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Vera e Franca

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Vera Vigevani è in Italia per una serie di conferenze e incontri: a Roma, il 19 ottobre presso la Fondazione Basso, presenterà il libro Il Carro della vita. Qui e qui gli altri pezzi pubblicati su minima&moralia dedicati alla questione argentina.

La voce di Vera Vigevani, milanese classe 1928, è dolce, decisa e squillante come se fosse animata dalla gioventù coraggiosa di sua figlia, Franca Jarach. Nel 1939 Vera fu costretta dalle leggi razziali ad abbandonare insieme ai genitori l’Italia destinazione Argentina: «Ho compiuto undici anni sulla nave – racconta – . Ero una bambina, ma quelle cose non si dimenticano come quando mi hanno cacciata da scuola in quanto ebrea. È stata la prima ingiustizia che ho conosciuto nella mia vita. Poco più piccola mio padre, che mi aveva spiegato cosa volesse dire fare l’avvocato, mi portò davanti alla facciata del tribunale cittadino e mi parlò della giustizia. Ho sempre creduto fosse una cosa meravigliosa».

Vera, donna colta e determinata che ha lavorato per quarant’anni nella redazione cultura dell’Ansa a Buenos Aires, personifica il Novecento con i suoi drammi e l’esigenza di testimoniare. Sua figlia Franca, vittima della dittatura civico militare argentina, scomparve a diciott’anni il 25 giugno 1976 e di lei non si seppe più nulla fino a pochi anni fa, quando una donna, Marta Alvarez, sopravvissuta al campo di concentramento dell’Escuela de Mecanica de la Armada, le ha raccontato tutto grazie alle ricerche straordinarie delle squadre di antropologi forensi argentini. Franca aveva aderito alla sinistra peronista, che poi si oppose alla dittatura: studentessa dell’ultimo anno delle secondarie, si iscrisse alla Unión de Estudiantes Secundarios (Ues); in seguito dopo la maturità conseguita volle provare il mestiere di grafica e militò nella Juventud Trabajadora Peronista (Jtp).

Alvarez era incinta quando fu arrestata e, come accadde ad altre detenute, il figlio nacque durante la prigionia. Ma fu affidato, tre mesi dopo il parto, alla nonna, mentre nella maggior parte dei casi i bambini vennero strappati alle rispettive famiglie. All’Esma visse tutto l’orrore del Salone delle feste del Casino de Oficiales (la casa degli ufficiali), trasformato nel quartier generale dei militari che in quello stesso edificio vivevano e torturavano. «Verso Marta Alvarez nutro una grande riconoscenza, perché grazie a lei ho scoperto il destino di mia figlia – dice Vera –. Non c’è niente di peggio del non sapere nulla. La maggior parte delle famiglie dei desaparecidos ancora non sanno. Dopo molti anni è stata brava, ha cominciato ad andare dagli antropologi forensi e prosegue a collaborare. A un certo punto ho potuto prendere contatto con lei attraverso gli antropologi e dunque mi ha raccontato la verità. Mia figlia è durata meno di un mese nella prigione dell’Esma, vittima poi dei voli della morte».

A Vera Vigevani, che appartiene al movimento delle Madres de Plaza de Mayo fin dai primi mesi della sua fondazione e ha successivamente aderito alla Linea Fundadora, piace definirsi una militante della memoria. E anche in Italia ha svolto questo prezioso lavoro di ricostruzione storica sulla sorte del nonno Ettore Camerino che restò in Italia, fu deportato e morì ad Auschwitz.

È notizia di pochi giorni fa il ritrovamento del centoventunesimo figlio di desaparecidos, Maximiliano, che dopo quarant’anni ha potuto abbracciare la famiglia biologica, a casa della sorella della madre, Alba Lanzillotto, da sempre impegnata nell’associazione delle Madres de Plaza de Mayo. Alla conferenza stampa ha partecipato il fratello Ramiro Menna, che era stato affidato a un’altra sorella, Quela. Ana Maria fu arrestata all’ottavo mese di gravidanza insieme al compagno Domenico Mena, emigrato alla tenerissima età di cinque anni da Chieti. Mena, guevarista, soprannominato el Gringo, è stato uno dei fondatori dell’Esercito rivoluzionario del popolo decimato dopo il golpe del ’76. In seguito a una probabile delazione finì arrestato insieme a tutto il vertice dell’organizzazione e deportato nel campo di concentramento dentro alla base militare Campo de Mayo, situata vicino al luogo del fermo.

