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Vestiti da grande: un inedito di Kerry Hudson

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Pubblichiamo la versione integrale del racconto inedito che Kerry Hudson ha letto ieri al Festival Letterature durante la serata dedicata ai finalisti del Premio Strega Europeo. Ringraziamo l’autrice, il festival, la Fondazione Bellonci e l’editore minimum fax per la gentile concessione del testo. Vi segnaliamo due appuntamenti con Kerry Hudson: oggi, mercoledì 6 luglio, alle 18.30 alla libreria Nina di Pietrasanta; domani, giovedì 7 luglio, alle 18.30 al Maré di Cesenatico in un incontro in collaborazione con la libreria Pagina 27.

Vestiti da grande

di Kerry Hudson

traduzione di Federica Aceto

È l’odore che mi fa fermare. Il dolore delle scarpe che sfregano contro la pelle, la patina di sudore sulla mia faccia, la consapevolezza di camminare mezzo passo più veloce degli altri in questo mercato londinese: tutto scomparso. Quello che rimane è l’odore di caramello che mi si insinua nelle narici e mi ferma con forza, come una mano che mi afferra per una spalla. Eccola, stipata in un angolo su una bancarella che vende dolci bengalesi, l’ampia scodella argentata piena di zucchero filato, nuvolette rosa chiaro che fluttuano nell’aria cittadina, calda e sporca. I dolci sembrano lucenti pezzi di plastica scolpiti con cura, mucchietti di plastilina. L’odore mi attira e mi avvicino di un passo.

E rieccomi al circo, minuscola, con un impermeabile rosso dalle maniche che mi penzolano tanto sono lunghe. E mia madre, ventidue anni sì e no, col fiato che sa leggermente di vodka, il mascara appena sbaffato, che mi trascina un po’ troppo di corsa verso un elefante. Fili di luce sopra di noi, nel cielo della sera. C’era fango a terra? Forse. E l’elefante puzzava di letame? Mia madre, che gridava «dai su!», mi ha tirato per un braccio così forte che per poco non me lo slogava? Mi sono seduta davvero in groppa a quell’animale enorme, triste? Col palmo minuscolo della mia mano sulla pelle ruvida e calda della sua testa mentre un pagliaccio ci scattava una Polaroid? Sì, ho visto quella foto, quei colori troppo vivi. La bambina in quella fotografia, con una nuvola gialla di zucchero filato al posto dei capelli, le labbra tese che scoprivano denti. Una faccia da foto scontenta, nello sforzo di accontentare qualcun altro.

Mi devo sbrigare, sono già in ritardo. Mi aspettano alla BBC per un’intervista. Me la ricordo, la mia prima intervista, il cuore che mi urlava nel petto, il sudore freddo che si raccoglieva nelle pieghe dei vestiti, nelle giunture. Pensavo: «La gente riderà di me, sentirà la verità». Ma ora, mentre corro da una fermata all’altra della metropolitana di Londra, io so – perché ho imparato a parlare con quella determinata inflessione, a fare quella risata profonda nei posti giusti – che andrà tutto bene. Mi sorprende che le persone mi ascoltino quando parlo, ascoltano me, che sono cresciuta sapendo che a nessuno interessava cosa aveva da dire una ragazzina come me. O comunque che anche solo qualcuno, tra loro, mi stia ad ascoltare.

Qualcosa mi va a sbattere contro i talloni. Un passeggino. Due bambini piccoli seduti uno davanti all’altro; il corpo di quello più piccolo sporge da un lato per la stanchezza. La madre, con un foulard turchese che le avvolge la testa, forse somala, sorride, alza una mano morbida e paffuta per chiedere scusa,o forse per respingere un’accusa. Ma io sono ancora circondata dall’odore, quel ricordo, un crepitio sullo sterno, la sensazione che la mano che prima mi ha fermato ora mi prenda facendomi dondolare delicatamente sopra le mie costose scarpe col tacco.

«Scusi, chiedo scusa».

Ho bisogno di sedermi. Davanti al burger bar ci sono delle signore anziane. Fumano tutte. Nonostante il caldo, hanno giacche a vento del colore di vecchi rossetti per le labbra: tonalità di prugna e rosa, pallide e zuccherose. Una porta anelli d’oro su tutte le dita, un’altra ha gli occhiali da sole e un’ispida zazzera di capelli più o meno arancioni sul viso cadente e lentigginoso. Parlano ma non sorridono, guardano ovunque, ma non si guardano in faccia.

Mi trascino a un tavolo col separé vicino una finestra oscurata da poster giganteschi con le foto di hamburger tigliosi e una torta di mele giallognola con la panna montata che cola da tutte le parti. Poso le mani sul tavolo di plastica color crema, leggermente unto, una chiazza secca di ketchup vicino al mio pollice.

