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Versioni di me

Pubblichiamo in anteprima un estratto di Versioni di me, il romanzo di Dana Spiotta che uscirà a febbraio. Abbiamo pensato di inaugurare così un nuovo anno insieme a voi. La traduzione è di Francesco Pacifico. (Immagine: Eric Perinotti.)

31 DICEMBRE 2003 – 1° GENNAIO 2004

Sono arrivata al bar di Nik poco prima di mezzanotte. Lo chiamo il bar di Nik ma non lo è. È il bar di Dave. Questo posto ai limiti della decenza – sgabelli rotti, pavimento con pannelli di linoleum pieni di gomme appiccicate, bagni sporchi, amplificazione costosa, bicchieri pieni fino all’orlo – opera a tutti gli effetti come bar da tre decenni, con Nik in servizio al bancone, pur con qualche interruzione, per quasi tutto il tempo. Mentre il nuovo anno si annunciava fra birra e baci annebbiati, sono andata a sedermi per conto mio al bancone ma lontano da lui. (È facile ricordare l’inizio dell’anno per via della festa. Le feste aiutano a collocarti. Tecnica mnemonica n. 1: usa le Date come Segnaposti mentali. I calendari in generale sono solo strumenti mnemonici arbitrari usati dagli antichi per la loro cultura. Adottiamo quello gregoriano e procediamo.) Naturalmente il 2004 era un anno bisestile: brutto segno, per quanto mi riguarda: e già la vedevo male. La notte di Capodanno è una pessima festa anche negli anni migliori. Il 2004 mi puzzava fin da subito.

A mezzanotte Nik avrebbe messo «Dead Flowers» dei Rolling Stones. La canzone è facile da ricordare perché la metteva tutti gli anni a mezzanotte. Il che, però, rende la serata di per sé difficile da ricordare, visto che tutti i momenti in cui ho sentito quella canzone si confondono, indistinti, data la colonna sonora uniforme. Nik ha riempito qualche bicchiere. Ha scelto la traccia del cd. Si è versato da bere. Ha lasciato che la gente cominciasse il conto alla rovescia fino alla mezzanotte. Ha riempito qualche altro bicchiere. È un baraccio, per cui erano soprattutto birra e shottini e i cocktail più semplici, ma quest’anno ho notato che faticava a servire in tempo ogni giro per potersi poi occupare della musica e del conto alla rovescia. Riempiva i bicchieri e io lo guardavo, sperando di riuscirci a scambiare due parole. Anche se non avevo bevuto molto mi sentivo un po’ sentimentale pensando al mio fratellone. Avevo ascoltato il suo ultimo cd, un album natalizio dal titolo Caroles and Candles della sua band Pearl Poets. I Pearl Poets erano un progetto parallelo di Nik in cui usava il suo pseudonimo mononimo Mason. Erano un trio di folk umorale, Mason, Mark e Chris; ma in effetti tutte le parti vocali erano di Nik. Vivevano tutti insieme nel Tottenham Cottage, nella zona nord di Londra. Cantavano immacolate armonie vocali stratificate in stile celtico, tutte gestite da Nik con il suo vecchio quattro piste Tascam. Il primo album dei Pearl Poets, Sylvan Shine, è del 1980. Un concept album di folk elettrico. Tutti i pezzi dell’album hanno titoli a tema cielo: «Aurora Borealis», «Corona», «Fata Morgana», «Airglow», «Broken Bow», eccetera. La produzione del secondo album, Suites for the Sweet, è durata dieci anni. Contiene canzoni folk originali e tradizionali con arrangiamenti elettrici. Da quel che ricordo delle note di copertina, Nik ha usato molti violini e tempi insoliti. Lo trovo parecchio inferiore al primo. Questo album natalizio, una raccolta di oscure carole della tradizione e una manciata di ballad originali, è il terzo album dei Pearl Poets, e anche se l’idea a questo punto è un po’ abusata, sono passati così tanti anni dall’ultimo che suona fresco.

Una reunion natalizia per fare cassa, direi che Nik lo descriverebbe così nelle Cronache. A me era piaciuto molto, ed ero ansiosa di riferirgli in dettaglio la mia ammirazione. Perlomeno un rapporto superficiale, un primo assaggio. Ma era troppo occupato, e poi stava per arrivare la mezzanotte. Ha bevuto il suo shottino, è partita «Dead Flowers», il bar si è messo tutto a cantare. Mi ha dato un bacio strascicato sulla guancia, le labbra umide di bourbon, e ho aspettato che tornasse dietro al bancone prima di asciugarmi l’umido dalla guancia con un tovagliolino, in fretta, poi ho rimesso il tovagliolino sul piano del bancone, dove ha trovato un punto bagnato e ha cominciato a scurirsi.