Lo scorso lunedì la Commissione Nazionale per l’identità (Conadi) ha comunicato all’interessato gli esiti dei test genetici ai quali aveva accettato di sottoporsi tre mesi fa, donando un campione del proprio sangue al Banco Nacional de Datos Genéticos, dopo essere stato avvicinato. I dubbi e l’indagine si sono mossi dal certificato di nascita falso, vergato dalla dottoressa Juana Franicevich, la cui firma era già apparsa in altri due casi di ritrovamenti. Lui ha mandato un messaggio WhatsApp alla zia ritrovata, rompendo il ghiaccio, e ha già avuto un confronto difficile con i genitori che si professavano come i suoi naturali. «La sua vita è stata investita da una bufera, perché mai aveva sospettato di essere figlio di desaparecidos. A me, nel giro di quattro giorni, si è rivelato ciò che ho cercato per quarant’anni», ha dichiarato Alba.

È una storia tutta da scrivere come centinaia di altre e, come sottolinea Vigevani, il tempo stringe.

Vera, in che modo si può essere madre di una ragazza desaparecida?

«L’immaginazione è utile a tante cose. Nella mia vita serve ad avere un confronto di idee, di pensieri con Franca. Penso a quello che lei avrebbe detto, alle decisioni che avrebbe assunto in determinate situazioni. È una specie di dialogo immaginario. Conoscendola a fondo posso stabilire uno scambio che in realtà è con me stessa. Non è facile capirlo, però questo esiste in tante situazioni della vita. Ho sempre lavorato nella stanza di Franca, è l’ambito dove spesso ho svolto le mie giornate, dove sono cresciuta, ho imparato e cercato di dare qualcosa agli altri. Nella stanza c’è una fotografia di Franca, scattata dal suo secondo fidanzato poco prima del sequestro, meno male che ne ha avuti. Ha un sorriso dolce che la rappresenta. Non puoi colmare l’assenza, ma di fatto sono una madre. Con le Madres de Plaza de Mayo abbiamo vissuto la realtà di una maternità ampliata, collettiva. C’è stata una crescita particolare insieme alle altre madri con quello che con l’andare degli anni è accaduto a noi stesse. Prima abbiamo cercato di salvare i nostri figli, poi siamo diventate, e questo ci ha portato ai giorni nostri, una specie di forza morale, etica dentro alla società e al paese».

La passione per la politica e l’impegno sociale le furono trasmesse dalla famiglia o erano inevitabili nell’Argentina degli Anni Settanta?

«Franca, nipotina di avvocati, ha ereditato dalla famiglia il senso della giustizia. Ha ascoltato fin da piccola le storie di persecuzione che avevano già segnato la nostra vicenda familiare. Lei, figlia unica, bravissima, sveglia, piena di attenzione ha condiviso molto della mia vita insieme al padre Jorge Jarach: le nostre passioni per il cinema, il teatro, la letteratura e la montagna. Buona parte di quel che Franca era e desiderava diventare, dare al prossimo, alla società argentina derivava dal contesto familiare. Per il resto fu tutto merito del suo impegno e delle circostanze di quella gioventù animata dall’ideale di giustizia sociale e dunque dalla necessità dell’eguaglianza».

A che cosa sognava di dedicarsi?

«Lei in particolare, avendo finito la scuola secondaria, aveva scelto di formarsi nel corso che chiameremmo di Scienze dell’educazione. Considerava l’impegno scolastico alla base della trasformazione della società. Non poté cominciare gli studi».

Lei conserva le pagelle di Franca. C’è una curiosità: aveva dieci in tutte le materie, mentre l’unica voce insufficiente risultava la condotta. Perché?

