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Very holy – un estratto da “I fratelli Michelangelo”

 

(È uscito in questi giorni per Mondadori I fratelli Michelangelo, nuovo romanzo di Vanni Santoni. Ne pubblichiamo un estratto dalla terza parte, su gentile concessione dell’editore.)

* * *

– Che tipo è, dimmi un po’, Ramesh, questo J.J. Gurgaya. Tu hai fatto degli shoot per loro, no?
– Però, – si intromette Carletto, – potevamo anche prendere una macchina, se ha l’ufficio così lontano.
– Quello è un grand’uomo, fidati compa’: the asian King of Fashion.
– Questo lo abbiamo detto ieri in riunione. Dico, lui, come persona.
– Intanto, altro che ufficio, quello è un compound. E poi dovresti vedere suo fratello, J.G., lo stilista. Grassissimo.
– Come Ferré!
– Cosa c’entra ora Ferré, Carlo?
– È uno stilista. È grasso. Fammi accendere.
– Io non capisco come puoi fumare con quest’aria. Tieni. E non mi guardare come a dire Che problema c’è? Gesù cristo, siamo sul cassone di un’Ape, allo scoperto a parte queste tendine di plastica, l’aria è così marcia che non vedi a cento metri, in più qua si respira cemento, oltre a questa polvere impestata…
– Gurgaon è pesante, compa’.
– Sentito? Anche Ramesh mi dà ragione. Certo che ne stanno tirando su, di roba… Stiamo viaggiando su questo trabiccolo da quanto? Un’ora?
– Cinquanta minuti.
– Cinquanta minuti e non abbiamo visto altro che cantieri. Decine di chilometri di cantieri.
– La crescita, compa’.
– Sì, va bene. Ma ci facciamo strada nella polvere, perdio, nell’eternit, e questo fuma. Eh, Carle’? Ramesh, qui, che è il ritratto della salute, non fa che tossire, e tu fumi.gurgaon
– Manda via il sapore cattivo.
– Ma vaffanculo. Dammene una, va’ là…
Quando il rickshaw si ferma, mi sono già acceso la seconda.
– Ah, però. Guardie armate sulle mura.
– C’è un rischio reale, Ramesh? Tipo che qualcuno lo assalti?
– Intanto fa vedere a tutti che se giri per qui, devi stare tranquillo.
– Di certo pare meglio quello dell’altro giorno, come si chiamava…
– Ma chi, Birlat? Birlat, compa’, è un’impresa familiare in confronto a questi.
– Bene, bene…
Scendiamo da quel cesso di Ape e Ramesh allunga qualche rupia al conducente dicendogli di aspettarci.
– Comunque quelle sciarpe non erano male, dice Carletto.
– Seh, e poi prendiamo pure gli orecchini e gli anelli e al sabato montiamo il banco al Lago di Como… Carlo, siamo qua a far business. Business serio, te capì?
– A me lo dici, Louis?
– Compa’, dice Ramesh, vedrai la pashmina su nell’Himalaya, altro che quegli stracci di Birlat…
Spunta uno sgherro in turbante, ci fa un gran bell’inchino. Dietro di lui varchiamo un buco nel cemento. Le guardie annuiscono appena.
So, you work with Gucci? – chiede Carlo allo sgherro. Ci manca solo che si metta a prender la parola… Che poi, lo parlasse bene, l’inglese…
– पैनल पर उस आदमी Gurgaya Double G है.
– Che ha detto, Sandokan, lì?
– Ha detto che quello sul pannello, lo stemma che ha indicato Carletto, è la Gurgaya double G, il simbolo di Gurgaya nel mondo.
–Pensa tu. E ora dove se ne va?
– Penso a preparare la sala riunioni, compa’.
– Perché vedi, questa “Double G”…
– Ma che ne sai, Carle’? Come se capissi di moda…
– Capisco abbastanza per vedere che è uguale al logo di Gucci.
– Shhh!
– Hai sentito Ramesh? Silenzio. Perché silenzio, Ramesh?
– Il vecchio la odia questa cosa. Pare sia nata prima la Gurgaya Double G.
– Ma Gucci esisterà dal…
– Shhh. Adesso ci chiamano di là. Dai, seri.
E di là andiamo, e come sala riunioni, be’, sicuramente sanno come impressionare il prossimo, ’sti Sikh.
– Chissà se queste icone russe sono vere.
– Icone russe?
– Questi quadri, Carlo.
– Questi di legno? A occhio valgono un botto di cash. Ehi, Ramesh!
– Ne parliamo dopo compa’, guarda stanno entrando, c’è anche J.G., lo stilista. Buoni, buoni. Stiamo a sentire il vecchio…
E il vecchio, la barba perfetta sotto l’enorme turbante arancio, sarà anche buffo, ma presenza ne ha. Il ciccione, caftano bianco con un ricamo sottilissimo d’oro sul colletto, gli resta in piedi a fianco.
– Very well, – dice J.J. Gurgaya, sorridendo ma senza scoprire i denti, a Ramesh, e poi lanciando un’occhiata a me e Carlo che è una passata di scanner.

