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Viaggio al termine della fiaba: una gita a Roccagloriosa

di Gianluca Liguori

(Illustrazione: Marco Rocchi. Foto: Giacomo Monteleone)

Immaginate di abitare o anche solo essere originari di un piccolo paese di provincia. Immaginate ora che uno scrittore ambienti un romanzo nel vostro piccolo paese e in altri del circondario. Immaginate poi di leggere, su un giornale o un sito, un articolo sul romanzo in questione in cui si afferma che il vostro piccolo paese e quelli intorno al vostro non esistono, sono un’invenzione dell’autore.

Ecco, se foste abitanti oppure originari del paesino di Roccagloriosa, in Cilento, o della sua frazione Acquavena, o di Terradura, frazione di Ascea, è quanto vi sarebbe potuto capitare: avreste potuto leggere che il vostro paese non esiste, è frutto dell’immaginazione dello scrittore Francesco Iannone, salernitano classe 1985, che in quelle terre ha scelto di ambientare Arruina, notevolissimo esordio uscito a marzo per il Saggiatore. Per questo, sabato 12 ottobre, accompagnato da Francesco Iannone, sono andato a Roccagloriosa, Acquavena e nel borgo abbandonato di San Severino di Centola, alla ricerca dei luoghi in cui è ambientato il romanzo, con l’intento di testimoniare che quei luoghi esistono. Ma forse è opportuno un piccolo preambolo sul libro e sulle circostanze che mi hanno portato a Roccagloriosa.

Avevo letto Arruina, che tradotto letteralmente dal dialetto campano significa “Rovina”, ad agosto. Mi aveva colpito per il sapiente uso della lingua, per la scrittura precisa, meditata, senza parole lasciate al caso, per la costruzione di una voce singolare, potente, densa, che si muove in equilibrio tra un lirismo ben padroneggiato – l’autore, è evidente sin dall’incipit, ha trascorsi poetici – e l’utilizzo di un vocabolario dialettale, creando un linguaggio perfettamente aderente alla narrazione messa in campo.

La storia (una favola oscura, come si legge nel sottotitolo in copertina) si apre col rapimento – anticipato da una profezia delle vecchie del paese – di una bambina, la Sperduta, da parte delle Nerissime, che sono streghe – la cui permanenza in vita dipende dalla morte della bambina – che sbudellano cadaveri, smembrano corpi.

            La porteranno via, lontano, in un altro mondo, lontano. Lo chiamano Roccagloriosa, si trova lì la fonte che congiunge le acque di Acquavena, che è il mondo di qua, alle acque immortali che fanno di quel mondo un prodigio, una magia. (pag. 11)

La trama si sviluppa, in un tempo senza tempo in cui l’unico riferimento cronologico evoca l’alluvione di Sarno del 5 maggio 1998, attraverso il viaggio che i genitori della Sperduta intraprenderanno per ritrovarla. Durante il tragitto il padre e la madre della bambina si imbatteranno in una serie di personaggi archetipici – la Briganta, il Poeta Antico, la Grande Madre, la Sciancata, ‘o ‘Mpasturato, il Matto – a cui si accompagneranno nell’oscura avventura che li condurrà a Roccagloriosa. Infine i due dovranno vedersela prima con le Ianare – ispirate chiaramente alle Janare, streghe tipiche di antiche credenze popolari del beneventano, dell’avellinese e del casertano, protagoniste di racconti della tradizione contadina e popolare – e poi con le Nerissime.

Arruina è un lavoro ambizioso, ben riuscito, che si discosta dalle produzioni editoriali dominanti, facendo ciò (o meglio: una delle cose) che la letteratura dovrebbe fare: creare immaginario. D’altronde anche il ribaltamento tra finzione e realtà generato intorno alla presunta invenzione dei luoghi è conseguenza della perizia con cui Iannone ha creato il suo universo letterario. Va dato dunque merito all’autore per la capacità e il coraggio di osare, sperimentare (con il linguaggio, con il genere: la fiaba, lu cuntu), sempre tenendo saldi i riferimenti classici, per tentare di andare oltre, alla ricerca di strade nuove, che anche altri stanno battendo. La lettura mi ha infatti evocato – per le atmosfere, per cupezza e oscurità delle immagini, ma anche per l’importanza e l’attenzione ai corpi, alla carne – due romanzi che ho molto amato, il quasi omonimo Dalle rovine (Tunué, 2015) di Luciano Funetta e I Cariolanti di Sacha Naspini (Elliot, 2009; sarà ripubblicato da E/O nel 2020). Al contempo ho riscontrato interessanti comunanze – di intenti ed esiti, nella creazione dei personaggi, nell’approccio ai luoghi e nel rapporto con la terra, ma anche nell’affondare le radici in modelli classici per rifondare una mitopoiesi – con un’altra pubblicazione recente, L’ora del mondo di Matteo Meschiari, edito da Hacca edizioni, a dimostrazione di una tendenza, un sentire comune di alcuni scrittori italiani contemporanei.
Una delle peculiarità di Arruina e le altre opere succitate sta nella capacità di penetrare al nocciolo delle cose, di indagare il senso e il mistero dell’esistere, rappresentando una letteratura ancestrale, di storie narrate davanti a un fuoco, nel buio della notte, che ricollocano l’essere umano a una dimensione originaria nei confronti della natura (e quindi dell’invenzione della letteratura).