«La sua scuola, il Colegio Nacional de Buenos Aires, è particolare, dipende dall’università che nella sua storia è stata molto politicizzata. A Roma potremmo paragonarla con il Liceo Tasso da dove sono usciti scienziati, politici. A partire dai tredici anni, l’età in cui è entrata al Colegio, ha partecipato alla vita politica della scuola, fu subito eletta delegata della sua classe al Centro degli studenti. Tutti hanno sentito l’influenza della gioventù impegnata su scala mondiale. La scuola secondaria argentina ha la tradizione dei Centri degli studenti che ne caratterizzano la vita interna, in quegli anni più che mai. In Argentina, quando si insediò la dittatura civico militare, tutto ciò si trasformò in una specie di militanza. Lei aveva una coscienza molto critica, priva di fanatismi, quello che auspico nei ragazzi lo possedeva in forma naturale. È stata presa di mira dalle autorità, dunque in condotta era mala, cattiva in virtù del suo impegno. I dirigenti scolastici ormai erano appartenenti, espressione del clima che condusse alla dittatura. Oltre cento studenti del Colegio finirono desaparecidos. Oggi nella scuola c’è un murale che ritrae Franca. Il disegno è collocato tra due premi Nobel e il presidente Pellegrini ex studenti. Sarà il suo Colegio per sempre».

Dove si diplomò Franca?

«Quando cominciarono le repressioni anche nella scuola mantenne i propri impegni, prese parte per esempio a una occupazione della scuola per difendere il suo Preside allontanato e a un’assemblea proibita in quell’epoca. Quindici ragazzi tra cui mia figlia di conseguenza furono espulsi in pieno regime militare e poi riammessi per iniziativa dei genitori. Lei non volle tornare in quel clima di repressione e dette come privatista i suoi esami in un’altra scuola».

Qual è il ricordo delle prime ore dalla sparizione?

«Sono stati momenti di grandissima paura. Dal 25 giugno 1976 tutte le nostre iniziative furono rapidissime. C’erano il desiderio di salvarla e la viscerale necessità di sapere. Le paure erano sempre più crescenti, perché si cominciava a capire cosa stesse accadendo alle persone sequestrate. Eravamo terrorizzati mio marito, io e i tanti amici che erano con noi. Poco prima avevamo proposto a Franca di trasferirsi in Italia per un periodo. Purtroppo tutto questo non è successo. La sentimmo per l’ultima volta al telefono, quindici giorni dopo la scomparsa. La fecero chiamare dalla cabina appositamente costruita dentro all’Escuela de Mecanica de la Armada e registrammo la conversazione. Sul momento fu un sollievo. Vent’anni dopo ho saputo che Franca era durata meno di un mese all’Esma. A luglio entrarono centinaia di prigionieri in quel luogo, e avevano bisogno di spazio. Mio marito è morto nel 1991 senza avere notizia certa sulla sorte della figlia. Con i voli della morte la dittatura civico militare ha sperato di cancellare non solo le persone ma le storie, che non ci fosse maniera di sapere nulla. Non hanno ottenuto il risultato che desideravano. C’è un gesto emblematico che amiamo fare: posare fiori nel Rio de la Plata ripetendo la frase: Trentamil companeros desaparecidos presente ahora y siempre».

Corrisponde al vero che nessuna Ambasciata europea riuscì a trarre in salvo i propri connazionali rapiti?

«Posso dire con certezza che c’è stato un paese, la Svezia, che si è impegnato fortissimamente seppure fosse un solo caso di sparizione, una ragazza diciassettenne che si chiamava Dagmar Hagelin. Il padre si è mosso, il paese l’ha sostenuto insieme alla rappresentanza diplomatica ma purtroppo era già morta. Però hanno cercato di farlo. Tutte le Ambasciate avrebbero dovuto muoversi e disubbidire. Con l’ambasciatore Enrico Carrara, quella italiana è stata connivente e complice».

