ricatto

Verso un codice deontologico minimo del giornalismo culturale italiano

Ecco una questione semplice che sembra complicata ma non lo è.
Capita che da qualche giorno mi è stato dato l’incarico di coordinare un piccolo inserto culturale di un giornale che sta per nascere. L’inserto si chiama Orwell, il giornale Pubblico, ma non è di questo che voglio parlare.
È che pensando a come fare questo inserto, mi sono venute in mente una specie di regole minime che vorrei veder applicate nel giornalismo culturale; così le ho scritte, in una sorta di decalogo.
Questo:

1. No alle marchette, di nessun tipo, mai, senza eccezioni.
2. No al linguaggio pubblicitario, “segnalazioni”, sudditanza nei confronti degli uffici stampa.
3. Gli articoli vanno scritti per i lettori non per ammiccare a qualche altro giornalista culturale con cui abbiamo un conto in sospeso.
4. Le fonti vanno citate e controllate: non siamo Giampaolo Visetti.
5. Il budget del giornale è trasparente e si gestisce in modo equo tra tutti i collaboratori.
6. Non esistono tematiche femminili, ma prospettive di genere.
7. Si attaccano anche violentemente le idee, le retoriche, le azioni, non le persone.
8. Le immagini non sono mai ornamentali.
9. Non occorre per forza sembrare originali e intelligenti, soprattutto se non lo si è.
10. Non esistono esclusive e veti incrociati per i collaboratori, a meno che non ci sia un contratto.

Sono tutte regole a cui tengo, la maggior parte talmente condivisibile da risultare lapalissiana, e – in questo senso – non sarebbero nemmeno difficili da rispettare, né arduo sanzionarne la trasgressione – con un po’ di discredito, eh. Ma ce n’è una a cui tengo di più ed è la decima. Rispettare la quale porterebbe a cambiare molto, e in meglio, lo stato dei rapporti tra le testate e i collaboratori.
Il meraviglioso mondo dei collaboratori occasionali è spesso simile a un purgatorio senza gironi. Una quantità sesquipedale di persone iperformate, iperdisponibili, mediamente molto intelligenti, immerse nel tempo plastico di un precariato post-universitario che può durare comodamente decenni porta avanti da anni le pagine culturali dei giornali italiani. In forma di collaborazione, saltuaria, spesso molto saltuaria, spesso sporadica, spesso un hapax. I compensi per le pagine dei quotidiani, dei settimanali, dei mensili sono dei più vari. Variano ovviamente da zero (in fondo collaborare a un giornali può spesso una forma di militanza: io per esempio l’ho fatto e lo continuerei a fare per il Manifesto) a varie centinaia di euro. All’interno di questo spettro però vanno comprese anche cifre come 8, 13, 18, 22… euro che sono i compensi di testate a diffusione nazionale. Il prezzo di una pizza e un bicchiere di vino, o di un kebab e una Peroni. Il pagamento in genere avviene a 2 mesi, 3 mesi, spesso 6 mesi, alle volte otto mesi, alle volte quando il giornale chiude e arrivano i liquidatori, alle volte mai.
Ora questa situazione è deprimente, ma come dire, è risaputa. Il libero mercato dello sfruttamento.
Però, proprio perché la prassi è questa, mi sembra molto molto scorretta e anche antiliberale un’altra microprassi. Ossia la norma non-scritta per cui io – collaboratore saltuario, a vario titolo sfruttato, che non ho magari mai visto in faccia il redattore delle pagine culturali né ho mai messo piede nella redazione del giornale – vengo costretto a scegliere se collaborare al giornale X o a quello Y. Se collaboro a X, poi a Y si arrabbiano e non mi chiamano più. E allora, uno si chiede, fatemi un contratto, no? La mia penna vi piace? I miei articoli sono ben scritti e quantomeno utili per dare alle pagine quella linea che a voi redattori serve? E allora compratevi in qualche modo l’esclusiva! Garantitemi una continuità di qualche tipo, non semel in anno! Consentitemi di sentirmi parte del giornale! Fatemi contare su un fisso mensile! No?
Non vi pare un piccolo ricatto? Non vi sembra però appunto abbastanza semplice sottrarvisi e – soprattutto – smettere di attuarlo?

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
18 Commenti a “Verso un codice deontologico minimo del giornalismo culturale italiano”
  1. marvin scorsese scrive:

    Giusto. Ma il punto è che, per il 99,9 per cento dei collaboratori di cui al punto 10, la risposta del giornale è senz’altro: “Ok, ciao”. Ovvero: noi ti offriamo il nome della testata, il pubblico, la gloria della firma (e se ti va di culo, ma proprio di culo, pure 60 euro lordi di compenso). Non rompere. Ovvero, ancora in altri termini, e per mezzo di una domanda: QUANTI sono realmente i collaboratori (pur bravi, colti, preparati, intelligenti) che hanno un qualche tipo di potere contrattuale all’interno delle redazioni dei giornali?

  2. Sara Durantini scrive:

    C’è anche la microprassi che riguarda i perfetti sconosciuti, come la sottoscritta, che hanno un primo obiettivo da raggiungere: il tesserino da pubblicista. Non riescono ad averlo non per mancanza d’impegegno o fragilità d’animo ma perchè schiacciati da quella velenosa quanto subdola formula ormai adottata da molte redazioni giornalistiche: tre mesi di prova e poi inserimento, quattro mesi di prova e successivo inserimento, sei mesi con immediato inserimento. Il contratto? Un’utopia.
    C’è un codice deontologico da rispettare e ci sono degli obiettivi da raggiungere, come il tesserino. Ma c’è anche la famiglia, i figli da crescere, c’è la realtà oltre i giornali…

  3. Daniela scrive:

    spero tu riesca, Christian.

