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Verso Plutone: Giordano Meacci racconta Clyde Tombaugh

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Oggi, 14 luglio 2015, la sonda New Horizons, lanciata nel 2006, raggiungerà il punto più vicino a Plutone e lo sorvolerà per catturarne le immagini insieme a quelle del suo satellite Caronte.

Pubblichiamo Tredici improbabili ipotesi di fine, appena prima dell’epilogo, il racconto di Giordano Meacci dedicato alla vita di Clyde Tombaugh, l’astronomo che scoprì Plutone e che ora sta viaggiando (in forma di ceneri) sulla sonda contenuto in ESC. Quando tutto finisce, antologia a cura di Mauro Maraschi e Rossano Astremo (Hacca edizioni) e pubblicato a puntate sul blog di Port Review.

«[…] E fu proprio fidandosi delle intuizioni di Lowell che Clyde Tombaugh
scoprì il pianeta che avrebbe poi battezzato Plutone. Il 18 febbraio del 1930.
A soli ventiquattro anni; e a sei mesi dal suo arrivo all’Osservatorio di Flagstaff […]
J.A. O’Keats, Pluto, The Mythe, Boston NMD Press, 2010
(tr. it. T. Boni, Nel mito di Plutone, Siena, Cto ed., 2012 )

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997),  fascicolo #I.1.

Sarà per questo cielo così basso che s’è attaccato al confine biondoverde dell’orizzonte, saranno i brontolii schioccanti del vento sulle foglie di mais, o la puzza di concime che avvolge i campi intorno Streator come un sudario di carta sporca. Si guarda le mani, e le unghie. L’unica differenza che riesce a cogliere tra le sue dita e quelle di suo padre è nella forma delle lunette appena sopra la pelle rugosa delle distali: gli spicchi enormi di suo padre, nebbiosi e spuntati come albe d’avena appena sopra il lago; e poi le sue, ridicole, solo un accenno slavato: mezzelune ripassate di bianco ai bordi come le sottolineature marginali di un pittore dilettante. Nessuna alba di luna, si dice. E senzaluna non si è contadini. E allora sarà questo puzzo che viene dai silos, o la frustata del cielo che resta avvinghiata al soffitto della galassia quasi ne rimanesse il livido chiaro e spellato sulla guancia di Dio. O i bioccoli lanosi, che si staccano dalle barbe di filo dei cartocci: tutta questa pianura che gli si appiattisce lungo la camicia, segue la piega dei calzoni e gli sbandiera la stoffa fischiando attraverso il tessuto, sembra la voce in falsetto di una qualche terrapiatta lontanissima. Un contadino controcielo: è così che si pensa, mentre guarda. E intanto resta in attesa, l’indaco che s’aggruma assecondando lo sventolìo delle nuvole: e in tutto questo il vento, che insiste, e insiste. Un pensiero fisso che ora gl’impedisce di guardare, svirgola di elettricità i capelli tagliati a spazzola e rassomiglia la sua testa all’ordine angolare dei campi. Si struscia l’unghia del pollice destro sulla guancia, muove gli scarponi sciabattando sulle zolle scoperte. Gli occhi tornano fissi sull’erpice, come fossero mesmerizzati da una forza aristotelica e rugginosa abbarbicata alle lame.

1/13.

All’improvviso, con la coda dell’occhio – sta’ attento, sta’ attento alla signora, la signora grassa che non ti faceva passare, prima, in metropolitana – con la coda dell’occhio (un rettile, un serpente che sbuca all’improvviso da una cesta, un canestro nella testa, una testa di vìmini, la coda nell’occhio, il veleno ― o cosa? Se solo riuscisse a capirlo mentre accade, quello che accade), con la coda dell’occhio avverte la folla – non è una folla: più (ora guarda) una decina di persone. Dieci – le conta: sette poi la signora grassa, che ora cerca di attraversare il cerchio – è un cerchio, decisamente, sei sette persone più quell’altro, si avvicina sulla sinistra – è in ritardo più di quanto pensasse, la signora grassa strattona il bassotto a pelo lungo che la precede ― poi la segue, s’intreccia alle gambe, da sotto il ginocchio le due gambe spuntano dalla gonna marrone (sono rifiniture, si chiede, dorate? Sono piccoli ghirigori dorati quelli che accompagnano l’orlo della gonna ― ora che arrivano altre persone, accanto al cerchio, si chiede: sono dorati?). «L’abbiamo trovato già qui, così», dice la vigilessa, il cappellino d’ordinanza come la vecchia bustina di suo zio quando tornava dal militare, si diceva dal militare, allora, però più larga, sicuramente, di qualche misura più grande, lui adesso è lì, con la ventiquattr’ore di pelle morbida, la cintura che gli scava la spalla costringendo il trapezio a un formicolìo sospetto e rosso, gli sembra di indovinare il colore del formicolìo, rosso, e la cravatta jacquard che suda con lui, sotto il mento, ora che s’è fermato del tutto e fissa lo sciame, una pozzanghera orocupo che si slarga bisbigliando sul lastricato della piazza.

La massa brulicante delle api si muove sulle zampe girando in tondo, una danza minuscola che s’avvòltola su sé stessa e intanto vòrtica minuscoli, innumerevoli otto a forma di ape, una massa circolare che sembra pulsare ai bordi, altre api che stazionano in volo a pochi centimetri da terra, tutte ammassate e fluttuanti quasi fossero un unico corpo fatto di centinaia di cellule senzienti. Se morissero le api, si ricorda, se morissero le api, l’umanità avrebbe solo quattro anni.