Bernardino Osio, primo consigliere dell’ambasciata italiana a Buenos Aires dal marzo 1975 al marzo 1978, ha raccontato del senso di impotenza, dell’assenza di risposte da parte delle autorità argentine alla richiesta di notizie dopo le denunce di sparizione. Aggiungendo: «A differenza del Cile il governo italiano non si è mai commosso eccessivamente di quanto succedeva in Argentina, il primo passo ufficiale risale solo al 1979».

«Traduco la risposta in termini presenti e al futuro, perché il nostro impegno come organismi per la tutela dei diritti umani è sempre stato contrassegnato da tre mete: sapere la verità, avere la giustizia e conservare la memoria. Io ne ho una quarta Nunca mas il silenzio. Se vogliamo che non tornino ad accadere queste storie mai più il silenzio che abbiamo patito noi, ma non solo. Ancora oggi la stampa, la diplomazia, i paesi e i rispettivi governi mantengono silenzi colpevoli mentre si consumano le tragedie, dando corso ai propri interessi e non alla solidarietà. Questo Nunca mas vuol dire non essere mai indifferenti, soprattutto se con la conoscenza della storia si intravedono sintomi di ripetizione dei fatti. Muoversi in tempo perché dai prolegomeni non si giunga alla realizzazione delle persecuzioni e dei genocidi».

Quale effetto ebbe il vostro incontro con il Presidente Sandro Pertini?

«Pertini è stato per noi un balsamo, perché ha esternato la propria indignazione. Questa era la sua parola, indignato per quanto stava accadendo in Argentina. Prima, allo stesso tempo e dopo per anni abbiamo avuto il silenzio dell’ambasciata però ci sono anche i giusti, quelli che salvano vite mettendo a rischio la propria».

Si riferisce a Enrico Calamai?

«Sì, lì abbiamo avuto un giovane console italiano, che è riuscito a salvare molte persone. Non i desaparecidos ma quelli che erano in pericolo e con grande facilità potevano essere presi e ammazzati. In ogni persona c’è questa possibilità di agire con solidarietà o negativamente. Nel silenzio c’è la paura ma anche la connivenza e la complicità, due realtà sempre esistite. Mi piace pensare al Comune di Nonantola, a Villa Emma e ai suoi Giusti che salvarono dall’Olocausto molte giovani vite».

Le chiedo della figura controversa del nunzio apostolico in Argentina, Pio Laghi.

«Ah, be’ vuole che le dica proprio tutto di Laghi. L’abbiamo conosciuto bene. Cercavamo di parlare all’Ambasciata con Enrico Carrara, che chiuse le porte in faccia agli italiani che chiedevano notizie sui propri congiunti. Lui invece ci riceveva. Mi batteva le mani sulle spalle e pronunciava parole di compassione. Ma noi avevamo bisogno dell’azione. Questo è stato Pio Laghi. Ci sono stati anche degli episodi sgradevoli nei quali diceva: “Va be’ allora se l’hanno presa probabilmente non è più viva”. Cose brutte mentre sapevamo che giocava a tennis con l’ammiraglio Massera. Avrebbe potuto chiedere per qualcuno, fare qualcosa e non l’ha fatto. Su questo sì che siamo sicuri, l’abbiamo vissuto. C’erano però due chiese, quella del Terzo mondo che ci è stata vicina, e ha avuto tante vittime, quella è stata dalla nostra parte. E poi c’è stata questa delle alte gerarchie che non sempre ci ha accompagnato».

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In che modo si è intrecciata la professione giornalistica con il dramma personale?

«Nei primi anni ho cercato di approfittare della possibilità derivante dai miei contatti. Era la cosa più facile. Cercavo appoggi. E poi all’Ansa usavamo, questa è una pagina che non si conosce tanto, come nei paesi occupati durante la seconda guerra mondiale delle forme di resistenza proprie dell’informazione. C’è stato il teatro che ha fatto delle cose favolose. Tutte le settimane il teatro abierto, denunciavano dalla scena. E c’era anche la stampa clandestina: un’agenzia di notizie, denominata Ancora, che noi ricevevamo e con cui eravamo in contatto. Da questa redazione arrivavano le notizie. Tentavamo di trasmetterle, ma nessuno le pubblicava nel mondo salvo Le Monde in Francia».