Pochi giorni dopo aver letto Arruina, ho ricevuto l’invito per fare da relatore alla presentazione romana del libro, che avrebbe inaugurato il calendario di incontri della nuova libreria Bookstorie, nel quartiere Monte Sacro. Motivo per cui, per approfondire, sono andato a leggere la rassegna stampa che ha accompagnato l’uscita: è stato allora che ho riscontrato che più d’un recensore aveva inteso i luoghi del romanzo come invenzioni dell’autore.
Sarà perché sono nato in una città non distante e ho vissuto in un paese, sul versante opposto rispetto a Roccagloriosa, del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, ma non avrei mai pensato che si potessero interpretare quei paesi come creazioni fantastiche, tanto più che gli altri posti citati nel testo (Torre Orsaia, Lagonegro, Sarno) li conoscevo più o meno bene. Pertanto ho trovato curioso e interessante il ribaltamento tra realtà e finzione avvenuto in alcuni lettori di Arruina. Non poteva dunque mancare, in occasione dell’incontro in libreria, una domanda a riguardo all’autore: ero curioso di sapere cosa aveva pensato e come aveva reagito al ripetersi del fraintendimento. Iannone aveva risposto che “Roccagloriosa è a tutti gli effetti la proiezione di una dimensione interiore nascosta, riparata, e perciò non mi stupisce che venga considerata come inesistente. Non riusciamo a concepire Roccagloriosa, ma nemmeno riusciamo a pensare certe profondità di noi stessi di cui invece siamo capaci eccome. Roccagloriosa è un simbolo e di solito i simboli preferiamo cercarli nelle finzioni letterarie e non nella realtà”.
L’indomani stesso, a riprova, in una recensione appena uscita si leggeva: “Scenario del racconto sono Acquavena, Terradura e Roccagloriosa, tre località immaginarie”.
Al che ho scritto un messaggio a Iannone, gli ho detto che bisognava far sapere che Roccagloriosa esiste.
Tre settimane dopo, alle nove e trenta della mattina del 12 ottobre, incontro Iannone (d’ora in poi Francesco) nel luogo stabilito per la partenza, a Battipaglia. Con lui c’è Giacomo Monteleone, ventitreenne musicista e fotoamatore di Siano, appassionato di borghi antichi. Quando mi stringe la mano – una stretta forte, da chitarrista – emetto un gemito: Francesco sorride, sa che ho appena tolto il gesso. La giornata inizia così. Montiamo in auto, ci consultiamo sul percorso: Google Maps ci suggerisce di fare la Statale 18, siamo d’accordo. Si parte.

Attraversiamo i territori di Battipaglia, Eboli, Capaccio Paestum. Ci raccontiamo le nostre storie, parliamo di scrittori e libri, editoria e letteratura, persone e luoghi, mozzarelle. Ci lasciamo alle spalle la Piana del Sele, superiamo Agropoli: entriamo in territorio cilentano. Si susseguono le uscite della Statale. Prignano Cilento. Diga Alento. Perito. Omignano. Vallo Scalo. Pattano. Vallo della Lucania. Ceraso. Cuccaro Vetere. Futani. Massiccelle. Poderia. Non siamo lontani: lasciamo la Statale, seguiamo per Roccagloriosa. Francesco è visibilmente emozionato, rallenta appena per consentire a Giacomo di immortalare il cartello, ma abbiamo una vettura dietro e non possiamo accostare: lo scatto viene mosso. Alla successiva rotatoria i cartelli indicano da una parte Acquavena, dall’altra Roccagloriosa. Siamo nelle terre di Arruina. Francesco confessa di provare una strana emozione.
Racconta di aver scelto i luoghi di ambientazione sulla cartina, in base alle suggestioni evocate dai nomi. Dice che c’era stato da bambino coi genitori, ma non vi era mai tornato: aveva ricordi vaghi. Per creare l’immaginario dei luoghi della sua storia si era basato su fotografie, recuperate su Internet, del borgo medievale abbandonato di San Severino di Centola.
Un tabellone ci indica che siamo nel Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, un altro segnala la zona archeologica. Ci fermiamo a uno slargo per sgranchirci e fare delle foto dal basso al paese arroccato. Mi accendo una sigaretta, c’è un silenzio a cui non siamo abituati, è interrotto solo da versi di uccelli, cani, capre, pecore: nessun suono percepito ha origine umana. Francesco va sul limite della strada, indica in alto.
Si chiama Roccagloriosa, il nome deriva dal latino: “rocca” prende origine dalla strategica posizione geografica – costruito su uno sperone arroccato, è stato per secoli una roccaforte – mentre “gloriosa” si riferisce al culto della Gloriosa Madre di Dio raffigurata nella chiesa – la più antica del paese, costruita nel 412 – che ne porta il nome.
Mentre Francesco e Giacomo scattano foto, leggo i tabelloni di benvenuto in cima alla piazzola. Uno dice che Roccagloriosa è gemellata con Fermoselle, provincia di Zamora, in Spagna: mi chiedo se qualcuno l’abbia mai pensato inesistente. Sulla carreggiata opposta c’è un bellissimo casolare, una metà sembra in stato d’abbandono, l’altra sembra abitata. Francesco è incredulo, dice che è identico ai casolari che ha immaginato e poi descritto in Arruina.