I vigili allargano il nugolo di curiosi verso l’esterno: anche lui; e la donna grassa e il suo bassotto, che ora lo guarda negli occhi e gli sorride, deve avere qualcosa che non va ai capelli, ora che li nota sotto la veletta, sparsi appena più in basso delle tempie in ciocche grigionere ancora più sfoltite dal sudore. Com’era la domanda che gli toglieva il sonno, da bambino, quanti minuti – le api che delimitano il cerchio, ronzando, sembrano aeroplani millesimali alle prese con impossibilità infinite di atterraggio, sembrano tutte presidiare il fantasma inguardabile della loro regina morta – quanti minuti ci restano se si spegne il Sole? L’aveva letto, c’era stato un tempo – prima di questo ritardo inverosimile, prima di questa stazione senzasenso davanti a una pozzanghera di api in piazza di Spagna, c’era stato un tempo in cui sapeva, in via del tutto ipotetica, s’intende (lo studio della natura si avvale del fiato grosso e corto delle approssimazioni), per quanti minuti non ci saremmo accorti della fine del Sole, sapeva il tempo esatto in cui viaggia la luce dal Sole fino a terra. Fino al centro pigro delle api.

Sente lo snap inconfondibile della cintura che si sgancia strappandosi dall’anello di ferro, la ventiquattr’ore che cade a terra, la cintura che svirgola verso l’alto trasformandosi nell’asso di spade delle napoletane.

Vede l’anello rimbalzare a terra e ne sente il suono lucido rincorrere un qualche spazio inerziale mai conosciuto, fino a spegnersi, ellittico e ossessivo, a pochi centimetri dal cerchio. Non riesce a gettare via l’impressione di assedio che gli rimanda indietro la pozzanghera di api, ora che la fissa senza risolversi di recuperare l’anello.

2/13.

Resta così, padre Castelli, gli occhi irrisolti tra la pagina e il cielo sopra il lago. Le onde sbalzate delle colline, la finestra aperta e il balcone, a strapiombo sull’ovale d’acqua nera che scintilla. Se ne rende conto per un momento, un balenìo indistinto che illumina parti del cervello forse mai irrorate da anni, una cantina buia in cui sono nascoste le bottiglie di vino pregiate dell’immaginazione: la polvere a rinfrancarne i colli come perline di stelle lasciate fuoriluce per eoni di eternità invecchiate.

Appoggia la penna accanto al foglio e pensa davvero – eccolo il foro nell’orizzonte scuro e terso del buio, oltre le costole dei digradi vulcanici del lago, di là dai suoi cenni di memoria sfocata – riesce a pensare davvero che la natura umani partecipi semplicemente, della luce, ma è solo un attimo di blaterìo cosmico, una rivelazione persa ai punti che sùbito si sfilaccia e torna su, lontanissima. A nascondersi tra le pieghe orizzontali delle notti infinite delle ultime galassie. Si alza dalla scrivania, sgranchendo con piccoli ticchettii le sue ossa di quasi settantenne; sposta la sedia via da sé, s’affaccia sulla soglia della portafinestra avvolto per un attimo dai mantelli di stoffa delle tende, leggere e ineludibili come il vestito d’estate di un qualsiasi spiritosanto in agguato.

Un tempo riconoscevo Cassiopea. E Orione. Si dice. E si parla di quando era ancora in grado di leggere i punti nel cielo come tracce inequivoche. Di quando era bambino, e la notte arrivava con il sonno solo alla fine di una lunga veglia fumosa fatta di tempo e di condanne, l’idea inaccettabile dell’eternità e del tormento fuse insieme in un’agonia inesausta. E insopportabile.

Ma questo prima. Si dice. Prima del villaggio di Asham-phin e del Bambino. Prima della Tanzania e dell’isola di Mafia. Prima del suo incontro con tutte le forme di lontananza in grado di sradicarlo per sempre da qui e dal lago. Si accorge, padre Castelli, di quanto tempo è passato da quando le pagine sulla scrivania gli raccontavano davvero della notte sul lago: proprio ora, davanti a questa notte appesa sulle colline, e sull’Osservatorio, come fosse la carta stagnola arricciata di un presepe d’agosto.

Mi volgo con questo mio canto a trarre dall’universo le arti
arcane, le stelle conscie del destino che variano
i differenti casi degli uomini, attivo effetto della ragione
celeste, e a sollecitare per primo con parola inaudita
l’Elicona e le sue selve, trepide nelle verdi cime,
peregrine offerte non evocate innanzi da alcuno.
Manilio, Astronomica, I.1-6
(Manilio, Il poema degli Astri (Astronomica),
a cura di S. Feraboli, E. Flores e R. Scarcia,
Mondadori-Lorenzo Valla, vol. I – Libri I-II, 1996;
vol. II – Libri III-IV, 2001)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #I.4.

Ancora non lo sa, ma la lettera è arrivata. Si lascia annegare di sole, sdraiato e a occhi chiusi nello spiazzo terroso dei McGill, a cinquanta metri dal finestrone sbarrato del silos. Gli piace sentire la vampata lucida del sole di agosto sulle guance, e sul collo, mentre il grammofono dei McGill lancia nell’aria secca del pomeriggio Keep the sunny side of Life. Gli strimpellìi a tempo arrotondano The Carter Family tutt’intorno, un doppio fuoco ellittico che gli si avvolge addosso come una stringa di chitarra, There’s a dark and a troubled side of life… There’s a bright and a sunny side, too… Though we meet with the darkness and strife… The sunny side we also may view… Canticchia mugugnando insieme con l’ekophon dei McGill, mentre suo padre e sua madre, a casa, aprono insieme la lettera che hanno tenuto nascosta per tutta la mattina. Viene dall’Arizona, dall’Osservatorio Lowell di Flagstaff. Mentre leggono, quasi la telepatia tra i Tombaugh si concentri sull’argento ottagonale della tromba, il loro unico figlio sta pensando proprio agli schizzi che ha spedito al dottor Vesto Melvin Slipher: precisamente la firma che il signore e la signora Tombaugh stanno compitando, lettera su lettera, nella cucina di casa, il cane addormentato sul patio come nei migliori incubi di Norman Rockwell, la firma che segue la lettera entusiasta in cui il dottor Slipher di Flagstaff, Arizona, ha molto apprezzato gli schizzi astronomici di loro figlio Clyde, e intanto Clyde sta annuendo, annuendo alla famiglia Carter che rimarca keep on the sunny side, always on the sunny side, mentre nella lettera il dottor Slipher lo invita a Flagstaff, a continuare i suoi lavori in Arizona, all’Osservatorio, il posto più vicino al cielo in tutti gli Stati Uniti, si dice Clyde.

