biennale V

Venezia o Castalia? La Biennale fa danzare la città

biennale V

(foto di Andrea Avezzù)

Mentre sull’Europa soffia un vento di disgregazione con l’uscita del Regno Unito dall’Unione, Venezia grazie alla Biennale Danza torna a trasformarsi in quella città delle arti di taglio internazionale che ambisce ad essere per sottrarsi al destino di svendita a cui il turismo di massa sembra averla destinata. Un’utopia concreta e percorribile, allo stesso tempo affine e diametralmente opposta alla Castalia di Herman Hesse nel suo Giuoco delle perle di vetro, chiusa nel sogno di un’arte isolata dal mondo.

Qui il segno invece è l’apertura: dei palazzi storici, delle performance offerte allo sguardo del pubblico causale che si accalca lungo le calli. Col progetto “college”, che permette ai giovani danzatori di entrare in contatto con il lavoro di coreografi affermati, i campi di Venezia si riempiono di performance di breve durata che la gente si ferma a guardare incuriosita e – quel che più conta e stupisce – in religioso silenzio.

Nei giorni in cui la visito la Biennale Danza diretta da Virgilio Sieni è a metà della sua programmazione, sono i giorni meno fitti, a cavallo tra i due week-end che ospitano gli appuntamenti più importanti. Ma non mancano nomi di eccezione, come il leone d’oro dello scorso anno Anne Teresa de Keersmaeker, che con il suo «Vortex Temporum», già apprezzato lo scorso autunno al Romaeuropa Festival, segna il punto più alto di questa tranche della Biennale. E indica, con il suo raffinato intreccio di gesto e musica eseguita dal vivo, uno dei fiumi carsici che sembrano scorrere sotto questa edizione 2016 del festival internazionale di danza.

Nello spettacolo di de Keersmaeker, che nasce dall’unione tra il gesto della danza e l’esecuzione della composizione musicale di Gérard Grisey, si raggiunge una fusione di elementi come rare volte si riesce a vedere sul palco scenico. Non un semplice accostamento di musicisti e danzatori; non un affiancamento strumentale della musica al corpo o del corpo alla musica; piuttosto un’orchestrazione per elementi multipli che esulano dai campi della propria disciplina sfumandone i rispettivi confini. De Keersmaeker si interroga non soltanto su come visualizzare la polifonia musicale di Grisey, intrecciando i movimenti di ognuno dei sette danzatori a uno strumento, ma anche come fare di essa il motore dell’attimo corale – il vortice, appunto – in cui noi percepiamo l’intreccio dei corpi e delle note come un unico flusso creativo.

Musica dal vivo e corpo tornano anche nell’interessante performance di Camilla Monga, «13 objects», ma come elementi autonomi per quanto a volte interagenti. Un gruppo di danzatori (la stessa Monga con Jacopo Jenna, Viktor Mar Leifsson e Vedis Kjartansdottir) interagisce con oggetti di uso quotidiano: una palla, una pompa di biciletta, una molla, un imbuto, un piumino per spolverare, uno sturalavandini, un mattarello, un cuscino. I gesti sono quelli di una danza fluida fatta di gesti che partono astratti e a contatto con gli oggetti si innervano di senso quotidiano.

Il tutto smosso da sessioni di batteria con cui Richard Dubelski sembra far accelerare o decelerare l’esecuzione dei danzatori. Ne esce una drammaturgia del gesto quotidiano che si destruttura in momenti di “follia”, quasi a lanciare corpi e oggetti all’aria facendo saltare ogni ordine possibile. Un po’ scontata la soluzione di far corrispondere, quasi a sottolineare, le accelerazioni del gesto e quelle della musica – unico neo di una performance certamente contenuta ma interessante.

Molto bella per l’eleganza dei gesti e delle figure è la performance «Ra-me» di Lara Russo. Ancora interazione con oggetti al centro del pezzo, stavolta tre tubi di rame di differenti lunghezze, maneggiati singolarmente o in modo corale dai tre danzatori in scena (Davide Tagliavini, Andrea Palumbo, Lucas Delfino). Un lavoro di geometrie che ragiona attorno ai concetti di contrapposizione e collaborazione con estrema semplicità, trasformando la relazione tra i corpi in drammaturgia. E introduce una delle figure ritornanti di questo scorcio di biennale, quella del cerchio e della rotazione. Se il tubo di rame diventa perno su cui roteare, punto d’appoggio per saltare al pari dei remi delle barche veneziane, il momento più corale è proprio attorno alla rotazione che si attiva trasformando il tubo in un dispositivo (quasi) inarrestabile, come la macina di un mulino, attorno al quale ogni movimento si deve armonizzare.

