 anni sopra il palcoscenico Venezia. abitavo in calle delle rasse a pochi metri da s. Marco. Ora abito a mestre e vorrei vederla anche se vuota e passeggiarci sopra e sono sicuro non mi sembrerebbe morta. Ma come un grande palcoscenico ( finita questa emergenza) pronta a ricevere gli attori(in primis i veneziani DOCG) e le comparse, e dire a tutto il mondo ‘the show must go on’ e mi dispiace per le altre(città) ma sono UNICA.

  6. Giovanni Tedoldi scrive:

    Sono in esilio a milano , purtroppo non posso rientrare nell’adorata Venezia. Vorrei tanto potere percorrere le calli silenziose e prive del rumore infinito delle valigie con le maledette rotelline. Spero che questo inferno si cheti e riuscire ad abbracciare la CITTÀ prima del ritorno degli odiati Unni.

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