Albert-Camus

Verso la luce. Ricordando Albert Camus

Albert-Camus

di Rossella Farnese

Il 4 gennaio 1960, sulla strada per Parigi, presso Villeblevin, moriva Albert Camus: un incidente d’auto a bordo di una Favel Vega FV3B guidata dal suo editore Michel Gallimard, morto sul colpo. Nonostante l’incidente venisse imputato alla sola velocità elevata (circa 140km/h) del veicolo, emerse comunque il sospetto di un attentato del KGB: l’auto sarebbe stata manomessa dagli agenti segreti di Mosca per ordine del Ministro degli Esteri Šepilov, pubblicamente attaccato da Camus, che a più riprese aveva denunciato l’invasione sovietica in Ungheria e che si era espresso a favore del conferimento del Nobel al dissidente Boris Pasternak.

Sessant’anni dopo cosa resta? Resta tutto: l’uomo, l’opera, il pensiero. «Je me révoltedonc nous sommes» («Mi rivolto, dunque siamo»): è in questa frase tratta da L’hommerévolté (1951)che si trova la spiegazione. Questa formula lapidaria, rielaborazione personale del cogito cartesiano, è il grido di Prometeo contro i totalitarismi che negano all’uomo la libertà, ovvero la sua stessa natura di essere umano, ed è il grido di Sisifo contro l’assurdo. Intellettuale engagé, sul fronte sia politico che filosofico, attraverso le sue opere – generalmente classificabili nella triologia dell’assurdo, L’Étranger(1942), Le mythe de Sisyphe (1942), Caligula (1944), e nel ciclo della rivolta, La peste (1947), L’hommerévolté (1951), L’état de siège (1948) et Lesjustes (1949)– Camus tende alla luce, al sole che illumina il Mediterraneo della raccolta di «saggi solari» appunto, nel titolo italiano, L’été(1954), al deserto, perché è nella tabula rasa che è possibile la metamorfosi rigeneratrice della leopardiana ginestra, alla bellezza che sta sopra la storia e che è, come diceva Keats, verità.

Preso atto dell’assurdo come condizione alienante dell’essere umano Camus non ci sta, assume l’attitudine dell’uomo in rivolta, combatte contro la mancanza di senso dell’esistere. La presa di coscienza del sentimento dell’assurdo non porta alla rassegnazione ma alla ribellione e all’impegno. Se l’esistenza è irrazionale, priva di significato, estranea a noi stessi, tuttavia l’assurdo non è insito nella natura dell’uomo in quanto tale ma nei modi in cui egli articola la propria vita e i propri legami: fronteggiare la “peste”, allegoria del morbo latente che infetta la vita e declinabile come la guerra, il dispotismo, il male, attraverso la solidarietà e la tenacia è questa la soluzione proposta da Camus.

«Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta»: attraverso la figura mitologica di Sisifo, simbolo stesso dell’assurdo e la cui protesta contro tale condizione si risolve nella sopportazione, Camus delinea un primo – a mio avviso piatto, triste e poco convincente – escamotage. «Bisogna immaginare Sisifo felice», spiega in chiusura del saggio, perché Sisifo ha imparato a coabitare con l’assurdo ed è quindi libero perché assume su di sé il proprio destino e felice perché nella propria condanna diventa consapevole dei propri limiti. Il suicidio fisico non risolve l’assenza di senso e la tensione all’Assoluto svierebbe dal vero fardello: negando Dio il nichilismo è superato ma non basta, l’obiettivo per Camus è l’intensità della vita, una «révolte tenace»che oscilla tra solidarietà e solitudine nel «silencedéraisonnabledu monde». In un articolo del 1951 apparso su Les Nouvelles LittérairesCamus scrive «al centro della mia opera vi è un sole invincibile» e secondo me è a partire dal personaggio del dottore Rieuxdelineato qualche anno prima, nel 1947, che Camus inizia a lasciare la sua impronta solare avviando il secondo step del suo pensiero e virando la sua opera in direzione della luce slanciandosi così verso l’eternità, illuminando con quella «serietà chiarificante», che gli valse nel 1957 il Nobel per la Letteratura, «i problemi della coscienza umana». Se con il narratore di La peste l’uomo assume la statura di eroe la cui rivolta si caratterizza come engagement su un piano collettivo è già con Caligula (1944), sebbene in una prospettiva marcatamente politica, che Camus sonda il desiderio di felicità anelata a livello individuale da ogni essere umano: superuomo nietzschiano che asseconda anche in modo spregiudicato la propria volontà, Caligola si fa portatore dell’inquietudine dell’uomo che, rifiutando la propria finitezza e la sottomissione a chi detiene il potere, decide della propria vita in un delirio dell’onnipotenza che si traduce nella tragedia dell’uomo solo che ha scelto il potere contro gli altri uomini.