. . . . . . . . .

– Come siamo andati?
– A me lo chiedi, compa’?
– Bene, no?
– Stai zitto, Carle’. Lo chiedo a te, Ramesh, perché non sono pratico di modi indiani. In Italia te lo saprei dire subito che impressione ho fatto su questo o su quello. Qua i codici sono diversi… Per questo ci sei tu.
Delhi, center!, dice Ramesh all’ometto del rickshaw. Io dico che siamo andati bene, compa’. Poi quella storia di Pitti… Colpo di genio.
Carletto fa un sorriso che da solo illumina mezza regione. È vero, ci ha visto giusto a tirar fuori Pitti Immagine, a dire che saremmo stati lì a fare network. Poi si accende una Gold Flake, mentre il rickshaw si mette in moto, trema, barcolla, e riparte attraverso la selva di grattacieli in costruzione, nella nebulosa di polvere in cui a tratti vedi spuntare una mucca, una vecchia berlina marrone, una Honda 150 con sopra tre persone e un cane…
– Ma non è la stessa strada di prima, o sbaglio?
– Lascialo fare, compa’, sa lui da dove passare…
– All’inizio, sapete, – dice Carletto, – ho avuto paura di una cosa. Che avessero visto che siamo arrivati in rickshaw.
Lì Ramesh lo guarda. E lo guarda come a dire Non hai torto, che sciocchi che siamo.
– Ma poi, dai, l’italianità, e Ramesh, hanno fatto il resto. No? Si vedeva che pendeva dalle tue labbra…
– Il nipote era a scuola con me. Poi gli ho fatto degli shoot per “Vogue Asia”…
– Poi, ghigna Carletto, mi sentivo un po’ un pirla, a elencargli quei nomi, a snocciolare Ermanno Scervino, Alberta Ferretti, Braccialini, pure Poltrona Frau.
– Troppo di nicchia?
– Forse sì, compa’.
– Troppo cari, – dico io tirando fuori una cicca dal pacchetto di Carlo.
– Esatto. Hai visto invece il turbantazza come si è bagnato quando hai tirato fuori Massimo Dutti?
– Se è per quello anche quando ho tirato fuori Prada.
– Meno. Perché Prada è troppo. Lo sa che non possiamo essere mandati qui da Prada. E che Prada, se vuole sbarcare in India, non si affida a noi, e nemmeno a Gurgaya.
– Gucci, magari…
– Scherza, scherza, Carle’.
– Prada o Gucci no, un Dutti sì.
– Ma di fatto non ci ha mandati neanche Dutti.
– Con calma, compa’. A Pitti ci andrete veramente. Sarà la prima missione “Transocean”. È il contesto giusto. Tutti vogliono sbarcare in India, tutti. Non dimenticare mai che per legge, qua, ci vieni solo se fai una joint venture.
– Quando è Pitti, poi, Carlo?
– Ah boh. L’ho tirato fuori perché mi è venuto in mente sul momento.
– A casa controlliamo…
Poi il rickshaw si pianta all’improvviso. La strada, da qualcosa di simile a una superstrada in costruzione, è diventata una statale di campagna, se si può chiamare campagna quel cespugliame brullo, intervallato da gettate di cemento, ma non c’è niente che suggerisca che ci si debba fermare. Nessun ostacolo, niente traffico, nemmeno una stazione di servizio.
What’s up?, – dico al conducente.
– Must stop.
– Che succede? Chiediglielo un po’…
– यह क्या है, तो हम क्यों रोक रहे हैं?
– Dice che c’è un baba qua vicino. Un holy man.
Very holy, sir. We stop only for a moment. But must stop.
– E fermiamoci… Ma non sono Sikh, questi col turbante?
– Come Gurgaya, sì.
– E non hanno la loro religione?
– Eh, ma un santo è un santo, compa’.
Eccoci allora che scendiamo col rickshaw attraverso un buco nel guard-rail e da lì giù per una sterrata, fino a ricongiungerci col bordo di un’altra stradaccia che passa sotto a un cavalcavia, tra arbusti e mucchi di rifiuti. Eccoci che usciamo e seguiamo il conducente mentre procede a colpo certo in un sentieruccio verso i piloni del cavalcavia, attraverso l’erba impestata e piena di fazzolettini usati e zozzerie.