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Percorriamo gli ultimi chilometri e ci troviamo in quello che sembra l’inizio del paese. Alla nostra destra c’è uno slargo con una fontana e una strada in salita; alla sinistra, sotto un filare di querce, c’è una fermata bus con delle panchine ai lati e davanti l’unico posto libero di una fila di macchine che raggiunge la zona pedonale. Parcheggiamo e scendiamo.
Ci sono sei, sette persone, alcune sedute, altre all’impiedi. Scruto i volti, sembrano usciti da un film di Fellini, Pasolini o Ciprì e Maresco, o potrebbero essere personaggi di Arruina. Sono volti cotti dal sole, che sanno di campagna, di terra, volti che racchiudono la montagna e il Mediterraneo. Fermiamo un uomo anziano: ha orecchie e naso grandi, la barba grigia lunga di qualche giorno e un paio di occhiali dalle lenti polverose legati a un laccio. Porta una borsa a tracolla, un bastone e una coppola di tweed e indossa una giacca, dal cui taschino sbuca una penna, su un maglione. Si mostra subito disponibile. È con una ragazza dai tratti sudamericani in canotta e jeans, che dopo scopriremo essere la nipote.
Chiediamo se siamo in paese e dov’è il centro, l’anziano ci dice che inizia lì dove siamo, che si può girare a piedi. Ci indica una strada in salita. È cordiale, ci chiede che cosa facciamo da quelle parti. Rispondiamo che ci troviamo lì perché Francesco (che mostra una copia senza che l’oggetto susciti interesse) ha scritto un libro in cui si parla di Roccagloriosa, e che siccome in alcuni articoli di giornale è stato scritto che Roccagloriosa, Acquavena, Terradura, Torre Orsaia sono luoghi di fantasia, volevamo vedere se esistono.
Esiste, esiste, dice l’uomo mentre ride di gusto insieme alla nipote. Poi allarga le braccia, fa un mezzo giro del capo come a dire “non lo vedete? È qui, davanti a voi”.
Ci informa che ci sono due musei, poi si volta e indica una costruzione sulla via parallela: è il Museo Civico Archeologico “Antonella Fiammenghi”, in piazza Borgo Sant’Antonio, che custodisce numerosi reperti archeologici ritrovati nei due insediamenti lucani (un complesso abitativo e la Necropoli monumentale) risalenti al IV e III secolo a.C..
La nipote dice che non sa se è aperto né se apre. Se vogliamo visitarlo possiamo chiedere le chiavi al bar. Francesco è sbalordito dalla cosa. La ragazza aggiunge che l’altro museo (in cui sono esposti i reperti delle due tombe del sito archeologico) è nella parte superiore del paese, in piazza del Popolo. E poi, interviene l’anziano, c’è il museo dell’olio.
Francesco chiede dov’è il castello e come arrivarci. Ci dicono che è in alto, che bisogna salire, conviene prendere l’auto. Decidiamo di visitare prima il borgo. Ringraziamo e ci congediamo, poi entriamo nel bar Fistelia lì di fronte. Prendiamo tre bottigliette d’acqua e un caffè, intanto fanno capolino anche il signore e la nipote. Ricomincio a parlare con lui. Si chiama Mario Balbi, ha 93 anni. Sono tanti, dice sorridendo. Gli faccio i complimenti, lui sorride ancora e ringrazia. Chiedo se è pensionato, cosa fa. Ho due pensioni, dice ridendo mentre con le dita fa il segno del numero due. Dice, quasi con una punta d’orgoglio, che i Balbi a Roccagloriosa sono molti. Racconta di aver lavorato per una vita in Germania e di aver vissuto poi tre anni in Venezuela. È partito a venti anni, ha vissuto a Villingen, nella Foresta Nera: lavorava in una fonderia, fondeva anche a mille gradi, dice fiero. Aveva fatto ritorno a Roccagloriosa per la pensione.
Li ringraziamo e usciamo. È una giornata splendida, per quanto sia metà ottobre c’è un sole caldissimo, estivo. Fuori dal bar mi soffermo sui manifesti funebri, i morti più recenti avevano 93, 90, 87 anni. Penso al signor Balbi, ne mostrava dieci o quindici di meno. Il Cilento è d’altronde tra le zone con più alta concentrazione di centenari (un anno fa erano trecento), tanto che persino l’Università di San Diego se n’è occupata. È in questi luoghi, inoltre, che il biologo e fisiologo statunitense Ancel Keys ebbe le prime intuizioni per gli studi che lo condussero a teorizzare il modello della Dieta mediterranea, ma questa è un’altra storia.

