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Viaggio al termine della notte: 18esima edizione di Kilowatt Festival

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di Giuseppina Borghese

Nell’incertezza surreale di questo 2020, sembrava una chimera il ritorno a teatro, ancor di più nella dimensione dei festival, eppure, nonostante l’imponderabile realtà post covid, è accaduto.

“Viaggio al termine della notte”, titolo efficacemente evocativo, è l’insegna della diciottesima edizione di Kilowatt, il Festival di Sansepolcro, che anche quest’anno, grazie all’instancabile lavoro dei suoi direttori artistici, Lucia Franchi e Luca Ricci, è riuscito a mettere in piedi una salda rassegna teatrale con spettacoli oscillanti sul tema dell’equilibrio tra innovazione e tradizione.

Sorprendente anche solo immaginare l’allestimento di un cartellone che, in tempi di protocolli sanitari e distanziamento sociale, è riuscito a contenere ben trentanove spettacoli e concerti, tra teatro, danza e performance, ospitati tra i chiostri e i giardini della città di Piero della Francesca.

“Il termine della notte di cui parla Céline può essere sia il fondo, sia la fine” spiegano i direttori artistici, “Noi volevamo soprattutto sottolineare come l’emergenza sanitaria della scorsa primavera e quella sociale che la sta seguendo aprano una prospettiva di convivenza continua con l’incertezza di un tempo futuro che non possiamo più gestire con la stessa facilità che finora pensavamo di potere avere”.

E, in effetti, questo ritorno a teatro ha il sapore di una nuova riflessione su quello che sarà il futuro, l’idea, inevitabile, di scendere a patti con un vero e proprio cambio di pelle; il dover ripensare gli spazi e ricalibrare le distanze porta, inoltre, a considerare come si evolverà la narrazione stessa dell’arte.

In linea a queste riflessioni si pone la potente riscrittura dell’Hamletmachine di Heiner Müller, “Amleto + Die Fortinbrasmaschine” di Roberto Latini, una produzione Fortebraccio Teatro con l’aiuto drammaturgico di Barbara Weigel, che è stato riportato in scena, dopo diversi anni, in questa diciottesima edizione del Festival.

Dalla macchina amletica di Muller, Latini ricava la struttura e ne amplifica la solennità con le sontuose composizioni elettroniche a cura di Gianluca Misti e il superbo disegno di luci di Max Mugnai, che orchestra una dettagliatissima “giostra teatrale”con al centro un cerchio di luce entro il quale Amleto entra ed esce da sé e dalla propria rappresentazione.

Fortebraccio si presenta chiedendosi “Where is the sight’”, dov’è questa visione, questo spettacolo, innestando l’atavica riflessione culturale e politica del teatro che guarda a se stesso, alla sua natura e alle infinite possibilità della sua mutevolezza. In questa domanda si può avvertire tutta la fragilità e lo spaesamento con cui il teatro oggi, ma in generale, il mondo delle arti e dello spettacolo deve ripensare a se stesso; in un momento di universale medicalizzazione e rigida categorizzazione in bisogni primari e secondari, la visione che cerca Fortebraccio sembra delinearsi sempre più evanescente e volubile.

Il Fortebraccio di Roberto Latini, speculare ad Amleto, è una tragedia di orfani che da figli si ritrovano padri, l’istantanea di quel momento in cui la tradizione e l’innovazione si passano il testimone, come afferma lo stesso regista romano “Amleto + Die Fortinbrasmaschine è una riscrittura di Hamletmachine che a sua volta è stato una riscrittura di Shakespeare. Ad un certo punto si arriva alla conclusione che ciò che era teatro d’innovazione diventa un classico, esattamente com’è accaduto con l’Amleto di Muller. È interessante capire qual è il punto in cui accade questo passaggio, quand’è che possiamo parlare dell’innovazione della tradizione e quando invece siamo di fronte alla tradizione dell’innovazione.”

Ancora una storia che ruota intorno al tema del padre anche nell’ultimo lavoro (in prima assoluta) de Il Teatro dei Borgia, “Eracle l’invisibile”,ispirato al mito greco di Eracle, la vicenda di un uomo comune la cui vita inciampa in un evento imprevisto e inizia una inarrestabile discesa nelle maldicenze della società. La storia tratteggiata da Fabrizio Sinisi per la regia di Giampiero Borgia potrebbe essere una delle tante che affollano le cronache dei giornali: un uomo comune, un onesto e semplice professore si ritrova d’improvviso accusato di molestie su una studentessa. Comincia così un complicatissimo iter di dimostrazione d’innocenza che va al passo con una progressiva perdita di credibilità con il mondo circostante, i gorghi della Giustizia e l’inevitabile perdita del lavoro, della casa, della famiglia.

La scena è scarna, presumibilmente la cucina di un locale in cui si preparano i pasti per i senzatetto: Christian Di Domenicoriesce con naturale maestria e un’attitudine quasi kaurismakiana a far crescere un personaggio medio, a mostrare il fastidio e la bruttezza di cui ci si può sporcare quando le nostre esistenze vengono investite da circostanze incontrollabili. Il Teatro dei Borgia si muove sempre su un campo di non convenzionalità, basti pensare al suo “Medea per strada” (finalista ai premi UBU 2019), un teatro che racconta la normalità, tema ritornato costantemente durante il Festival anche attraverso le letture di “Nnord_Paralipomena e parerga”, progetto drammaturgico promosso da Emilia Romagna Teatro che indaga il concetto di normalità, scritto dagli allievi del Corso di Perfezionamento in Dramaturg internazionale di Roberto Latini.

Tra le performance, interessante il lavoro di Giselda Ranieri, autrice specializzata nell’instant composition, T.I.N.A. (There is no alternative), un accurato studio sulla sindrome da iperconnessione che prende il titolo dall’acronimo utilizzato da Margaret Thatcher per giustificare discutibili scelte politiche. Il lavoro di Ranieri prova a raccontare come da quelle premesse si sia passati all’opposto, al nostro presente in cui ci troviamo immersi dentro una apparente miriade di possibilità e di libertà che finiscono per lasciarci senza respiro.

A metà tra la conferenza spettacolo e la performance musicale, invece, il primo studio di “Rimbambimenti”, ultimo lavoro del premio UBU 2018 Andrea Cosentino e del compositore Fabrizio De Rossi Re, un delicato tentativo di raccontare la fisica quantistica dalla prospettiva di un fisico malato di Alzheimer. Cosentino prova a far dialogare tra loro, non senza momenti dissacranti, il concetto di tempo della fisica quantistica, un tempo che pare essere una illusione degli uomini e il concetto di tempo di un malato di Alzheimer, provando a dimostrare la libertà che può esistere nella condizione della dimenticanza.

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