La rotazione è dunque al centro della riflessione di molti danzatori, quasi un’ispirazione da derviscio, ma anche semplice suggestione geometrica che ci riporta alla più pura delle forme. La ritroviamo anche in Albert Quesada con «OneTwoThreeOneTwo” e in Yasmine Hugonnet con «La Ronde – Quatuor», anche se i due coreografi hanno temperature e ricerche diversissime. Il primo, in scena con Zoltán Vakulya, indaga in modo sincopato la natura del flamenco, smontandone e rimontandone la forma in un duetto per corpi maschili che fanno evaporare l’identità di genere così marcata nella danza andalusa. Un’esplorazione sull’antico del gesto danzato, poi confluito nella codificazione delle figure del flamenco, che si affaccia già nei volti “iconici” dei due danzatori.

La seconda propone una ricerca minimale e millimetrica sul movimento, nel contesto di una non-danza che vede in scena un quartetto (Jeanne Colin, Audrey Gaisan Doncel, Killian Madelein assieme alla stessa Hugonnet) intento ad esplorare le implicazioni geometriche del loro “corpo multiplo”. Si passa da una geometria spigolosa e quadrata allo sciogliersi nella rotondità del cerchio nella scena finale, di grande impatto.

È interessante notare come sia Quesada che Hugonnet incarnino, da due estremi opposti, la contraddizione evocata dalla Castalia di Hesse, e che ancora oggi resta sul piatto come interrogativo inevaso: quanto ci si può spingere nello splendido isolamento linguistico dell’arte? Hugonnet propone infatti una coreografia così radicale nel gesto e nella non-danza da rasentare il puro materiale didattico, interessante per chi è dentro la disciplina ma totalmente privo di qualunque grammatica spettacolare. (Considerazione che vale anche per «Unfolding figures», realizzato con la Biennale College al teatrino di Palazzo Grassi).

Nonostante lo scioglimento finale in una figura oggettivamente potente e poetica, a tenere banco durante la prima parte di questo silenziosissimo lavoro è stato soprattutto il “borgborigmo” del pubblico in sofferenza per il caldo, che spostandosi su sedie rumorose, sgranchendosi o tossendo ha creato un controcanto sonoro del tutto imprevisto. Ma, rovesciata la questione, lo stesso interrogativo si ripropone anche nel flamenco di Quesada, accolto dal pubblico con un sonoro applauso. Come a dire: tanto più ci avviciniamo a toccare la forma, una forma conosciuta come quella del flamenco, quella forma ripudiata e scardinata da decenni di danza in ricerca del movimento altro, e tanto più il pubblico, riconoscendola e riconoscendosi, applaude contento. Un applauso che resta lì, aleggiando come limite contraddittorio della destrutturazione operata dalle scene contemporanee.

Torniamo ad addentrarci nella città delle arti, fuoriuscendo dall’Arsenale e dalle sue sale d’armi che sono il cuore pulsante della Biennale. Virgilio Sieni ha intitolato questa edizione 2016 “Senza il mio corpo lo spazio nemmeno esisterebbe”, a ribadire la centralità del corpo non solo nella danza ma nella sfera dell’essere e dell’abitare, cosa che il gesto dei danzatori è in grado di sintetizzare in modo poetico e con estrema efficacia. Ma che lo spazio invaso dal gesto sia il negativo di questo ragionamento è fin troppo evidente. E così, riavvolgendo il nastro al lunedì che precede gli spettacoli di cui abbiamo parlato finora, ci si imbatte – è il caso di dirlo – nelle produzioni “college” sparse in giro per la città. Ovvero, il risultato di questa parte didattica e formativa della Biennale Danza, che nelle giornate “più dormienti” della manifestazione (ma solo apparentemente), quelle a cavallo tra i momenti clou dei week-end, tengono banco.

È il progetto “Agorà”, che Sieni definisce un festival nel festival e che propone brevi creazioni inedite sparse per i “campi” della città – alcuni particolarmente affascinanti e progettati come palcoscenici naturali, come Campo San Trovaso. Venezia è una scenografia naturale, questo è vero, ma nella frizione con i linguaggi del contemporaneo assume un fascino più tagliente, in grado di scuoterla dal torpore da cartolina in cui le sue facciate settecentesche, i suoi ponti e i suoi canali a volte la fanno sprofondare (come berciavano ammiccanti i futuristi già più di un secolo fa). Le interferenze del corpo danzante nel continuum della città creano immediatamente uno squarcio d’attenzione, che la dimensione contenuta delle performance – tutte sui venti minuti – contribuisce a sfruttare pienamente, incollando gli occhi di pubblici attenti ai gesti dei danzatori.