Impossibile quindi approcciarsi a Camus escludendo la chiave di lettura politica che soggiace anche in L’hommerévolté, interpretabile come critica ai crimini del comunismo sovietico e che determinò la rottura con Sartre e la rivista da questi diretta Lestempsmodernes. Esistenzialista ateo, Camus contrappone alla rivolta “storica” di Sarte quella “creativa” perseguibile attraverso l’arte; resta forse un legame con il Sarte della conferenza L’existentialisme est un humanisme(1945), che pone al centro l’individuo e la sua solitudine, la scelta, la responsabilità e la libertà.

«Questo mondo così com’è fatto non è sopportabile. Ho bisogno della luna, o della felicità o dell’immortalità, di qualcosa che sia demente forse, ma che non sia dentro questo mondo».

Commenti
9 Commenti a “Verso la luce. Ricordando Albert Camus”
  1. sergio falcone scrive:

    Era un nostro compagno di viaggio, un autentico uomo libero…

  2. Mau scrive:

    Camus è stato uno scrittore importante (Lo straniero, La peste, La caduta), un mediocre commediografo, un nullità come filosofo. Solo gli asini odierni possono dar credito a “L’uomo in rivolta”, vademecum da sessant’anni di un umanesimo decrepito che volteggia nel vuoto per anime belle quanto ipocritamente interessate a fare da mosche cocchiere secondo la direzione del vento (non facciamo nomi per carità di patria) . Leggere Sartre a proposito, per favore.

  3. Rossella Farnese scrive:

    Caro Mau,

    almeno fosse Mao!… d’altronde nessuno è perfetto suvvia, ma dare degli “asini” agli “odierni” che apprezzano Camus e il suo invito alla révolte, mi scusi ma lo trovo “assurdo” per non dire, meglio, disgustoso. Il fatto che poi lei vi contrapponga Sartre è assolutamente privo di logica: i due possono convivere benissimo nell’animo di ognuno sebbene portatori di “rivolte” attuabili su piani differenti.

    Il suo modo poi di articolare il pensiero con metaforici modi di dire a me personalmente non piace, mi sa di ignorante populismo ipocrita – questo per sintonizzarmi sul suo registro.

    Vede, avrei preferito snobbarla ma francamente chi si esprime “alla Sgarbi” (magari essendo anche una persona altrettanto colta ma i modi contano!) citando in causa animali e altri “rozzismi” è parte di quella che il suo a quanto pare nonamato Camus bollava come “peste”.

    Cordialmente,

    Rossella

  4. Rossella Farnese scrive:

    PS: leggo ora meglio, il vuoto di cui lei parla è esattamente quello in cui lei vive e di cui lei si fa difensore additando quello di Camus come un “umanesimo decrepito”. Qui di “decrepito” c’è solo lei e mi auguro anche come “nullità”. “Umanesimo decrepito”?!?!?! Ma lei di ascolta quando parla/scrive?!

    Sempre cordialmente,

    Rossella

  5. Rossella Farnese scrive:

    …perdoni la disgrafia da tastiera (e poi chiamandomi così sarei anche legittimata ad autoparodiarmi alla “via col vento”): ma lei si ascolta quando parla/scrive o il suo pensiero a quanto pare dicotomico (Sarte VS Camus) l’ha resa fan degli ossimori?!

  6. Teresa scrive:

    Chi definsce “decrepito” l’umanesimo è il prodotto della subcultura tecnocratica del nostro tempo. In passato ci sono stati molti apologeti del futurismo tecnologico, infausti detrattori della cultura umanistica, Marinetti docet: hanno aperto le porte alla fase peggiore della storia d’Italia.

  7. Giorgio scrive:

    Trovo sproporzionato per veenenza l’intervento della Farnese in risposta al commento di Mau, che tuttavia, ci tengo a dirlo, è indifendibile in alcuni passaggi. Poi addirittura il doppio post scriptum, nient’altro che vanitoso.
    Saluti.
    Giorgio

  8. Rossella Farnese scrive:

    In merito alla mia vanità – che tuttavia non vedo in questa circostanza e che certamente è innegabile – detto poi che il “doppio post” non è tale, tanto più che non ho riscritto appositamente “PS” nel secondo eventuale “doppio post”, ma una correzione del “PS” per svista da tastiera quindi semmai più che “vanità” “perfezionismo”: “Même sur un banc d’accusé c’est toujours intéressant d’entendre parler de soi.” L’étranger – Albert Camus. (“Persino da un banco di imputato è interessante sentir parlare di sé”. Lo straniero – Albert Camus).

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] più importante e interessante mi sembra il secondo post, quello scritto da Rossella Farnese (lo trovate qui); perché è sintetico ed efficace e forse farà venire anche voi il desiderio di […]



Aggiungi un commento