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Dopo questo primo incontro, prendiamo corso Umberto I. Giacomo scatta a ripetizione, fotografa persone, costruzioni, il paesaggio: la bellezza ci circonda. Una vecchina seminascosta ci spia da dietro a un vetro, solo la parte superiore del viso sbuca in un angolo della finestra. È una Janara, dico. A metà salita mi metto in posa e dico a Giacomo di farle una foto fingendo di inquadrare me. Avanziamo di pochi metri, ci imbattiamo in un’iscrizione su un muro: il quadrato magico del Sator è lì per dirci qualcosa, non ci sono dubbi. Le suggestioni ci fanno sentire parte di un mondo fiabesco che attraversa secoli e leggende. Proseguiamo, in fondo alla strada c’è una piccola galleria che si apre sotto una costruzione a tre piani. La attraversiamo mentre cerco informazioni su Google e scopro che il sindaco si chiama Balbi Giuseppe. Ci chiediamo se sia parente, o addirittura il figlio, del signor Francesco. La galleria ci fa sbucare su una terrazza naturale, su cui affacciano balconi e finestre, che dà su un’incantevole vista della vallata e del monte che la sovrasta. Siamo estasiati, rapiti dalla natura e dalla quiete. Mentre osserviamo il panorama si affaccia una donna anziana, indossa una sgargiante camicia di lana rosa su una gonna viola: ha un sorriso bellissimo, gioioso, cordiale. La salutiamo, le diciamo il motivo della nostra visita, la storia che Roccagloriosa non esiste.
La signora si mette a ridere. Fate bene, ci dice sorridendo. La gente del posto non lesina risate e sorrisi, mette a proprio agio e di buon umore. Accoglienza, disponibilità e gentilezza che stiamo trovando rivelano come un’umanità perduta che si conserva in questi luoghi che paiono lontani dall’accelerazione dei tempi.
Continuiamo a perlustrare il borgo. Coloro che incrociamo ci sorridono e salutano. Un intenso odore di ragù esce da una finestra e impregna tutto il vicolo. Quasi tutte le case hanno una scopa appesa accanto all’entrata.
Francesco ci spiega che le scope fuori alle porte si tenevano per difendersi dalle Janare. Erano appese all’insù perché le streghe si fermavano a contare le setole: mentre le contavano tutte diventava giorno e fuggivano. Attraversiamo i vicoli in un silenzio profondissimo, alcune porte hanno l’uscio aperto. Una ragazza su un balcone, intenta a stendere dei pantaloni, non appena ci scorge ci guarda di sottecchi, poi rientra. Si riaffaccia qualche attimo dopo, ci spia. Poi rientra ed esce di nuovo per appendere altri indumenti. Ci osserva ma sembra che non voglia farsene accorgere. Quando passiamo sotto il suo balcone, il silenzio è interrotto da una musica ad alto volume col ritornello che fa Mi sento una betulla in piena estate insieme a te (quando ripasseremo dalla stessa finestra si sentirà Motta, Sei bella davvero). Camminiamo, catturati dai minimi particolari: finestre, archi, scale, porte, fiori, giardini, bottiglie vuote di Peroni scolorite dagli anni su una finestrella, il cartone da latte che riveste la sella di una vecchia Vespa blu, l’immagine appesa a una porta di un Cristo con sotto scritto chi mi ama non bestemmia, i gatti, i cani, panni stesi, uno sturalavandino davanti a delle scatole di servizi di piatti dietro a una grata, i colori, le piante, le cassette della posta, alberi di limoni, di fichi, di melograno, ulivi, viti, aranci, ciliegi, fichi d’india, capperi, magnolie. Le fontane, i sottoscala, balconi, vasi, lampade, lampioni, tetti, comignoli, sedie, fili della luce, bombole del gas. Scorci incredibili. Odori di frittelle di fiori di zucca, melanzane indorate e fritte, ragù, roastbeef si alternano nelle narici. Una signora sull’uscio di casa ci saluta, iniziamo a parlare, le raccontiamo la storia del libro e di Roccagloriosa che non esiste. La donna si fa una grossa risata. Ditegli che esiste, dice. Proseguiamo nei vicoli in un silenzio che imbarazza.
È questo silenzio, dice Francesco, che ho provato a raccontare nel romanzo. All’improvviso una voce femminile grida Ma che cazz’!, segue il rumore di una persona che scappa, di un tavolo che si sposta: una donna si catapulta nel vicolo, La lucertola! Una lucertola!, urla. Mi fanno paura, dice appena ci nota. Una vicina, avrà avuto un’ottantina d’anni, si avvicina, prende la scopa appesa ed entra in casa. Dovrebbero girarci un film, dico, usando come attori la gente del posto, oppure un documentario in cui intervistano tutti, casa per casa.