E i giornali italiani?

«In Italia il Corriere della sera durante quegli anni era sotto l’influenza di Gelli e della P2. L’Ansa passava al giornale qualche notizia, ma non venivano pubblicate. E questo lo osservavamo. A un certo punto Giangiacomo Foà, che era il corrispondente del Corriere della sera, è riuscito finalmente il 31 ottobre 1982, essendo cambiata la direzione del giornale, a pubblicare una prima lista degli italiani, dei 297 figli di italiani scomparsi durante la dittatura con il commento: “Per mesi, anzi per anni, le schede degli italiani desaparecidos sono rimaste chiuse nella cassaforte dell’Ambasciata a Buenos Aires”. Questo è stato un fatto importante perché è lì che si è infranto il silenzio. Dopo i giornali hanno cominciato a scriverne, perché naturalmente lo fa un giornale e lo seguono tutti».

Durante la sua testimonianza al Tribunale di Roma, nell’udienza del 9 novembre 2006 al Processo Esma poi concluso con le condanne di cinque gerarchi militari ad altrettanti ergastoli, l’avvocato Maniga le chiese: «Quale le risulta che fosse l’atteggiamento dei militari argentini durante la dittatura nei confronti degli aderenti alla sua religione?».

«Non fu sicuramente il motivo dei sequestri. La ragione era politica per i sospettati di essere oppositori del regime. C’è stata però una percentuale di ebrei vittime molto più alta rispetto alla proporzione generale della presenza ebraica nella società argentina. Sui trentamila desaparecidos si calcola che circa 1800 siano stati ebrei. Questo non dice molto, ma denota un certo antisemitismo seppure non apertamente dichiarato. Nelle forze armate, nella polizia e in chi dirigeva nel complesso la macchina repressiva si palesò una dose di antisemitismo. Molte testimonianze dei sopravvissuti fanno riferimento alle stanze degli interrogatori e della tortura dove spiccavano ritratti di Adolf Hitler».

È possibile tratteggiare una sintesi del ruolo della giustizia italiana nel processo di verità, giustizia e memoria?

«Il ruolo della giustizia italiana per noi è stato importantissimo, perché abbiamo potuto celebrare i processi quando in Argentina non era ancora possibile. Siamo intervenuti come testimoni: finalmente abbiamo potuto dire qualche cosa. Poi però è stato dirimente essere testimoni a Buenos Aires».

Lo scorso 27 maggio nel tribunale di Buenos Aires è stata emessa l’importante sentenza Condor. Per la prima volta un organo di giustizia ha provato l’associazione illecita transnazionale. Trentotto mesi di udienze, 222 testimoni. E c’è stata un’altra sentenza di portata storica, la Megacausa Perla: il giudizio più vasto per i delitti di lesa umanità nel Paese.

«La sentenza del Processo Condor è fondamentale. È una cosa interessante non solo sotto l’aspetto giudiziario. Spesso ho pensato che in America Latina è come se i diversi paesi si contagiassero uno con l’altro in certi periodi. È come se in tempi brevi tutto funzionasse in maniera simile. Condor dimostra che diversi paesi commettevano gli stessi crimini di lesa umanità, e ci sono responsabilità condivise. La causa Perla ha riguardato uno dei campi di concentramento più grandi, quello di Cordoba. Il processo Esma procede invece a rilento. Ma ci siamo battuti recentemente e speriamo che accelerino. Le più giovani tra noi hanno superato appena gli ottanta anni, io ne ho 88. Alcune arrivano a novanta, novantatré anni. A un certo punto non ci saremo più».

Qual è la dinamica tra le due associazioni che rappresentano le Madres de Plaza de Mayo?

