Vergogna

Questo articolo è apparso domenica scorsa sul Sole 24 Ore


La scena è un tavolo addobbato per pranzo. La scena è un tavolo addobbato. C’è un uomo. L’uomo è circondato da tre figli, una moglie, una ex-moglie, un paio di amici. La sua famiglia è sempre stata una minuscola comunità ad assetto variabile. L’uomo ha una sessantina d’anni. È stato un politico in ascesa, ha coperto cariche organizzato gruppi lanciato campagne. Cinque anni fa è stato colto in fallo, come accade comunemente in Italia, per aver distratto risorse pubbliche. Da lì in avanti, i titoli dei giornali, l’ammissione, il carcere, i conti bloccati, la discesa profonda in un cono rovesciato in cui le persone non smettono di salutarti, ma appunto, ti salutano e basta, mentre prima si fermavano guardando con gli occhi celeri dell’ammirazione. L’uomo non è sfuggito al processo. Per anni, per mesi, tutti i suoi cari hanno immaginato nei dettagli le circostanze del suo possibile suicidio, che non è mai avvenuto. I domiciliari, il rito abbreviato, poi il passare del tempo. Ma quasi sempre, durante ogni rito, nel mezzo di ogni festa, la medesima sequenza di gesti: l’uomo si alza, in un istante imprevedibile, cammina rapido e va in giardino a vomitare. Qualche minuto e tornerà a sedersi a tavola.

Mentre leggevo Senza Vergogna, di Marco Belpoliti (Guanda), non ho mai smesso di coltivare il ricordo visivo di quel gesto, di cui sono stato testimone, ospite casuale impietrito, proprio in occasione di un pranzo pasquale, qualche anno fa, nel cuore del nostro tempo. Senza Vergogna è un reportage di idee, genere peculiare del quale Belpoliti è titolare unico e magistrale nella nostra lingua. È un tomo dal peso insospettabile, 350 grammi, che però mette in moto un desiderio discorsivo fluviale. Finisci per telefonare ad amici, scrivere mail a lettori e lettrici, discuterne a tavola, per giorni – e ciò accade perché il soggetto su cui è imperniato collima con una domanda cruciale: esiste ancora la vergogna? Belpoliti svolge un tentativo di risposta come fa un autore: determina una struttura. C’è una visione iniziale, Silvio Berlusconi che partecipa alla festa di compleanno di Noemi Letizia, seguito da un affondo etimologico sulla parola vergogna, che precede a sua volta due ingrandimenti lenticolari sulla declinazione iconografica del tema: la vergogna si dà a partire dall’immagine, e l’immagine oggi equivale a fotografia. La parte introduttiva, simile a un canone barocco, si conclude con la definizione di un’ipotesi: «la Vergogna non c’è più», ma anche «la Vergogna costituisce un affetto fondamentale per descrivere la condizione contemporanea». Il resto del volume, per proseguire musicalmente, è occupato da diciotto variazioni dal Paese di Vergogna. Così si dispiega un viaggio nel tempo e nello spazio, un vortice di indagini sulle maschere di un’emozione. I riferimenti sono così numerosi e i cambi di paesaggio così repentini che il piacere del testo si condensa quasi sempre negli interstizi muti fra un capitolo e l’altro, nello sfregarsi di uno scenario con lo scenario successivo. Come in un videogioco che si deve mettere in pausa perché fa pensare troppo, viene da imitare l’autore, ampliando lo spettro degli argomenti. E ogni digressione sulla Vergogna porta allo scatto repentino di quell’uomo, nel mezzo del pranzo, e a ciò che ho visto sbirciando fuori dal giardino mentre il resto della famiglia provava a far finta di nulla. Ogni ragionamento sulla Vergogna, dopo aver letto questo libro, può solo prendere una piega interrogativa, come nel magnifico testo letterario dello statunitense Padget Powell, The interrogative mood, interamente composto da domande. I libri urgenti producono idee che vanno in ogni direzione. Perché allora non parlare dell’agente fotografico Fabrizio Corona? Non è forse il caso più eclatante di sparizione di qualsiasi pudore, quando uscendo di galera dice «in Italia conti qualcosa solo se vai in carcere»? Perché non raccontare le sgranate immagini della moglie di Bernard Madoff pubblicate su Vanity Fair, in cui la signora occupa con aria contrita lo spazio domestico del duplex su Park Avenue che le verrà giustamente sottratto a causa dei reati commessi dal marito? Perché non passare a un altro secolo e non visitare il palcoscenico pensato da Henrik Ibsen per il suo dramma John Gabriel Borkman, del 1896, in cui si narra la vicenda di un banchiere condannato per aver speculato sul denaro dei suoi clienti? E magari aprire lo Zibaldone al 29 luglio 1823, data in cui Giacomo Leopardi annota: «Niuna cosa nella società è giudicata, né infatti riesce più vergognosa, del vergognarsi»? Ma senza questo sentimento che unisce in modo lancinante l’esperienza interiore e l’esperienza sociale, si sarebbe suicidato, per nominarne solo uno, il capitano d’industria Raul Gardini? Siamo sicuri che la sparizione della vergogna, un fenomeno indubbio all’interno del circolo polare mediatico, sia poi così reale anche nelle zone più temperate, in cui la tv e i giornali si subiscono gioiosamente ma senza alcuna vera chance di partecipazione? Non è forse vero che spesso i personaggi più impudenti della tv una volta lontani dalle luci si trasformano in docili creature pronte a mostrare il petto indifeso al proprio agente, al produttore, al potere di chi affacciandosi da un’altra razza domina e guadagna sulla loro mancanza di vergogna, allargando le zampe a gruccia e rigirandosi a terra proprio come i nostri amati cani quando impauriscono e temono, perché verecundus deriva da vereri, cioè temere? E questa posa non coincide in modo inquietante con la figura di un uomo alla gogna? E perché non scrivere una storia sociale del vomito ? È possibile ribellarsi – onorevolmente – al diktat secondo cui il solo autentico terrore è il terrore di non essere un ‘personaggio’? Il riflesso condizionante dei media non ci fa immaginare la società in una sorta di continuo differito, come l’aria di Buenos Aires descritta da J. Rodolfo Wilcock ne Il Caos come dotata «di una consistenza colloidale particolarmente adatta alla trasmissione di voci false»?
La sottotraccia più intrigante del libro di Belpoliti è proprio quella che riguarda i cani, simbolo e paesaggio fraterno dell’uomo al pedice del cursus (dis)honorum, dal processo di Kafka a Disgrace di J.M. Coetzee, in italiano tradotto come Vergogna, nel quale il professore di lettere licenziato a causa di una relazione con una studentessa, dopo varie vicissitudini, finisce a lavorare presso un canile come becchino dei quadrupedi morti, trasportando i cadaveri con zelo, e in una specie di silenzio dell’Io – il silenzio di chi è caduto al fondo del pozzo sociale. Parafrasando E.M. Cioran, dovremmo muoverci in questa e altre direzioni ancora per attuare un sommario di decomposizione della vergogna. È una via quasi intollerabile, perché afferisce a un sentimento che davvero alligna al cuore dell’esperienza umana: uno stato di imbarazzo colossale, comprensibilmente disabitato dagli uomini vivi, che lo toccano e ne fuggono. Forse per questo c’era da rimanere storditi a vedere quell’uomo un tempo così rispettato vomitare in giardino, ricomporsi rapido, e subito dopo assistere all’arrivo del cane di famiglia, pronto a mangiarsi tutto.