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La passeggiata ci conduce su una piazza terrazzata, Piazza del Popolo. Tra querce che iniziano a perdere foglie gialle e vasi circolari in pietra, scorgiamo due anziane vestite di nero che confabulano sedute su una panchina e, affacciato con sguardo assorto al muretto che dà sulla valle, un uomo piccolo coi baffi e capelli ricci in cui il bianco si fonde col giallo e col grigio e col nero, con addosso un largo maglione beige sopra dei pantaloni grigi anch’essi abbondanti. Sulla destra c’è il monumento ai caduti delle due Guerre, in cima svetta il cognome Balbi, che conta le maggiori perdite in entrambi i conflitti. Ripensiamo al signor Francesco, poi avviciniamo l’uomo. Ci presentiamo, lui senza dar peso al nostro racconto fa un mezzo giro col busto e ci indica la Chiesa di San Giovanni Battista. Francesco chiede se lì si trova la Cappella di Sant’Angelo: su Internet ha visto che all’interno c’è un affresco meraviglioso. L’uomo dice che per le chiavi bisogna chiamare il prete, ma non il prete di Roccagloriosa, quello di Acquavena. Ci indica poi l’altro museo, l’Antiquarium, poi dice che c’è anche il museo dell’olio. Ci elenca quindi tutte le chiese, dice che in quella di San Nicola c’è un matrimonio. Si volta verso la valle, il panorama è mozzafiato. In alto svetta il monte Bulgheria, in lontananza si ammira il golfo di Policastro.
L’uomo indica Acquavena, Bosco, San Giovanni a Piro, dove il 31 maggio, dice, c’è una grande festa per la Madonna di Pietrasanta. Francesco chiede di Acquavena, l’uomo risponde che ci sono molte sorgenti d’acqua, diverse fontane. È quella, dice, dove si vede il fumo.

Acquavena è lontana. Solo i fumi, si vedono. E le strilla dei tordi come se gli stessero slogando le ali. E le loro ossicine, si vedono. Bianche sotto una coltre plumbea.

            Acquavena aveva una piazza dove si radunavano le acque quando veniva la piena. E i tombini di ghisa si scioglievano e ridiventavano fuso rovente. I vecchi seduti ai tavoli scappavano per evitare il contatto con il liquido scuro. Uno però una volta inciampò e l’acqua lo raggiunse. Gli si consumò il naso, il labbro inferiore gli si appese al mento, e gli aummaria si sentivano in lontananza, aummaria dei recalcitranti nella fossa, aummaria dei cani rognosi con la bava sui denti, aummaria degli agnelli con lo scorsoio al collo.

            Ad Acquavena si era felici, prima che la goccia della Sperduta facesse tremare l’anima della terra. (Pag. 89)

Francesco legge questo estratto mentre l’uomo, senza prestarvi attenzione, continua a illustrare il territorio: ha una conoscenza dei luoghi impressionante, sa a memoria ogni zona, tutti i confini. Dopo aver esaminato la montagna descrive la costa muovendo l’indice su una linea immaginaria che da San Giovanni a Piro arriva alla torre di Scario. Muove ancora il dito, mostra Policastro, Villammare, Sapri, Maratea.
Da bambino mi colpiva che il mare che bagna quel lembo costiero tocca tre paesi confinanti (Sapri, Maratea, Tortora) di tre diverse regioni (Campania, Basilicata, Calabria). Sono posti incantevoli, dico all’uomo che li conosco. Si chiama Francesco Valiante, era operatore della Comunità montana, mentre me lo dice con una mano schiaccia una mosca che gli si è posata sull’altra.
Dopo l’incontro col signor Valiante usciamo dalla piazza dalla parte opposta a quella dove siamo entrati e prendiamo una discesa. Le macchine, incustodite, hanno sicure e finestrini aperti. Scendiamo diverse scalinate, alla fine dell’ultima ci troviamo alla Fontana dei tre cannuli. È la fontana delle Nerissime, dice Francesco. Poco più avanti c’è il punto in cui abbiamo iniziato il giro. Prima di andare rientro nel bar, chiedo informazioni sul museo e sulla cappella di Sant’Angelo. La ragazza del bar prende un bloc-notes e una penna e scrive il numero di don Raffaele, ha lui le chiavi. Mi dice (anche lei) che non è il prete di Roccagloriosa, è quello di Acquavena. Vedo che nel banco gelati ci sono solo due gusti, vaniglia e stracciatella. La ragazza strappa un altro foglio e scrive il numero di Sabato della Pro Loco, che ha le chiavi del museo. Poi aggiunge che oggi c’è un matrimonio.
Prendiamo l’auto. Superiamo la fontana e ci avviamo su per la strada in salita, via Roma. Alla nostra destra, tra edifici di nuova costruzione e grossi alberi, si inframezza la vista del monte Bulgheria e del golfo di Policastro. Seguiamo le indicazioni marroni e ci immettiamo su via San Mercurio, poi prendiamo una stradina in discesa, via Pozzillo, che seguiamo fino alla biforcazione: un nuovo segnale per l’area archeologica ci indica di prendere la strada sulla destra, continuiamo a salire. Un cartello scritto a mano sul cancello di un recinto informa: si vende olio di questi ulivi.
Al bivio successivo svoltiamo a sinistra fino a una costruzione moderna con due torri, una piccola oasi kitsch. Prendiamo la strada a sinistra, saliamo per qualche chilometro in mezzo agli uliveti. A un tratto, in mezzo agli ulivi sulla destra, si apre una piazzola con vista sul golfo. Poco dopo ce n’è un’altra, con le panchine, e dopo un’altra ancora. L’immagine richiama l’eco dei versi del Poeta: Ma sedendo e mirando, interminati/Spazi di là da quella, e sovrumani/Silenzi, e profondissima quiete…