Ci ha messo tre anni, tre anni prima, per perfezionare il telescopio: e ogni notte è come levitare nel buio, si dice, come se si lasciasse tutti i soli alle spalle per calcolarne la corsa segreta mentre non li guarda. Per un momento s’impossessa di lui il terrore che il dottor Slipher non lo prenda neanche in considerazione, mai: mai in questa vita, mentre sua madre ripiega la lettera da Flagstaff e guarda il signor Tombaugh con una paura mista a orgoglio di cui non saprebbe trovare una giustificazione conosciuta. Mentre Henry McGill rimette il disco per l’ennesima volta, dentro casa, Clyde ha il giusto tempo per rendersi conto che il mondo è bellissimo e luminoso, e che il futuro gli si prepara davanti lucente e fatato come i mattoni gialli nella Terra di Oz. E non solo a lui, è questo che lo allaga di sole, non solo a lui, a tutti, in quest’estate lunghissima e calda del 1929. C’è solo lui e il cielo del pomeriggio, a testimoniarne l’infinita bellezza: e potrebbe già bastare così.

3/13.

Senza per questo costringersi a confessarlo, Gaetano sa per certo che quello che sta facendo non è bene. Con tutta la gradazione di grigi che s’attorcigliano intorno ai concetti fumosi di bene e di male, naturalmente. Se solo fosse capace di formulare esattamente il pensiero, lo farebbe. Ma questo vorrebbe dire chiedere troppo ai suoi non-ancora sette anni. Di là dalle sue pretese di genialità furente, Gaetano Torrisi ha sei anni, otto mesi e un giorno. E solo di due giorni più vecchio è Stefano, davanti a lui.

Sul cornicione. Gaetano mette i piedi in fila indiana, tallone su punta e poi ancora tallone e punta e tallone, piano, costringendo l’arco dei malleoli a una curvatura stretta che gli tenga il corpo protetto dal bordo del cornicione. Stefano ogni tanto si volta per ridergli addosso: gli occhi gli s’incoronano di un brillòre scuro che sembra sudato, da quanto è intenso. Sudato, si dice Gaetano le poche volte che riesce a vincere il suo terrore per le vertigini e a seguire i sorrisi dell’amico. Sullo spigolo assoluto del palazzo – così Stefano gliel’ha indicato, da basso, quando gli ha proposto di rubare le chiavi del terrazzo, arrampicarsi sulla scaletta esterna arrugginita e percorrere il cornicione fino all’ultimo tratto possibile, fino allo spigolo assoluto del palazzo – Stefano si appoggia al muro scorticato del rinforzo. Si volta, aspetta gli ultimi cinque passi di Gaetano. Gaetano respira forte imponendosi di non guardare alla sua sinistra. Dopo l’ultimo schiaffo di gomma del tallone, Stefano lo ferma tenendolo per la maglietta. Con infinita cautela Gaetano gli si fa addosso: sempre tenuto e rincuorato dalla stretta del compagno sulla mezzamanica di cotone. A pochi centimetri dal suo naso, Stefano ride la sua vittoria momentanea e struggente, il fiato che gli sa di caramello e fragola, le mandibole che masticano a vuoto tutta la sorpresa indimenticabile dell’abisso. Gaetano prova a sbirciare oltre l’iperbole collo-spalla di Stefano, pensa a Stefano dal basso, l’indice puntato sullo spigolo assoluto.

«Perché?» gli ha chiesto Gaetano, mentre seguiva il tracciato del cornicione da un punto all’altro. «Per guardare giù».

4/13.

Anche perché quando lui le ha domandato, serio, «Allora… Che ne pensi dell’Ecclesiaste?» e lei ha allargato un po’ le narici, preparandosi, e… in qualche modo ha serrato le guance con una smorfia trattenuta ― sai come fa sempre, no?… e – lei gli ha risposto «Be’, nulla di nuovo sotto il Sole…», e lui l’ha guardata, sempre molto serio, come chi si aspetti una spiegazione, no?… quantomeno, che ne so, la prosecuzione di un qualche discorso articolato… è stato allora che lei ha capito.

Tu Ocio inerte, disutile e pernicioso, non aspettar che della tua stanza si dispona in cielo e per gli
celesti dèi: ma nell’inferno per gli ministri del rigoroso et implacabile Plutone.
Giordano Bruno, Spaccio de la Bestia trionfante, III.1
(da Giordano Bruno, Opere italiane2, testi critici di G.Aquilecchia,
coordinamento generale di N. Ordine, Torino, Utet, 2002, p. 334)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #I.7.

Riesce a immaginarselo per un po’, ma non ci crede: e allora tutte le immagini sfumano, perdono senso come se si rifiutassero di essere guardate. Lui si accorge di capire davvero, per la prima volta, il racconto del pastore Johnson su san Tommaso, il gesto di un braccio che si avvicina e che gli ha tolto il sonno per mesi, da ragazzo, la necessità curiosa e instancabilmente umana di infilare il dito nel taglio sul palmo, e sul polso. È quello che fa da venti minuti, rischiando stimmate di acido tra l’indice e il medio della mano destra: continua a strusciare e a sottolineare d’aria le quattro figure in sequenza, incapace di rovinare le lastre appena sviluppate.