Gianluigi Ricuperati è uno scrittore e saggista italiano. Nel 2006 ha pubblicato Fucked Up per Bur RCS e ha curato, insieme a Marco Belpoliti, la prima monografia mai dedicata al disegnatore Saul Steinberg. Nel 2007 Bollati Boringhieri ha pubblicato Viet Now – la memoria è vuota. Ha scritto un testo pubblicato ne Il corpo e il sangue d’Italia. Nel 2009 è uscito La tua vita in 30 comode rate (ed. Laterza).
Attualmente collabora alla Domenica del Sole 24 Ore ed è corrispondente speciale per la rivista Abitare. Da gennaio 2010 dirige Canale 150 – gli italiani di ieri raccontati dai protagonisti di oggi – iniziativa per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia sostenuta dal Comitato Italia 150 e da Telecom Italia. Dal 2010 è curatore del Castello di Rivoli – Museo d’Arte contemporanea. Ha scritto di spazi e architettura per Domus, ha collaborato alle pagine culturali de La Stampa e D di Repubblica. Scrive di musica per Rumore e Il Giornale della musica. È stato consulente editoriale per Alet Edizioni. Nel 1999 ha tradotto per la casa editrice Einaudi The Wild Party, testo di Joseph Moncure-March, illustrato da Art Spiegelman (ed. Einaudi Stile Libero, 1999). Nel 2007 e nel 2008 è stato, con Stefano Boeri, co-direttore di Festarch, festival internazionale di Architettura a Cagliari. Durante la prima edizione di Festarch ha svolto un dialogo pubblico su ‘architettura e letteratura’ con l’architetto olandese Rem Koolhaas. Nel 2009 è, con Stefano Boeri e Fabrizio Gallanti, co-direttore artistico di Urbania a Bologna. Collabora con Fondazione CRT e cura una collana di volumi di architettura e narrazione.
Commenti
3 Commenti a “Vergogna”
  1. Fabio Novembre scrive:

    Grande Gianluigi! Anche io l’ho comprato appena è uscito. La bravura di Marco mi fa sentire un bimbo sui banchi di scuola… Besos

  2. Carole Kaloudis scrive:

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