«La divisione che si è consumata dopo vari anni, determinata da fatti precisi, continuerà a esserci, perché abbiamo presupposti diversi. La Linea Fundadora cerca di basarsi sull’imparzialità e sull’indipendenza massima possibile dalla politica. Certo non ci si può astenere dal partecipare e dal prendere delle posizioni, però abbiamo cercato di restare più indipendenti possibile. Esistono differenze sostanziali, ma c’è il rispetto. Tutte abbiamo sentito e patito il dolore. La sfida comune è quella della partecipazione democratica, pensando non solamente alle lotte dei nostri figli o alle nostre idee. I giovani non possono essere disposti a ottenere un lavoro in cambio della perdita delle conquiste sociali maturate nei decenni precedenti. Sono sempre un’ottimista incorreggibile come dicono i miei amici e ritengo che non si possa accettare di perdere tutto in così breve tempo. La democrazia ci permette di non sottometterci a questi cambiamenti».

Si aspettava la vittoria di Mauricio Macri?

«È stato uno tsunami, un insieme vertiginoso di decisioni che pregiudicano soprattutto la condizione della classe cosiddetta media. Una velocità impressionante. Siccome lo abbiamo vissuto questo modello economico, lo conosciamo come il contesto che ci circonda, siamo preoccupati. In Argentina almeno tre volte abbiamo vissuto queste politiche e non ci è andata mai bene».

In un’intervista a Buzzfeed Macri ha dichiarato di non avere idea sull’esatto numero delle vittime della dittatura, da novemila a 30mila. Ed è la prima volta che viene messa in discussione questa stima (30mila). Su che cosa si fonda l’attitudine riduzionista del presidente?

«Sì, sul numero delle vittime si fa del negazionismo. Macri ha questa attitudine riduzionista. Come per la Shoah sussistono i negazionismi, e i numeri ne sono un elemento. Non è solo lui, ci sono dei movimenti negazionisti che oltrepassano la figura del governo e toccano direttamente quelle forze, quei poteri economici politici nazionali e internazionali che privilegiano i propri interessi. E nelle loro esigenze c’è anche la richiesta del nostro perdono. “Perché non vi riconciliate?”, dicono. E questo è nato soprattutto quando si è cominciato a giudicare i civili oltre ai militari. A questa linea del negazionismo rispondiamo: non perdoniamo chi non ci ha mai chiesto perdono. Non solo non l’hanno mai chiesto, ma nei processi i repressori, i responsabili del terrorismo di Stato, di un genocidio ideologico e politico rivendicano ciò che hanno fatto. Riconciliarci dunque è impossibile».

A oltre dieci mesi dall’insediamento del presidente Macri come sta evolvendo il rapporto con le associazioni per i diritti umani?

«È un momento importante e credo sia interessante saperlo. Non solamente le madri, le nonne, i familiari diretti, in Argentina sono dieci gli organismi principali per i diritti umani e molti sconosciuti che operano in tutte le regioni. I delitti coinvolsero il paese intero. Nella situazione attuale abbiamo compreso più a fondo qualcosa che immaginavamo. Siamo diventate una sorta di forza morale per cui ci devono ascoltare. E questo lo stiamo vivendo negli ultimi mesi con un governo legittimo votato dal popolo.

Per noi questo risultato elettorale con poca differenza numerica è stato inaspettato. Ma più inaspettata ancora è stata la velocità dei cambiamenti dall’economia alle politiche sui diritti umani e anche verso di noi. Dopo la prima sensazione di sgomento, di tristezza ci siamo riuniti tutti quanti. In Argentina nessuno si è fatto giustizia con le proprie mani, perché siamo stati bravi. Questo è un fatto che deve essere ricordato ed esigiamo la giustizia. Ci opponiamo a un rallentamento dell’attività giudiziaria. Ci ha ascoltato il presidente della Corte Suprema di giustizia. Non contempliamo l’impunità e crediamo che sia un male a livello internazionale perché può portare a nuovi crimini».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
Commenti
2 Commenti a “Vera e Franca”
  1. Claudia Janneth Baquero scrive:

    Ci sono vite che sembrano essere state vissute in mille anni. Anime candide che attirano violenza e odio come una calamita. Le persone che vivono queste vite stravolte sono di solito quelle che restano nella memoria. Bravo Gabriele.

  2. Gabriele scrive:

    Grazie Claudia

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