  4. DaniMat scrive:

    Ogni tanto si apre qualche nuovo spazio. Bene.
    Però le testate vecchie e nuove paghino, prego.
    Questo sarebbe meglio.

  5. Eva scrive:

    Il decalogo andrebbe però esteso a tutto il giornalismo italiano. Le “marchette” nel mondo dell’informazione del nostro Paese sono davvero troppe. Il colpevole silenzio stampa, o quasi, di questi anni sul caso Ilva, ad esempio, è un macigno che deve pesare sulle coscienze di chi aveva il potere e il dovere di denunciare pubblicamente quella strage di innocenti (386 decessi tra il 1998 e il 2010, cioè 30 all’anno, secondo la perizia dello staff medico nominato dal Tribunale di Taranto) e non l’ha mai fatto.
    Quanto allo sfruttamento dei redattori, non mi sembra che ci siano differenze tra i vari settori del giornalismo.

  6. Barbara Gramegna scrive:

    Tutto sacrosanto, solo che purtroppo certi ‘mestieri’ sembrano fare rima con passione e quindi con gratuità, piuttosto che con spessore e professionalità quindi remunerazione.
    La risposta che ricorre spesso è ‘per uno che rifiuta ne trovo dieci che accettano’, io sono stata una che ha rifiutato e anche una che ha accettato. Non cambia nulla.
    Mi piacerebbe solo che per un giorno sparissero da internet, radio, stampa e tv tutti i contributi culturali e rimanesse un mondo di meteo, di spread, di pedofili e di merkel..già..proprio un mondo di mer..kel sarebbe e chissà se qualcuno lo noterebbe.

  7. sergio garufi scrive:

    un’altra buona regola da adottare sarebbe quella che ci si diede a nazione indiana, e cioè non recensire i libri di chi ci scrive.

  8. spago scrive:

    Ma come potrai dirigere un inserto culturale se questo post che hai scritto è pieno di errori?

    Ad es. “Ossia la norma non-scritta per cui se io –– venga costretto a scegliere se collaborare al giornale X o a quello Y.” ti pare una frase che sta in piedi?

    9. Non occorre per forza sembrare originali e intelligenti, soprattutto se non lo si è. E non occorre per forza accettare di dirigere inserti culturali..

  9. christian raimo scrive:

    correggo appena arrivo a casa, spago, grazie.
    e domani mi dimetto.

  10. Donato scrive:

    Insomma tutto il mondo é paese! sia quale sia il settore lavorativo, stan sempre li a spremerti a cambio di quasi zero!
    Ho cominciato a lavorare come “free lance” 25 anni fa con l’entusiasmo di un gigante che si mangiava il mondo, pensando ai poveri babbei con contratto sicuro ma con un cartellino da timbrare alle 7h o giu di li ogni santo giorno che dio fa, ma non passó molto tempo per rendermi conto che ero solo uno schiavo moderno e cioé un babbeo anch’io! Si tante soddisfazioni veder pubblicato il tuo lavoro etc. a volte pagato bene ma sempre con i problemi di sempre come spiega con “trasparenza” l’ottimo articolo di Christian! Qui basta saltare due mesi d’affitto che l’idea malsana di metterti una pietra al collo sul ponte Garibaldi, ti solletica e non poco!
    Comunque l’utopica speranza é sempre l’ultima a morire e finché ci saranno persone come Christian a tamponare le falle di questo mondo, mi sento forte e ottimista! son giá passati 25 anni e sto ancora qui a dire la mia come dice Guccini, malgrado la situazione sia peggiorata fortemente rispetto agli anni passati!
    Grazie per l’articolo!

  11. Federica scrive:

    Invece la regola più difficile da affermare – per i lettori, innanzitutto – sarà la 7: Si attaccano anche violentemente le idee, le retoriche, le azioni, non le persone. Sarà difficile affermare le differenze tra una cosa e l’altra. Nel mondo di internet, appena provi a proporre un’idea polemizzando con un’altra, o sei già una grande firma e ti penzolano tutti dalla lingua senza manco capire che stai dicendo, o altrimenti ti ritrovi circondato di persone che si sentono punte sul vivo come se le avessi offese personalmente, solo perché magari hai detto che gli ebook non ti convincono o che tu imposti il tuo lavoro in un certo modo invece che in un altro.

  12. fran scrive:

    Non mi hanno mai pagato

  13. spago scrive:

    ottimo! Ti aspetto in edicola!

  14. g1776 scrive:

    Ah Raimo…manco hai iniziato e già caghi er cazzo.
    Intanto te sei portato tutti l’amichetti tua e la sorellina.
    Magari era il caso di un 11esimo punto ad hoc.

  15. Enrico Marsili scrive:

    Queste sono accuse serie. A prescindere dalla loro veridicita`, tira una bella arietta,eh?

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    1. No alle marchette, di nessun tipo, mai, senza eccezioni. 2. No al linguaggio pubblicitario, “segnalazioni”, sudditanza nei confronti degli uffici stampa. 3. Gli articoli vanno scritti per i lettori non per ammiccare a qualche altro giornalista cultu…

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