I due lavori in cui mi sono imbattuto io sono «My walking is my dancing» di Sandy Williams e «Venice» di Emanuel Gat. Nel primo il coreografo, fedele al titolo che dà al suo pezzo, indaga le connessioni tra il gesto quotidiano del camminare e il gesto artistico, mettendo in campo sette danzatori (Lucas Bassereau, Georgia Bettens, Michela Cotterchio, Masako Matsushita, Anna Savanelli, Valeria Secchi, Vilte Svarplyte) intenti a camminare su linee parallele. Linee rigide che, ben presto si scompongono, invertendo la direzione, ridisegnando il gesto, rendendo sincopato il movimento. La sua indagine sui confini tra il “movimento banale del quotidiano” e il “movimento virtuoso del danzatore” crea così un disegno di geometrie dapprima ordinate e poi spezzate, che affascina molto il pubblico pur restando – com’è nella natura degli esiti dei workshop aperti al pubblico – nella dimensione dell’abbozzo.

Più elaborato l’affresco veneziano di Emanuel Gat, che lavora su esplosioni di movimenti e di suoni, disegnando una coreografia che da subito si fa corale, coinvolgendo in un corpo multiplo i suoi otto danzatori (Roberta Ferrara, Giovanfrancesco Giannini, Marta Greco, Nikoleta Koutitsa, Stefano Marletta, Livia Massarelli, Rieko Okada, Laura Toma). Gat non dà altra traccia per questo suo quadro di venti minuti, se non l’intenzione di ragionare sulla coreografia non come “qualcosa che si fa” – dunque che si esegue – ma come “qualcosa che succede”. E certamente la dimensione del progetto “Agorà” fa da solida impalcatura a questo intento – che si traduce in un pezzo molto bene accolto – oppure, volendo rovesciare la lettura, Gat coglie appieno le potenzialità della “scatola” in cui si inserisce.

Chiudono questa mia esplorazione per la “città della danza” un solo di Francesca Foscarini, «Back pack», e il «Collective Jump» di Isabelle Schad e Laurent Goldring. Foscarini si propone come figura buffa e goffa, divertente e suggestiva, intenta a impacchettare e spacchettare uno zaino, a vestirsi e svestirsi di abiti che si stratificano addosso oltre ogni logico utilizzo. La coreografa riflette così, in modo ironico e un po’ scanzonato, sulla dimensione nomade dell’artista, in continuo pellegrinaggio da festival a festival, da laboratorio a laboratorio, in una dimensione in cui il vestirsi e l’abitare (e con essi il rapporto con gli oggetti e con il vestiario) diventano azioni da risemantizzare, cambiandone i confini tradizionali a loro assegnati dalla vita stanziale.

Una riflessione che parte da una condizione personale, ma che si emancipa da essa perché è un tratto comune di almeno un paio di generazioni in cui il concetto di “radici” ha cominciato a diventare rarefatto, coscienti che la vita si costruisce studiando, lavorando, vivendo in un altrove costante che ogni tot anni si perfeziona in un luogo reale. Il “personaggio Foscarini” è gustoso e divertente e potrebbe stare a ben diritto – oltre che in un festival di danza – in una galleria di ritratti contemporanei, a cavallo tra il clownesco e il pierrot, come è spesso la condizione odierna.

Isabelle Schad e Laurent Goldring, infine, sono presenti alla Biennale nel progetto dei “dittici coreografici”, un invito a presentare una creazione realizzata con la propria compagnia (in questo caso «Der bau») e una pensata e realizzata con i danzatori del “college”. Quest’ultima, «Collective jump», chiude il mio attraversamento del festival con una tappa ospitata dal suggestivo Palazzo Grimani, dietro Santa Maria Formosa – altro angolo della città regalato allo sguardo degli spettatori.

L’intento dei due artisti è indagare i temi della collettività e della resistenza. È soprattutto il primo a tenere banco, e si viene a creare dalla fusione di figure danzanti in coppia – come scosse da un’oscillazione ossessiva delle ginocchia – tutte sparse per le varie sale del piano che ospita la performance, che tengono pian piano a coagularsi in gruppi più grandi. Il finale, ospitato nel salone, si scioglie in una visione di grande impatto dove le danzatrici danno vita a un “organismo collettivo” in un’immagine affascinante che raccoglie e fa sfogare tutta l’energia apparentemente compressa delle prime figure. Ma è un “collettivo” vagamente insettiforme che pure in parte inquieta, tornando (forse involontariamente) a porre il quesito mai sciolto che c’è dietro ogni sogno collettivista: quanto l’uomo è in grado di coordinarsi in un unico essere organico? Quanto, invece, la sua anima irrisolta lo riporta invece sui lidi dell’individualità e dell’io?

Non sarà certo questo lavoro a sciogliere il dilemma, ma vale però la pensa ricordare i nomi delle danzatrici che, in modo così suggestivo, ce l’hanno suggerito: Silvia Baronio, Erica Canali, Nicole Chirici, Justine Copette, Francesca Formisano, Elisa Frasson, Claire Leske, Isabella Piazzolla, Aurora Pica, Michela Rosa, Deva Schubert, Caterina Squillacioti, Marjolaine Uscotti.

Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.
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