Rischio di fare tardi. Bevo qualcosa e via. Per riprendere fiato, per rimettermi in sesto. Dentro il bar ci sono altri anziani, seduti chi a coppie chi da solo, tutti che stringono basse tazze bianche di caffè. Al grill c’è un uomo anziano con un cappello rosso di carta. La cameriera ha i capelli grigi, gli occhiali e la pelle rosa e flaccida, e la modernità della sua uniforme tutta nera ha qualcosa di stridente.

«Cosa prende?»

«Coca Cola, grazie».

La donna scrive sul blocchetto, come se l’ordine potesse sfuggirle nel percorso da lì al bancone.

«Coca Cola». Alza lo sguardo, osserva il mio vestito di seta grigio, il mio atteggiamento cauto, controllato, il mio educato sorriso pubblico.

«Diet, per cortesia».

Alzata di sopracciglia.

«Diet».

Mi accorgo che tutti lì dentro sono bianchi. Nel cuore di Whitechapel, dove se cammini per la via principale ti sembra di stare in un mercato del Bangladesh, con le bancarelle piene di verdure tutte appuntite e pesci interi dagli occhi morti con le mosche che svolazzano attorno, io sono in un bar con tutta gente bianca, tutti anziani. Mi sfilo le scarpe, sento il freddo del linoleum sotto la pianta dei piedi nudi.

«Ecco a lei».

Una cannuccia a strisce rosse galleggia tra le bollicine della Coca Cola. La donna torna al bancone, dice qualcosa al cuoco, che mi guarda, si stringe nelle spalle e brandisce di nuovo la spatola. Wimpy. Sono in un Wimpy. Famoso per le sue salsicce ricurve, i bomboloni con sopra la crema, noccioline e gelato. Il ristorante preferito di mia madre; e anche il mio per molto tempo.

E ora sono lì con lei. Che fuma; ride, ma un po’ troppo forte, con la bocca un po’ troppo aperta. Non arrivo con i piedi a terra e guardo mia madre e la sua amica con quell’esaltazione di chi si aspetta di tutto, paura-eccitazione che mi pulsano nelle gambe e nelle braccia.

«Posso prendere quello che voglio, mamma?»

Glielo chiedo da dietro il menù. Lei agita la sigaretta in aria, con l’aria di una contessa scozzese, col suo forte accento strascicato. Fa da spalla alla sua amica, tutte e due indossano grossi maglioni dai colori vivaci, bottoni dorati alle orecchie, anni ‘80 dalla testa ai piedi.

«Sì, scegli tu. Quello che ti pare».

Io ero ancora piccola, ricordo che il gelato era alto quanto la mia testa, che non riuscivo a capire perché, ma la loro conversazione infastidiva gli altri clienti, e che ho mangiato fino a farmi venire il mal di pancia. Ma non ero troppo piccola per sapere che non potevamo permetterci un gelato così grande. Che a casa, in cucina, c’era mezza pagnotta rafferma e un frigo vuoto che puzzava di umidità. Ed ero abbastanza grande per sapere che era meglio se non dicevo niente, che mi conveniva mangiare quel gelato e basta, senza pensare a quando l’euforia di mia madre sarebbe finita e lei si sarebbe arrabbiata o messa a piangere o sarebbe scivolata in un silenzio nero, mortale.

Bevo qualche sorso di Coca Cola. Il mio telefono ronza. Un piccolo insetto insistente. Immagino che sia Henry. Stamattina eravamo seduti insieme, avvolti nel sonno. Una caffettiera di miscela etiope, sul giradischi un pianista nigeriano, le mie foto alle pareti, la dispensa della nostra cucina piena di spezie, il frigo pieno di frutta biologica, salsine giapponesi dense e marroni, e formaggio francese. Io, nuda e accoccolata sul divano, avvolta in una morbida coperta azzurra, di nuovo bambina. La faccia scoperta, un accenno di lacrime, i capelli tutti sparati, le mani strette attorno alla tazza.

«Mi ami?»

E Henry, una pausa, un secondo per riflettere, un attimo di irritazione e la decisione di portare pazienza.

«Certo che ti amo, dai» .

«Non è vero. Lo sento. Come potresti? Dal momento che sono così».

La sento; non un semplice ricordo, ma davvero, sul serio, quella bambina che si alza dentro di me, che si lancia in un ballo scatenato tutto attorno alla casa che ho costruito, che butta a terra le mie foto, fa la cacca sulla moquette, si strappa i capelli dalle radici per richiamare l’attenzione – e io non so che fare.