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All’ombra di un grosso ulivo, su una piazzola dell’altra carreggiata, un tabellone mostra il sito archeologico. Qualche centinaio di metri più avanti, alla fine di una curva troviamo un altro incredibile belvedere: c’è una panchina, sotto un ulivo, dove sono seduti un uomo e una donna, di fronte a loro la valle dei fiumi Mingardo e Bussento, e lontano il mare, coi monti sopra Maratea sullo sfondo. Poco in là una tomba di epoca lucana svetta al centro della Necropoli. Siamo sul monte Capitenali, località La Scala.
Roccagloriosa ha una storia antica, alcuni reperti rinvenuti risalgono al Neolitico. Sono stati trovati frammenti di ceramica dell’età del bronzo e insediamenti dell’età del ferro. Nei secoli sul territorio si sono succeduti Enotri, Morgeti e Osci ma il più importante insediamento è stato quello dei Lucani. Nel 1998 l’area archeologica è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO “per l’eccezionale testimonianza offerta dalla presenza delle culture italiche” nel sito. Visitiamo la Necropoli, poi facciamo una passeggiata in quello che era il centro abitato, ma non restiamo a lungo, il tempo scorre, ci attende la prossima tappa: il castello.

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Rientrati in paese, sbuchiamo in piazza San Nicola, piena di macchine parcheggiate, persone e scene da matrimonio. In attesa degli sposi, una Fiat Cinquecento blu scuro con la scritta JUST MARRIED su un cartello che sbuca dal vetro posteriore e sul parafango un fiocco di velo bianco alle cui estremità sono attaccati quattro barattoli di latta, su uno c’è raffigurato un pomodoro. C’è presumibilmente mezzo paese, tutti vestiti a festa. Affascinati dal folklore locale, decidiamo di scendere a dare un’occhiata. Mentre Giacomo scatta foto, una gentilissima signora ci indica la strada.
Sulla via per il castello c’è un uomo sui cinquanta, sembra aspettare qualcuno. Dal vestito presumiamo sia in ritardo per il matrimonio. Appena gli siamo accanto, chiedo se è la via giusta per il castello. Ci guarda sospettoso, sbircia tre volte sulle mie gambe, si affaccia dietro per guardare Giacomo, poi si volta a destra e dice di proseguire per la salita. Ringraziamo, ma quando è alle spalle non possiamo evitare di ridere.
Dai ruderi del Castello Sanseverino, che risale al XIV secolo, il panorama è spettacolare: monte Bulgheria, golfo di Policastro, le valli dei fiumi Mingardo e Lambro. Giacomo scatta foto da ogni angolazione, in mezzo alle finestre o tra le mura cadute del castello. Visitiamo l’area, gioiosi come bambini. La quiete è indescrivibile. Ce ne andiamo con negli occhi e nel cuore un paesaggio straordinario e meraviglioso.