Non ci crede. È la quarta volta che confronta le due immagini, immobile per quel che può, le piante dei piedi infisse nel pavimento di marmo: non vuole lasciarsi suggestionare, l’ha già visto succedere anche troppe volte: si trova quello che non c’è per l’eccessivo desiderio di vedersi esauditi. Il fantasma che strizza gli occhi di fumo da dietro la tenda, il barbaglio di luce che ci regala una sagoma inesistente sulla parete, il rossore sotto l’ascella che s’è affievolito in rosa e sbiadisce il pericolo, il foro piccolissimo del proiettile prima di rovesciare il ferito sulla schiena: si recita un rosario di scenari possibili senza neppure nominarli: sono frammenti di libro, ricordi sgranati, tutte storie passate di altri che gli tagliano la testa in due e gliela riempiono di attesa. Qui no, qui sì. Qui non c’era. Adesso c’è. Esattamente dove Lowell pensava che fosse.

Fa il conto del tempo che è ospite dell’Osservatorio, e del dottor Slipher. Pensa che la sua nuova casa ha lo stesso nome dello spettro che gli ha preparato i compiti e gli ha suggerito la soluzione. Ma pensa anche che la soluzione era davanti e ci sono voluti i suoi, di occhi; e gli occhiali a forma di macchina che s’è inventato per fotografarla, la soluzione. Queste mani da contadino, si dice – e vede suo padre – che hanno forgiato e montato lente su lente per catturarla, la soluzione. Si sente come un ragazzino delle medie che si è appena accorto di aver trovato un errore sulla lavagna, proprio alla fine del gessetto del professore. E non ci crede. Ha paura di aver visto troppo presto l’inizio di quando dovrà cominciare a cavarsela da sé, davanti a tutti i rettangoli bui di tutte le lavagne del mondo.

5/13.

A una a una, le avrebbe uccise tutte. Per ora si limitava a riempire la vaschetta dell’acqua, lasciandole lamentarsi per la fame e il recinto asfittico del carcere. Anche se, probabilmente, nella loro percezione fame e carcere erano un’unica fine del mondo come lo conoscevano trasformata in dolore. Più di tutto lo affascinava il senso di presente assoluto con cui travestivano la sofferenza, l’incapacità animalesca di rendersi conto della durata del tempo che gli avrebbe portato via. Quello, e il profitto della caccia. La perizia con cui aveva disseminato le tagliole nei boschi appena sotto le colline di Piancaldo. Ognuna con una sua storia ferrosa e i racconti degl’incroci tra gli stradelli che gli aveva segnato suo padre, prima di morire in Russia. Sei tagliole preparate, cinque volpi. Una sola trovata morta dissanguata: ma questo per colpa della Lina che l’aveva costretto a stare a casa, la notte di martedì; e che anche per questo l’avrebbe pagata, a tempo débito: per non essersi tenuta un marito e per avergli fatto morire una delle volpi, la tagliola a incastrargli carne e sangue fino sotto il collo, uno dei cani dei Marenti che forse, se l’era solo immaginato ma non poteva chiederlo: non poteva andare dai Marenti a chiedergli: per questo pensava forse, uno dei cani dei Marenti ne aveva approfittato, per come l’aveva trovata, dietro al querceto di Villavecchia, appena sotto la fattoria di Antonio Marenti, il figlio del prete. E ora erano quattro, le volpi da guernàre. Quattro. Le avrebbe uccise tutte, una dopo l’altra, appena finita la raccolta, completate tutte le tagliole. Ora bastava tenerle affamate e non far parlare la Lina. Se lo dice e intanto si accorge del lucchetto, sul portoncino di grata, qualcuno deve aver smosso il lucchetto, si accorge.

6/13.

 Sto precipitando, no: non è proprio precipitare. Sono inghiottito dalla forza di gravità sempre più in fretta. Nemmeno. Cancella. Poi riscrive. Sento di avere bisogno di precipitare. L’accelerazione gravitazionale, quant’era? No. Di più.

Il cursore indietreggia lampeggiando portandosi via tutte le frasi fino a Sento. È da lì che riparte. Sento – corsivo – che sto per chiudermi in un cono d’ombra a precipizio. Com’era la questione del digradare verso il basso? Digradare e digredire (per quello che significa). Digradare e cadere. La caduta di Lucifero. Lucifero che cade e la terra indietreggia davanti a lui, un abisso nemmeno Lucifero fosse il cursore a ritroso del pianeta, un crollo verticale: altro che la Stella del Mattino – che detta così ormai sembra un biscotto, o una merendina. Lucifero apparirebbe magari brutale, e troppo violenta l’identificazione tra la colazione e il diavolo; e invece ‘stella del mattino’ dà l’idea di un’alba candita, di una qualche perfezione dolciastra e augurale. Cancella di nuovo fino a sento portandosi via il bàratro e il demonio. Poi gli s’impianta nella rètina di dentro un’immagine antica, inverosimilmente seppiata, di suo padre alla stazione, i vent’anni che non gli ha mai conosciuto. Una valigia rattoppata che sembra esplodere ai fianchi come una donna rancorosa nei film di Chaplin. È suo padre alla stazione Termini in un viaggio di parecchi anni prima che nascesse, quando i capelli di suo padre erano ancora neri, ed elettrici di futuro; quando ancora non c’erano baffi brizzolati, e una stempiatura evidente, e tutti i ricordi del ritorno. È suo padre prima che lo conoscesse, prima che conoscesse il mondo, suo padre che punta alle Alpi come a una scogliera del tempo, in un mattino che non l’ha mai previsto, un’alba antica che può solo immaginare, il cursore che lampeggia poggiato sullo schermo appena dopo sento. È indeciso se cancellare e ricominciare o se continuare dalla pausa dopo la –o.