Rimasta lì seduta per le prime ore del 2004 credo di aver meditato sull’anno appena concluso. Probabilmente non ricordavo molto: ora nemmeno ricordo se ricordavo molto. Ma le mie preoccupazioni mnemoniche non avevano ancora raggiunto il loro apice. Il mio interesse semiossessivo per il funzionamento della mia memoria sarebbe arrivato al culmine circa un mese dopo. Era cominciato tutto con i problemi di memoria di mia madre, che erano esplosi veramente negli ultimi mesi del 2003.

Ma forse lì al bancone ho pensato a Ada, e forse ho provato a immaginarmela a New York, a una festa. Il che sarebbe stato bello. Ma presto o tardi temo che i miei pensieri siano tornati al cervello di mia madre. È il genere di cose che ti succede nei momenti marginali della vita: durante una pubblicità, una doccia, i minuti di ansia prima di addormentarsi. O quando sei in un bar, in attesa che passi una festa che segna il tempo in modo arbitrario. Di colpo ti ricordi quanto lei stia male e la cosa ti sgonfia, ti leva tutta l’aria da dentro. Perciò probabilmente stavo pensando al cervello di mia madre e alla sua memoria, ma non posso esserne certa perché non riesco a ricordare nulla tranne la canzone e il bacio e il tovagliolino sul bancone.

È uno dei motivi per cui mi faccio tanti problemi a guardarmi indietro. Posso davvero riuscirci, alla fine? Posso avere anche solo un minimo di precisione? Ho scoperto quanto possa dissolversi la memoria quando è sotto pressione. Più cerco di tenermi stretta la capacità di ricordare, più sembra sfuggire alla mia presa. Trovo la cosa terrificante. La mia incapacità di ricordare semplici fatti del passato ormai mi preoccupa, e mi sono impegnata per migliorare le cose. Sto studiando tecniche varie, trucchi, e dovrei adoperarli. La memoria, pare, si aggrappa alle cose. Cose coi nomi. Spazi. Sensi. Ho pure tentato il vecchio trucco (tecnica mnemonica n. 2, usa la Rima e le Storie) di comporre una poesia con le cose che vuoi ricordare. Una cosina senza senso, come Si chiama Eddy e ha modi freddi. Oppure: il compleanno di Bob è il 9/11/63, Kennedy è morto nel ’63 e il 911 è il numero dell’ambulanza. Perciò basta solo ricordarsi che L’assassinio di Kennedy fu un’emergenza. E questa roba funziona davvero, dà al cervello dei giochetti associativi che aiutano a organizzare le informazioni in entrata. Ciò però comporta due problemi: non voglio riempirmi la testa di giochetti stupidi. Ti inventi questa roba, insomma, e intanto il tempo scorre. Veramente, lo odio troppo, il compleanno di Bob me lo appunterò da qualche parte, sul serio. Ed ecco il secondo problema. Io non voglio ricordare nomi e date. È il tipo di qualità che serve a un politico per vedersela rapidamente con centinaia di nomi. È una tecnica di imprinting per il futuro. Ma a me non interessa (nella mia vita i nomi sono pochi). Sto pensando agli eventi passati. Mi interessa il ricordo, il ricordo esatto, delle cose dette, da chi e a chi. Voglio conoscere la verità, senza le distorsioni del tempo e delle revisioni e dei desideri e dei rimpianti.

Poco dopo la mezzanotte, Nik non fece caso al tovagliolino ormai ammosciato o al punto bagnato che indicava. Accese una sigaretta e si appoggiò al ripiano alle spalle del bancone. Aveva ancora tutti i capelli e se li poteva scacciare dagli occhi, forse per questo all’inizio poteva sembrare giovane. Ma un’occhiata più attenta rivelava quanto fosse diventato non-giovane. Nell’aspirare strizzò gli occhi e sul suo viso si lessero ogni aggrottamento e smorfia che avesse mai fatto, ogni sigaretta mai fumata. Si ingobbì nella t-shirt nera e il suo corpo sottile formò un dosso all’altezza della pancia. Pareva che uno stretto cuneo di carne gli fosse stato attaccato al centro del busto. Aveva ancora muscoli tonici sulle braccia da smilzo, ma la postura curva, che in passato gli dava un glamour blasé e flemmatico, ora non faceva che accentuare la pancetta. Non gli importava, o così pareva, della sua pancia da beone o del suo considerevole declino complessivo. Non gli importava che le mani gli tremassero quando si accendeva una sigaretta. Non gli importava che il discorso che stava facendo si interrompesse per un attacco di tosse. Aveva perseguito una vita di eccessi che poteva discendere soltanto da una relazione distorta con il futuro. Sebbene non possa dire che mio fratello non credesse nel futuro, so che non se n’è mai curato. Ma a me che sedevo lì e lo guardavo e pensavo – ora ricordo – alla mia visita di poco prima a nostra madre, la cosa non piaceva neanche un po’. Come meditazioni da anno nuovo non erano gradevoli. Ero irritata dal tutto, da lui, e dal bar fradicio e incasinato. Presi quel che rimaneva del tovagliolino e lo inzuppai cercando di pulire. Lui prese uno strofinaccio e diede una pulita davanti a me, un gesto consumato e interiorizzato da barista. Lo strofinaccio aveva un odore forte di ammoniaca e birra.