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Le passeggiate e l’aria di montagna ci hanno aperto lo stomaco. Francesco prende la strada della trattoria ad Acquavena di cui ci ha parlato all’andata, la stessa che da più parti ci è stata suggerita in paese: ‘U Trappitu. Giunti sul posto, parcheggiamo lungo la strada del ristorante. Su un piazzale in alto di fronte a noi c’è una scuola: Giacomo e Francesco concordano sul fatto che insegnare lì sarebbe un’esperienza particolare. Prendiamo la discesa che porta al ristorante, poi, all’ingresso, mentre loro entrano io proseguo spinto da immotivata curiosità. Supero una coppia che litiga in un suv e procedo negli spazi intorno al locale: mi trovo su una terrazza con vista sul golfo di Policastro. Mi soffermo in contemplazione del panorama, a pensare, a non pensare. Al rientro trovo la cameriera al tavolo che sta elencando cosa si mangia.
Saltiamo l’antipasto. Per primo ci sono fusilli al ragù cilentano, pappardelle ai funghi porcini, lagane mezze integrali con olive, capperi, pomodori e provolone, ravioli di ricotta al sugo di pomodoro (che in alternativa possono essere conditi col ragù). Il ragù cilentano è fatto con carne di maiale, vitello e agnello, il sugo viene fatto cuocere per tante ore, il segreto sta nelle proporzioni tra le carni: l’agnello, che è un sapore forte, deve essere in parte minore per insaporire, ma senza essere dominante. Tutta la pasta, ci spiega, è fatta da loro. Io e Francesco prendiamo i fusilli, Giacomo le lagane. Ordino mezzo litro di rosso della casa. È Aglianico, mi dice la ragazza.
Esco a fumare, quando torno la cameriera sta raccontando qualcosa alla coppia seduta al tavolo (che noto essere quelli che prima litigavano). Francesco dice che sembra interessante, ma non ha colto abbastanza. Quando passa accanto a noi le chiediamo la gentilezza di ripeterci la storia. Diciamo che siamo lì per raccontare quei posti perché c’è chi ha detto che non esistono.
La ragazza si fa una risata. Si chiama Emanuela, ci indica il campanile della Chiesa della Potentissima sulla piazza che si vede da lì. Nella chiesa, un tempo chiamato Santuario della Vena (della Madonna della Vena), c’era una statua di legno della Madonna Bambina (che si festeggia l’8 settembre). Un giorno, durante un temporale, cadde un fulmine sul campanile e lo bruciò: le fiamme si espansero all’interno e raggiunsero la statua in legno della Madonna. Si dice che a un tratto la statua infuocata, come cosa viva, uscì dalla chiesa. Da allora la chiamano la Potentissima. Ma non finisce qui. Emanuela racconta che il campanile fu ricostruito, ma non passò molto e un altro fulmine lo colpì e l’incendiò di nuovo. Il campanile fu ricostruito ancora, ma di lì a poco ebbe stessa sorte. Pare che la storia sia continuata per oltre un secolo, fino a quando non hanno smesso di ricostruirlo. Ecco perché la chiesa è senza campanile. Non si sa, spiega Emanuela, se dipenda da campi magnetici o dalla posizione della chiesa rispetto alle montagne che la sovrastano, che formerebbero una naturale gola parafulmine. Restiamo sbalorditi.
Emanuela si scusa e va in cucina, al ritorno porta il pane (fatto da loro), l’acqua e il vino. Approfitto della sua gentilezza per domandare cos’è ‘u trappitu. Ci dice che ‘u trappitu è sia la pressa, la macina in pietra, come quella esposta all’ingresso, che serve a schiacciare le olive, sia il luogo fisico (il frantoio) dove appunto si portano a macinare. “Vaco a ‘u trappitu a portari le ulive” è una frase tipica degli anziani del posto. In proposito ci racconta che spesso, nel periodo in cui si fa l’olio, più d’un anziano, trovando sull’elenco telefonico Trappitu, chiami al ristorante, credendo di parlare col frantoio, per chiedere quando portare a macinare le olive. Ascoltiamo l’aneddoto gustando pane e vino, eccellenti. Poi Emanuela va in cucina e torna con i fusilli (e le lagane di Giacomo). Ci mettiamo sopra il peperoncino e il formaggio. Sono deliziosi, sanno di sapori antichi, d’infanzia, di nonne, di un tempo come di sogno che è stato e non c’è più. Sembra la cosa più buona mai mangiata. Francesco insiste perché prendiamo anche un dolce, io e Giacomo ci lasciamo convincere facilmente. Mentre ordino la crostata con marmellata di visciole, le chiedo com’è la situazione dei giovani di Acquavena.
I 35-45enni, mi dice, sono andati tutti via, chi per lavoro, chi si è laureato e non è più tornato, quindi ci sono pochi ragazzi, come se fosse saltata una generazione. Di 25-30enni ne sono rimasti alcuni e hanno fatto qualche figlio. Quest’anno dalle scuole materne sono usciti sei bambini e ne sono entrati due. Alle elementari, continua, ci sono annate di appena un bambino e le classi sono formate da alunni di età diverse. Prima di andare ci omaggia di opuscoli informativi sulle vie dell’Acqua e della Fede e sui Lucani a Roccagloriosa e nell’entroterra.
Al bar Nettuno, che affaccia sulla piazza della chiesa della Potentissima, incontriamo Rossella Cusatis dell’Associazione Onlus Effetto donna, che organizza la Settimana letteraria, un mini-festival, all’ottava edizione, che d’estate ha ospitato tra gli altri Viola Di Grado e Maurizio De Giovanni.
Ci racconta che il nome Acquavena trae origine dalle numerose sorgenti di acqua potabile, favorite dalle particolari condizioni idrogeologiche del luogo. Ci dice che il monte Bulgheria prende il nome da coloni bulgari che si stanziarono lì tra il IV e il V secolo e che gli abitanti del posto lo chiamano, per la sua forma, Leonessa addormentata. Infatti, dice, gli abitanti di Acquavena sostengono di essere protetti da una leonessa, la montagna.