Come la voce di chi parla viene meno e svanisce, quando si interrompe, così, se il Padre celeste si arrestasse nel proferire il suo Verbo, l’effetto del Verbo, cioè l’universo creato, non sussisterebbe. La fondazione e la conservazione dell’essere nell’universo creato è, dunque, la parola del Dio Padre, cioè l’eterna e immutabile generazione del Verbo.
Omelia super Prologum Iohannis [Om. Iohannis Scoti Translatoris Ierarchiae Dionisii]
(da Giovanni Scoto, Omelia sul Prologo di Giovanni,
a cura di Marta Cristiani, Milano, Mondadori-Valla, 1987, p. 53)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #I.10.

Anche perché, se si metteva a pensare con il rigore che il ricordo e l’impaccio pretendevano, quelli erano i momenti in cui si rendeva conto di non essere mai davvero andato via da Streator. Sulla “Collina di Marte”, davanti alla tomba di Percival Lowell, la notte trapezoidale dell’Arizona a scavargli di buio le spalle e la schiena.

Signor Lowell l’abbiamo trovato, gli dice. Era proprio dove diceva lei, tra le grandinate di Nettuno: e sorride. Pensa a cosa potrebbe rispondergli, il dottor Lowell, dalla noia quieta e abissale della terra dei morti; e per sottrarsi al sorriso continua a parlargli. Il dottor Slipher sembrava quasi seccato, la sesta volta che abbiamo ricontrollato le lastre. Finché non ne è stato convinto del tutto, continuava a chiamarla per nome e a dire quanto sarebbe stato contento, dottor Lowell, di essere qui.

Struscia con la scarpa sulla terra pastosa intorno al marmo della lapide, è un colloquio timido e di sbieco, quello che sta venendo fuori. Il suo pianeta, dottor Lowell. Alla fine glielo dice. Io l’ho visto. Alla fine del sistema solare, dottor Lowell. È minuscolo. E bellissimo, mi pare. Si corregge, sentendosi stupido, e totalmente inadeguato – come quando ha scambiato un pennacchio di fumo dalla famiglia dei Richards in un cenno di uragano. C’era davvero, volevo dirglielo. L’ho visto.

Si accorge di tenere il cappello tra le mani come se fosse davvero a un funerale; o a una qualche veglia funebre in ritardo di anni, lui fermo sulla porta mentre i famigliari, dentro, invecchiati, gli spiegano sorpresi che no, il dottor Lowell non è più con noi, da – Da quando, Terry? Saranno quattordici anni, ormai. Volevo dirglielo di persona. Le luci dell’Osservatorio, più in basso, sfrigolano a intermittenza in una sorta di cifrario morse dislessico. Non dice al dottor Lowell che hanno pensato di chiamarlo Plutone, il pianeta minuscolo e bellissimo che ha visto. Che ci hanno pensato, lui e il dottor Slipher, attingendo al pozzo consonantico delle sue iniziali. Sarebbe indelicato, per lui che ormai ci vive, nella terra dei morti, spiegargli che hanno pensato alla fine del sistema solare, battezzandolo, a quel laggiù dove c’è l’inferno diffuso e ghiacciato del silenzio; dove la voce bianca di Dio fatica ad arrivare.

7/13.

«Rivoluzionarie non sono le parole, è il gesto». Così dirà, ne è sicuro.

La folla intorno rumoreggia come durante una partita di baseball, o di calcio. Curioso come non riesca a dare un’immagine certa al paragone che si cerca intorno. O non sarà meglio il contrario? Alza un braccio lasciando intravedere il cinturino di cuoio dell’orologio d’oro, le dita della mano si aprono e si chiudono in un segno balbettante che però amplifica, e diffonde, le grida irrefrenate delle migliaia di persone che infestano la piazza. Infestare è una parola che gli è venuta su direttamente dallo stomaco; e l’ha schizzato di succhi gastrici e fango proprio mentre cercava di ricacciarla indietro. Infestare riguarda i dèmoni alle prese con gli uomini, le case maledette nei racconti gotici dell’Ottocento: e invece questo è il suo popolo acclamante; e il suo mondo. Non sarà meglio il contrario? Gli sìbila ancora tra la nuca e l’orecchio un qualche fiato povero del cervello, un resto di dubbio che gli s’è aggrappato tra la gola e i denti, mentre sale le scale del palco, tutto un intero popolo – che è poi il suo e il suo stesso mondo – che scandisce il suo nome: e lo fa così tante volte da fargli perdere qualsiasi significato, non c’è più lui dietro quei suoni, e allora non sarà vero il contrario, «rivoluzionario non è il gesto, sono le parole», sorride dal palco e ancora non sa, neppure lui, cosa sentiranno le orecchie del suo popolo, cosa si sentirà dire. Forse è di questo che muoiono gli uomini; pensa alle ultime parole del suo nemico migliore, quando si è lasciato affondare sul cuscino, tra i lumi gialli delle flebo e il riverbero delle luci lampeggianti sui vetri affumicati, dietro le stecche rumorose delle veneziane.

Che se questo avvistamento non s’afferra con esattezza di calcolo,
crollano i capisaldi della scienza e non s’armonizza l’assieme;
erronei infatti i cardini, da cui ogni cosa dipende,
falsa il cielo la sua fisionomia né si delimita l’attimo natale
e variano le stelle, deviate dallo svariare della casa.
Manilio, Astronomica, III.206-10
(Manilio, Il poema degli Astri (Astronomica), cit.)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #II.2

Adesso questo ruolo dell’uomo dei razzi proprio non mi riesce di… No, davvero. Forse sono gli anni, ma il comportamento di Slipher non… No, lasciami finire. Non è stato corretto, proprio no.

I fondi. Ti pare che al Lowell manchino i fondi?… … Di’ piuttosto che non mi vuole più là. Solo che ― Approfittare della guerra, dico. Della guerra… Per cacciarmi dal Lowell, dopo tutti questi anni. E ora… E lo so, non ridere… Lo so. Ora qui, a sparare razzi… A costruire archi e volte nell’aria per… Non me lo ricordare, ti prego. Proprio no.