Come, come, sir!
E sì che veniamo… E saliamo ancora un poco, e il sentiero porta proprio all’attacco del ponte, al punto in cui si appoggia sulla collina. Il vano, chiamiamolo così, il più classico dei “sotto al ponte” (la mamma lo diceva sempre: Finiremo sotto a un ponte! Ecco, mamma, missione compiuta!) è protetto da mazzi di cespugli ingrigiti dallo smog a cui sono appesi stracci e biancheria smangiata e filacce luride; ci sono pure due sedie da picnic, nere per il sudicio incrostato che c’hanno sopra, ma noi proseguiamo oltre, perché il ponte nasconde ancora un altro vano, il conducente saluta con un cenno del capo un ometto pelato che esce proprio da lì, e abbassiamo la testa per entrare in una specie di caverna scavata nella terra, col cemekhumba melanto del cavalcavia per soffitto e merde di cane all’ingresso e però anche mucchi di corone di fiori e petali sparpagliati tutto intorno, e come entriamo due uomini in tutto simili al tassista, stesse scarpe dalla punta squadrata, stessi baffi e stessa camicia a maniche corte, solo senza turbante, escono e lasciano il posto a noi e in quel poco spazio, illuminato da tre lumini e due candele in mezzo alla più varia spazzatura, scatolette di sardine, residui di plastica, blister, mattonelle spaccate e grovigli di cavi elettrici, ecco in mezzo a questi mucchietti un mucchio più grande, di dreadlock bianchi, arruffati, impastati di erba secca, polvere anzi cenere, e semi uncinati, con sotto un individuo stecco e a occhio completamente fuori di testa, lì fermo, le gambe scheletriche, con le ginocchia simili a palle di legno, incrociate anzi annodate, e tiene un braccio fermo in alto, sembra atrofizzato e le unghie della mano fanno due giri a spirale, a stenderle saranno dieci, quindici centimetri, mentre con l’altra mano stringe un qualcosa di plastica bianca (è un mestolo? Un cucchiaione da insalata, a essere precisi) e lo sbatte su un pezzo di legno, a occhio un segmento di battiscopa, ci sono pure due chiodi, la colla e un po’ d’intonaco, e mentre batte fa un suono col naso o con la bocca, una specie di ronzio, won won won… E il tassista si toglie di tasca il portafoglio e pesca duecento rupie e gliele mette davanti, accanto a un pacco di plumcake al cioccolato che deve avergli portato qualcun altro, forse i due che uscivano, a un osso tozzo, mezzo smangiucchiato, e a un altro, più lungo e vecchio, tutto annerito, il femore di qualcosa di grosso, potrebbe essere pure l’osso di un cristiano…
Very holy, – ci dice, poi ci pensa un attimo, prende una pietruzza e la appoggia a fermare le due banconote e noi annuiamo e lo guardiamo guardare ’sto vecchio spostato (che non batte ciglio per le rupie o altro, ma continua a sbattere il cucchiaio sul legno e a ronzare) per un po’, finché non arriva il momento in cui, a quanto pare, possiamo ripartire e il conducente sembra piuttosto soddisfatto quando rimette in moto e si avvia e dopo un’ora del solito traffico ci lascia all’ufficio.

 

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
Commenti
4 Commenti a “Very holy – un estratto da “I fratelli Michelangelo””
  1. Luna Berta scrive:

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  1. […] nostra prima occasione di ricordare a tutt che è uscito l’atteso I fratelli Michelangelo (qui un estratto, qui una bella recensione di Chiara Fenoglio, qui invece il memento per […]

  2. […] un altro estratto, stavolta dalla “parte indiana” del romanzo, con Louis e Carletto, su […]



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