L’ultima tappa della nostra gita è il borgo abbandonato di San Severino di Centola. Francesco si è servito di fotografie delle rovine del luogo per creare lo scenario di Arruina. Arriviamo, superando Celle di Bulgheria e Poderia, in una ventina di minuti. All’ingresso c’è un cartello di tre assi di legno dipinte a mano. Ci incamminiamo per le scale. La montagna di fronte a noi è imponente, eterna, ci mette di fronte a tutta la nostra piccolezza umana. Alla fine della salita, dietro a una murata, il rudere di un casolare privo di porta e finestra ci mostra i primi suggestionanti segni di rovine e abbandono. All’improvviso sobbalzo per l’inattesa presenza di una signora al mio fianco.
Pensavo fosse una strega, dico senza rendermi conto della gaffe. Le chiedo scusa, imbarazzato. Chiacchieriamo qualche minuto, intanto ci raggiunge la figlia. Ci dicono che è un posto meraviglioso e ci danno dritte su altri luoghi nel circondario.
Prima di affrontare la salita vado a spiare una nicchia incastonata nel muro per le offerte alla Madonna, poi mi addentro tra le rovine del castello: mi affaccio alla finestra e saluto gli altri. Guardando verso il basso ammiro la Gola del Diavolo (altro luogo presente nel romanzo). Ci sparpagliamo, esploriamo  il borgo. Ci chiamiamo quando nelle case troviamo qualcosa di bello, particolare o insolito, come i cartelli delle insegne con le assi in legno dipinte a mano o i resti di un letto con un baldacchino fatto di assi, tronchi e rami irregolari. Entro ovunque sia accessibile tra macerie e rovine. È il luogo più incredibile della giornata.
Immaginiamo come poteva essere un tempo la vita lì, come il luogo si è svuotato. Su quella che doveva essere la strada principale c’era ‘U palazzu r’u Baruni (con la traduzione sotto Il palazzo del Barone) e in fondo sbuchiamo su una piazza, dove c’è una chiesetta, la sola costruzione ristrutturata: davanti all’ingresso afferro la corda penzoloni e mi metto a suonare la campana. Superiamo la piazza, raggiungiamo la parte bassa dove troviamo una grossa croce metallica al centro di una terrazza: alla nostra sinistra, sul versante della montagna campeggiamo quattro enormi reti a protezione delle abitazioni e del campo di calcio sottostanti; sulla destra, la vista dà sulla valle, tagliata dalla Statale che da lassù sembra un gigantesco mostro di cemento. Restiamo in giro per quasi un’ora, incrociamo altri visitatori: uno di questi prende in un rudere un’insegna in legno, su cui è scritto Osteria del Borgo: quando si accorge che lo abbiamo visto la appoggia sull’uscio senza porta. Quando è alle nostre spalle ci chiediamo se l’abbia ripresa. Scendiamo le scale verso la macchina felici e sorpresi per gli incredibili posti visitati, sopraffatti di emozioni e ricordi.
All’improvviso, sull’ultima rampa, si sente una voce che parla di una persona che sta affogando. Sembra registrata, ma non ne cogliamo la provenienza. Ci guardiamo l’un l’altro, perplessi. Avanziamo di qualche passo, la voce continua a parlare. Mi rendo conto che proviene da qualcosa vicino a me o che porto addosso. Gli altri mi guardano. Controllo lo smartphone, è in blocco. Sembra assurdo. Mentre cerco dentro la borsa la voce si fa più distinta, la riconosco. Mi faccio una risata, gli altri mi osservano senza capire. Mostro loro il registratore portatile, che si era acceso e avviato da solo, e lo spengo. Non era un fantasma, dico. Spiego loro che si tratta dell’intervista a un tipo per cui avevo fatto da ghostwriter.
Sulla strada del ritorno siamo stanchi ma felici, soddisfatti della giornata piena e bellissima appena vissuta, desiderosi già di ritornare mentre ipotizziamo possibili gite future in altri luoghi dimenticati e sperduti.
A casa racconto entusiasta a mia moglie aneddoti e frammenti di una giornata che avrò modo di non dimenticare. Sei contento, mi dice. Rispondo che è stato molto bello, che non vedo l’ora di scriverne. L’estate prossima, dico, dobbiamo andare al mare dalle parti di Scario o Palinuro, così ti porto a vedere Roccagloriosa. Ammesso che esista.

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