Io non sono una madre – troppo spaventata dall’eco della mia – eppure lo sono. Sono la madre di questa bambina piena di paura e di rabbia che mi compare dentro come una bomba e minaccia di fare a pezzi il mio mondo se non riesco a trovare un modo per prendermi cura di lei, nutrirla, darle quello che non ha mai avuto. Solo che non posso. Non so come si fa. Non mi è stato mai insegnato, detto, mostrato. E allora lei urla dentro di me, batte i pugni all’interno della mia gabbia toracica. E io sono su quel divano insieme a una persona che amo, con la faccia irrigidita, la bocca serrata come a volerla tener chiusa lì dentro. Henry mi afferra, mi posa la mano sulla pelle nuda dello sterno, e io faccio di no con la testa, gli tolgo la mano, mi alzo per andare a vestirmi.

Vestiti da adulta, scarpe che mi fanno male, un abito di seta grigio, e quella bambina chiusa dentro come in un bozzolo. Lui è ancora seduto dove l’ho lasciato, con il viso tirato. Chissà se anche lui ha dentro di sé il suo bambino solo e solenne. Che gli dice che non riuscirà mai a convincermi del suo amore, che gli rinnova il ricordo di sorde ferite e delusioni.

Mi fermo sulla soglia, una bambina che gioca a vestirsi da grande. «Il fatto è che non riesco…», gli dico. Lui non mi guarda, ma vedo le labbra che si muovono, s’increspano leggermente, io me lo immagino bambino, timido, che desidera amore ma non lo chiede. La mia bambina no, io no. Io l’amore lo reclamavo a gran voce. Io imitavo mia madre nei suoi alti e bassi vertiginosi, nelle sfuriate violente, tutte cose all’ordine del giorno.

E ora allontano da me il telefono che vibra sul tavolo. Lascio che la radio riempia di qualcos’altro i cinque minuti che mi restano. Ma chi ha voglia di sentirmi parlare delle mie foto. Di me che rubo, prendo una vita che dovrebbe essere una canzone e faccio di una singola nota la verità. Di me che torno nei posti difficili da cui provengo e fotografo dita ingiallite dalla nicotina, pieghe di pelle nutrita a suon di zucchero bianco di qualità scadente e pane, occhi privi di speranza, case pacchiane, bambini con pannolini sporchi di cacca, giovani mamme con i polsi sottili e i denti cariati che pensano che farò di loro delle modelle.

E invece, io le prendo e le offro a gente “di fuori”. È così che vivono le persone. Vedete? Potremmo esserci noi al posto loro. Visto? Non è una cosa incredibilmente affascinante? Non è terribile? Non è tutto anche, sì, così squisitamente britannico? Non vedete l’umanità, la speranza, il desiderio sotto lo squallore, scavate, scavate più a fondo, sì, lì?

Oggi alla radio non dirò di me che vado in quei posti con il desiderio tornare a casa. Con il desiderio di essere riconosciuta e accolta. Per sentire non solo che io quel mondo lo conosco, ma perché mi riprenda. Non che io lo voglia. E che quando sono sul treno del ritorno, o cammino per le strade di Londra per tornare a casa nostra, in un quartiere così “vivace”, mi fermo davanti allo specchio dell’ingresso e mi sollevo il maglione per vedere se il mio corpo non è cambiato, per controllare se i denti sono dritti e se la bruttezza della mia infanzia, quella macchia color grigio spento, è stata lavata via; e poi vado a vedere Henry, mi avvolgo attorno al suo calore, quel calore che presto allontanerò da me perché quella bambina con l’impermeabile rosso e il mal di pancia mi parla piano all’orecchio anche quando penso che non dica niente.

Alzo una mano per chiamare la cameriera. Indico il menù di plastica. Un bombolone, con sopra gelato, crema di cioccolata, noccioline. La cameriera sorride.

«Brown derby?»

Io ricambio il sorriso per educazione, da tempo ormai ho smussato i miei lati spigolosi che venivano fuori quando vedevo ogni sorriso come una provocazione, un “mi vuoi prendere per il culo?”

«Il sapore della mia infanzia», le rispondo.

Mentre mangio il gelato freddissimo e il bombolone croccante e untuoso, quandola porta si apre ed entra il fumo della sigaretta insieme a lenti brandelli di conversazione, ecco che arrivano i ricordi. Come le mie fotografie. Nota per nota.

Finisco, pulisco la scodella col cucchiaio. L’ora della mia intervista è passata da tempo. Sono in un Wimpy, né a casa né straniera. Sapore di zucchero sulla lingua. Quando me le rimetto, le scarpe tornano a sfregarmi contro la pelle. Voglio andare a casa. Lascio una banconota per pagare, come mia madre tanti anni fa: venti sterline, metà dei nostri soldi per il resto della settimana che lei ha buttato lì con ostentazione, dopo aver litigato con la cameriera.

Esco e cammino nel caldo del mercato, verso file di sari appesi dai colori vivaci che risaltano nel grigio dei marciapiedi di Londra, teste di pecore sotto il sole e da qualche parte una canzone pop che viene da una radio sintonizzata male.

Voglio andare a casa. E ci vado.

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