8/13.

Sa quello che fa, sta spazzando le foglie secche accumulandole contro il marciapiede. Sa, quello che fa: e sa che adesso arriveranno Enrico e Maurizio con il furgoncino, lo aiuteranno a rimestare le foglie in un unico macero per poi raccoglierlo, brinoso e marcito com’è, in grandi sacchi neri da trasporto. Sa quello che fa, quando stamattina Letizia gli ha detto io davvero non lo so, gli ha detto, non sono sicura, gli ha detto, lui le ha sorriso prendendo tempo e intanto è esplosa una parte di lui che non è ancora riuscito a recuperare, avverte solo pezzi di sé che gli si sfaldano ancora addosso e che lui deve solo proteggere, deve solo prendere tempo e portarli con sé quel tanto che basta per riattaccarseli addosso, lui lo sa, come fossero un dito o una mano da tenere nel ghiaccio finché non si arriva all’ospedale. Lui sa quello che fa, gli ha detto, adesso si sta premurando di pressare le foglie, mentre le accatasta con il grosso rastrello a rebbi larghi, se è tuo, fa cenno a Enrico, mentre parcheggia il furgoncino sull’altro lato di via Sermonti. Sa quello che fa, anche stamattina quando lei gli ha detto, davvero non lo so, non sono sicura, lui adesso pressa le foglie lasciando che l’aria s’impregni di un odore rappreso che è lo stesso di un lontanissimo ottobre di tanti anni prima, lo stesso di tutti gli autunni, solo alle volte cambiato di segno, a seconda di come s’affaccino al tempo i cali di luce e le promesse di futuro. Lui sa quello che fa, anche ora, anche stamattina quando Letizia gli ha detto io davvero non lo so, io non sono sicura, lui fa un cenno a Maurizio, che gli tiene aperto il sacco, e lui sa come raccogliere il mucchio di foglie e rovesciarlo a strappi nel sacco, non sono sicura, gli ha detto Letizia.

9/13.

All’inizio è solo un ronzìo di vespa che assorda: come se un qualche dio delle colonne sonore centuplicasse a colpi di martello l’amplificatore del cielo, e l’aria intorno si riempisse di schiocchi sul cellophane a bolle fatto contemporaneamente da centinaia – ma che dico centinaia? – migliaia di bambine e di bambini… Poi è come trovarsi a pochi centimetri da un botto di capodanno, un petardo, un trìcchetràcche, come li chiamate? una castagnola, o più come lo scoppio del sacchetto dei cornetti quando si era alle elementari. Avete presente? Quando il bambino ancora con lo zucchero a velo del cornetto sulle labbra – e sulle guance: e sul grembiule, quando ancora c’era il grembiule e chi lo portava, sempre: alcuni bambini infilandoselo nei pantaloni per somigliare a Lone Ranger, o a John Wayne in Un dollaro d’onore, quando c’erano ancora Lone Ranger e John Wayne – e il bambino soffiava nel sacchetto senza che questo gesto venisse scambiato per un accenno di iperventilazione, ancora il referente cinematografico americano non era così specializzato e adulto, c’erano solo poliziotti e cowboy e le loro controparti affascinanti e impresentabili, e il bambino soffiava nel sacchetto e poi lo faceva esplodere a schiaffo all’orecchio della bambina davanti, e spesso quella bambina ero io… Ecco: è come sentire proprio quel tipo di scoppio e poi lasciarsi galleggiare per un tempo indefinito, con i timpani che lanciano un grido di dolore a forma di fischio e di silenzio: ma senza ordine, fischio e silenzio insieme… Poi non capisci perché sembra finirti il fiato, e le parole, e le persone intorno ti guardano diventando improvvisamente bianche come cenci: sì… come se la luce gli si atrofizzasse addosso, ecco, poi al petto senti un bruciore, ma lontano, abbassi gli occhi e in quel silenzio che continua a fischiare vedi il rosso che si slarga sulla camicia, un centro più scuro e un alone che si allarga e si intride di rosso… come se… si potessero guardare fissi tutti i soli di ogni giorno della nostra vita, per dire, e… si raggrumassero… i raggi si raggrumassero intorno al rosso… come se i raggi lasciassero tracce visibili, giorno dopo giorno, un dipinto che si continua, e alla fine puoi contare le mani di vernice rossa di cui sono fatti i raggi. Più o meno così.

L’intelletto di queste parole secondo l’ordine della natura è invece il seguente. Anche se non avesse peccato, la natura umana non avrebbe potuto risplendere con le sue proprie forze, poiché non è essa stessa luce per natura, ma per partecipazione alla luce.
Omelia super Prologum Iohannis [Om. Iohannis Scoti Translatoris Ierarchiae Dionisii]
(da Giovanni Scoto, Omelia sul Prologo di Giovanni cit., p. 39)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #II.5.

Resta sempre l’impressione, addosso, dell’ultima frase… In tutti i discorsi come questi, dico… Solo che… l’ha detto, proprio, con quel sorriso da seminarista che si ritrova, anche ora che è invecchiato… siamo invecchiati, vìa, tutt’e due, in questi ultimi anni… Certo che me ne dimenticherò, dottor Slipher, ha detto… Io … Così, ha detto… Quando davvero io non so più come far durare il Lowell… Io , ha detto… Ma io non mi devo mica giustificare con lui, dopotutto… Appoggia il bastone con forza e fa perno sulla gamba buona, drizza verso la spiaggia, dopotutto, mmpf, rideva con uno sbuffo trattenuto ogni volta che ci pensava, ho arrossato io, le galassie… Dopotutto… Si distrae davanti a un bambino che raccoglie a palettate l’acqua del lago e la versa in un secchiello. Vesto Melvin Slipher vede che l’acqua straripa dal bordo del secchiello; e però il bambino continua a versarne dell’altra, in badilate sguazzanti e inutili. Dopotutto, pensa, incuriosito dalla concentrazione del bambino. Che si gira, senza smettere di versare l’acqua nell’acqua, lo vede. Per un istante di cirri in movimento alti sulla sua testa, al dottor Slipher sembra di dover rispondere a una domanda. Ma non ne è del tutto sicuro.