«Devo chiamare Ada», dissi, e lasciai il bancone.

«Dille…»

«Sì, certo».

Andai alla porta laterale e in un passo mi trovai nella quiete improvvisa, quasi tintinnante, del vicolo.

Avevo perso una chiamata di Jay. Erano le otto di mattina in Inghilterra. Davvero dolce. Non ascoltai il suo messaggio. Invece chiamai Ada.

«Ehi, ma’».

«Sono mamma». Non riuscivo ad abituarmi al fatto che la gente sappia chi sono quando chiamo.

«Sì…»

«Buon anno, angelo mio».

Il primo gennaio proseguì dopo una dormita; mi alzai alle sei e mezza, perché mi pareva indecente dormire fino a tardi il primo giorno di un nuovo anno. Bevvi una gran tazza di caffè e poi pulii casa: è facile da ricordare perché passo sempre il primo dell’anno a pulire casa. Ma, di nuovo, abitudini e schemi rendono pure questo primo dell’anno difficile da distinguere dagli altri, tutti passati a pulire, perlomeno da quando Will se n’è andato. E anche allora era uguale, un giorno di pulizie a fondo, solo che c’era anche Will, per cui i ricordi erano del tutto diversi e difficili da confondere con i successivi primi dell’anno in solitudine.

Pulire era piacevole e brutale: svuotavo il frigorifero di ogni oggetto, il barattolo di gelatina screziata di burro, il contenitore di capperi galleggianti in una salamoia che perdeva, l’ottimistico barattolo di multivitamine ora ridotte a un ammasso umido e puzzolente, e perfino una bottiglia nemmeno troppo vecchia di costoso olio di semi di lino. Doveva sparire tutto, per cui era facile, buttare e basta senza dover annusare o decidere alcunché. Facevo lo stesso nel bagno, anche se in maniera meno brutale. Ogni cosmetico o crema davvero recente e costoso veniva risparmiato, ma il grosso della roba faceva la stessa fine del cibo. Poi scrostavo e lavavo: l’intonaco, la tenda della doccia, le scalette del cortile sul retro, le grondaie del portico. Da lì passavo al riciclaggio. Nessuna rivista o quotidiano vedeva la luce del nuovo anno, senza eccezioni. Se non venivano letti per quella data, erano spacciati. Buttavo tutto. Infine, passavo ai vestiti. Era il compito più difficile, ma di solito cominciavo qualche giorno prima. Tutto ciò che non avevo indossato nell’ultimo anno andava in beneficenza. Con lo stesso metodo mi mettevo poi a ordinare la scrivania, ed entro sera sentivo il mio spazio – per modesto che sia – aerato e aperto al futuro. Mi sentivo liberata e purgata e profondamente padrona della situazione. Devo ammettere che il mio rigore non era del tutto lodevole. Esisteva e poteva solo esistere in tandem con un rigore analogo dall’altro lato delle Santa Monica Mountains. Mentre portavo avanti la mia opera di scarto, di giusto e implacabile svuotamento, Nik faceva l’opposto. Organizzava i resti dell’anno. Accumulava e archiviava e classificava tutto. Il cumulo traboccante di un anno di cose. Non scartava quasi niente; voleva ricordi di ogni momento. E le sue accumulazioni in qualche modo coprivano le mie eliminazioni. La mia liberazione era gentilmente offerta dall’ordinata attività di raccolta e conservazione di mio fratello. Ma ovviamente il suo compito era molto più complicato del mio. Non solo conservava, ma documentava. Chiosava, annotava, scriveva, sistemava. Aggiornava le Cronache. (Ok, le Cronache. Già mi metto a divagare? Perché se mi metto a parlare delle Cronache a questo punto potrebbe venirne una digressione enorme. Ma ok.)

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