10/13.

“Ancora continui, con questa storia?”
“… … Ma non lo capisci che è l’unico modo? …”
“… … Sei serio?”
“…”
“… …”
“Mai stato così serio in vita mia.”
“… … Sai che questo… questo ― comporta tutta… tutta… Sai che mi costringi, eh? Questo lo capisci?”
“Quello che non capisco è perché tu ce l’abbia così tanto con il mio lavoro…”
“… … Non capisco se sei serio…”
“… Lo stesso lavoro… Di mio nonno. E di mio padre, prima di me…”
“Ma che razza di lavoro sarebbe, eh?”
“… Il Messia. Qualcuno lo deve pur fare. O preferiresti vedermi alla guida di uno Stato europeo?”
“…”
“…”
“Ma vuoi ragionare? … … E poi da quando in qua quello del Messia è un lavoro? Un lavoro pagato, intendo… …?”
“…”
“…”
“… Cos’altro potrei fare?… … Lo so anch’io… È che sono sulle spese…”

11/13.

“Si potrebbe trattare”, gli ha spiegato. “L’importante è che tu metta una firma qui…”. Ed è lì che si accorge della fine di tutto e si lascia andare, trent’anni di vita per un’eternità di fuoco, va bene: se è questo lo scambio, lo accetta, e firma. Ed è figlio dei suoi tempi, erede solare del mondo che ha trovato, trent’anni dopo, il diavolo che gli scuote sotto il mento un contratto arrotolato e lui lo contesta, e s’indigna, quando indica al diavolo la sua ignoranza del tutto, la sua incapacità di comprendere, quando fa notare che il sangue sotto il contratto è solo una croce qualsiasi. “Potrebbe averla tracciata chiunque”. E il sangue, il sangue! Grida Beelzebuth pieno di livore. “Di carne e di sangue son piene le messi del diavolo”, gli dice. E Beelzebuth resta incantato per un momento, e non sa che dire: appena prima di ricordarsi cosa fare.

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #II.8.

Adesso dovrei alzarmi dal letto e andare in bagno ma mi sembra tutto così… com’era quella parola? Quando mi chiesero alle elementari la parola che avrei voluto portare con me nella terra dei senzasuono… Le storie della maestra Johnson… La parola nella terra dei senzasuoni… Qual era? Remoto, mi pare. Mi sembra di aver detto remoto… E che non sapevo cosa voleva dire… Ecco… Curioso come le parole che impari, alla fine, ti tornino utili sempre, per lontano che vai… Sì… Dovrei alzarmi, trovare una qualche chiusa per la notte in arrivo, no? Non sono poi così rincretinito dagli anni per non rendermi conto di quello che sta succedendo… Solo, mi viene da ridere, ancora, come sempre, a pensare di non avere più tempo. Neppure per andare in bagno, mi sa. Forse qualcuno dovrebbe avere il buongusto di deciderle con parecchio anticipo, le ultime parole… Abbiamo avuto una vita per pensarci, alla fine…

«PRAGA. Plutone retrocede, diventa “pianeta nano” e va nella stessa categoria di Cerere, Caronte e 2003 UB313 (Xena): grandi asteroidi “promossi” nei giorni scorsi. Il sistema solare secondo gli astronomi della Iau (Unione astronomica internazionale) riuniti in questi giorni a Praga è ora formato da otto pianeti “classici”: Mercurio, Venere, Terra, Marte, Giove, Saturno, Urano e Nettuno in ordine di distanza dal Sole. Poi ci sono i 4 “nani”. […] Il declassamento di Plutone è stato dettato dalle sue dimensioni troppo piccole (il suo diametro medio è di circa 2306 chilometri). I miglioramenti nelle osservazioni spaziali stanno permettendo infatti agli scienziati di scoprire l’esistenza di molti altri corpi celesti della grandezza simile a quella dell’ex pianeta e da qui l’esigenza di introdurre la categoria dei
“pianeti nani”. […]»
(da Gli astronomi declassano Plutone – Solo otto i pianeti del Sistema Solare,
«La Repubblica», 24 agosto 2006)

 

12/13.

Ricorda che il Sancho Panza che s’era immaginato, quando aveva finito di leggere, era un eroe da fumetto successivo alla storia di Cervantes. Lo aveva pensato vecchio, e stanco, lontano dalla moglie e dai figli, l’ultimo rantolo di Don Chisciotte lasciato ai biografi, e lui ancora più grasso e sfatto di come chiunque se l’è reinventato negli ultimi secoli. Sancho Panza dietro a un cespuglio, alle prese con le crepe delle viscere, mentre sfila a piedi, sul sentiero di là dai rovi, la sua privatissima Dulcinea, la donna che ha sempre amato senza mai riconoscerla, i capelli neri come la notte dei suoi anni a venire, gli occhi scintillanti nel sole di mezzogiorno, e lui lì, fermato dalla biologia come un animale qualsiasi, preso in pieno dall’amore quand’era più indifeso, e inguardabile, alle prese con le proprie viscere in agonia, senza canzoni d’amore o fughe repentine a inseguirla, lui così vecchio e grasso e innamorato proprio mentre si nascondeva alla vista del mondo, inconsapevole come chi non s’aspetti più nessuno stupore, dal mondo che arriva – se lo rimprovera, lui che tanto ha visto anche senza capire – e per questo si mèrita, se lo mèrita proprio di essere ignorato, dallo stupore che arriva finalmente. Se l’è immaginato così, affannato e grottesco, asfissiato dalla vita e dalle troppe letture, senza neppure il segno di una canzone d’amore da lamentarsi addosso. “Che poi, chi le avrà inventate?” lascia dire ancora e ancora al Sancho Panza che s’è creato per sé, lui seduto in poltrona, l’abat-jour lasciata fissa e attenta come un qualche centurione dell’inconscio a presidiare una tanica di luce, “Chi sarà stato, il primo a inventarle, le canzoni d’amore?”, un Sancho Panza irrimediabilmente ferito, il carico grave dei suoi anni, l’amore che sfila, neppure un brutto verso d’amore da canticchiare per darsi forza. Si ricorda di esserselo immaginato esattamente così, per quel che vale un singolo ricordo.

13/13.

“Aria non ce n’è”, canticchia, “e neppure fuoco…”. Grida dalla finestra che l’umanità se lo meriterebbe, di precipitare tra le fiamme, se lo meriterebbe eccome. E che non è colpa sua, grida, se il pianeta è destinato a chiudersi nel suo stesso ghiaccio e finire come se non fosse mai esistito. È questo che grida, e vorrebbe spaventare tutti, ma nessuno ascolta il vecchio che grida e canta dalla finestra, nessuno lo capisce perché grida in italiano, e a Boston l’italiano non è certo la prima lingua.

“Mancano miliardi di anni, o milioni, ma non conta, anche fosse un secolo mi supererebbe, capite? La fine mi supererebbe…” Il vecchio grida e il proprietario dell’autosalone si affaccia sulla soglia per vedere da dove arrivano le urla che sente, in quell’improbabile ritmo che gli ricorda tanto la Little Italy della sua infanzia, ma di cui non saprebbe, anche volendo, ricostruire il senso. “Che sia tra dieci anni o cento che importanza ha?” grida il vecchio, passando dall’una all’altra delle finestre che danno su Beacon Street. “Non ha nessuna importanza!”

Un ragazzino sullo skate si ferma appena sotto il davanzale e lascia schioccare una gomma sulla lingua, poi gonfia un palloncino rosa e trasparente, una pellicola di gomma che sembrerebbe esplodergli in faccia da un momento all’altro, un appiccicaticcio rosa che faticherebbe non più di due secondi a togliersi dal mento, e dalle guance. Ma il palloncino semplicemente si sfiata e si rannicchia svuotato lungo il mento, una mongolfiera in scala all’ultimo atterraggio.

“Non ha nessuna importanza!”, grida il vecchio. Ancora indeciso se crederci o no.

«[…] E così, quando la sonda New Horizons― che … per così dire porta con sé un’urna con una parte delle ceneri di Clyde Tombaugh… Dopo la sua missione plutoniana del 2015, più o meno
Quando uscirà dal Sistema Solare nello spazio profondo… Be’…
Clyde Tombaugh sarà il primo uomo a uscire dal Sistema, no?… […]»
(Da un’intervista televisiva a J. A. O’Keats, Chn 7, 13 ottobre 2012 – tr. di T. Boni)

Epilogo del Dopofine

Sarà che il nome Horizon presuppone una qualche distanza immaginaria, e il superamento di un confine che è poi il confine stesso ― Ma è proprio l’orizzonte che la sonda si sta lasciando alle spalle, è tutto quello che sta abbandonando a sé stesso in un fulgore incongruo di retta abbozzata. È una linea che esplode in un infinito orizzontale, in quest’istante di bagliori e di lance di luce che s’intuiscono soltanto: solo una luminescenza di ritorno che s’introna tra i rami d’iperbole dello scafo, ora che orizzontale e verticale decadono del loro valore di aggettivi come estremi miraggi di ultravioletti morenti ― mentre tutto intorno alla sonda piovigginano fate morgane di elettroni in fuga, ecco un sussulto senzasuono del piccolo canestro di alluminio – un rumore vuoto e abbacinante; antico, nella sua mancanza di musica: l’ultima sfera disarmonica e posticcia che scricchiola e stona dai confini del sistema solare. È quel movimento senza risposta – gli occhi pietrosi dei pianeti kuiperiani come una scorta ammutolita di fantasmi, schierati e attenti all’entrata di un qualche purgatorio minerale – È quel movimento senzarisposta il passaggio disincarnato delle ceneri di Clyde Tombaugh da una fine a un confine nuovo, buio e larghissimo come le paure curiose di quando si è bambini. Come il cielo stellato sopra Streator; prima che se ne colgano i limiti che poi rivedremo nei sogni tutta la vita. I nuovi orizzonti da rimodellare che i resti di Clyde Tombaugh si portano dietro, un’amnesia organica di quello che si è stati, la prima morte di uomo a scavalcare davvero i recinti imposti del sistema solare. La materia che, per una manciata di anni, uno spigolo di tempo infinitesimale – per quelli che segnano il tempo – è stata vita; e che adesso arriva dilà: un fruscìo senzasuono, una manciata di tempo e di ceneri che supera i cancelli del cielo lasciandone traccia e memoria davanti a sé.

Giordano Meacci (Roma, 1971) ha pubblicato per Rizzoli Fuori i secondi e per minimum fax il reportage Improvviso il Novecento. Pasolini professore (2015) e la raccolta Tutto quello che posso (2005). Un suo racconto è incluso nell’antologia La qualità dell’aria, ripubblicata nel 2015. Il suo primo romanzo, Il Cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax), è stato finalista al Premio Strega 2016. Con Claudio Caligari e Francesca Serafini ha scritto Non essere cattivo (2015) di Claudio Caligari.
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2 Commenti a “Verso Plutone: Giordano Meacci racconta Clyde Tombaugh”
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  1. […] Se volete leggere il racconto completo, lo trovate oggi su minima&moralia. […]



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