la-nave-dolce-la-nave-vlora-nei-pressi-di-durazzo-in-una-scena-del-documentario-di-vicari-248320

Vicari e Sejko. Due film sugli sbarchi albanesi

L’8 agosto del 1991, giorno dell’approdo del mercantile Vlora nel porto di Bari, segna lo  spartiacque della nostra modernità. Seppur preceduto dagli sbarchi di Brindisi del marzo precedente, l’arrivo di ventimila albanesi tutti in una volta, a bordo di una nave riempita fin sopra gli alberi più alti, indica l’inizio di una nuova epoca per l’Italia e per la Puglia in particolare. Senza enfasi, si può dire che quell’evento sta all’Europa meridionale come la caduta del Muro di Berlino sta all’Europa settentrionale. Ma, oltre a testimoniare il crollo rovinoso di una dittatura corrotta e spietata, e il rinnovato incontro tra est e ovest, l’approdo della Vlora assume un altro, inequivocabile significato: l’incontro immediato tra nord e sud del mondo lungo un canale di poche miglia, l’irrompere della questione migratoria.

Tutto questo vide Bari protagonista, come racconta il film di Daniele Vicari La nave dolce, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e vincitore del premio Pasinetti per il miglior documentario. Perché “dolce”? Perché la Vlora, probabilmente la nave più grande ormeggiata a quel tempo in un porto albanese, era appena tornata da un lungo viaggio da Cuba e aveva scaricato grandi quantità di zucchero. I ventimila imbarcati, mentre l’acqua iniziava a scarseggiare, non ebbero altro da mangiare che il poco zucchero rimasto nelle stive.

Come in tutte le opere di non-fiction che si volgono a un recente evento storico, la forza di un documentario non sta tanto nell’inventare per la prima volta delle nuove immagini, quanto nell’inventare un nuovo sguardo su immagini già esistenti. Nell’inventare, cioè, soprattutto una nuova correlazione tra esse, tramite il montaggio e rimontaggio dei materiali. È quello che fa Vicari, immergendo le mani negli archivi della Rai, di Telenorba (soprattutto), di Telebari, della tv albanese. Questo materiale è poi alternato con interviste ad alcuni dei protagonisti dell’esodo. Protagonisti albanesi: tra questi, Kledi Kadiu (il ballerino dei programmi di Maria De Filippi, allora diciassettenne e a bordo della nave), Robert Budina, Eva Karafili (ora traduttrice in Puglia). Protagonisti italiani: poliziotti, amministratori, giornalisti, i custodi dello Stadio della Vittoria… e in particolare Nicola Montano, allora ispettore di polizia al Porto di Bari, e già autore del libro “Ladri di stelle”, probabilmente il resoconto più lucido da parte di un uomo delle istituzioni su quei giorni convulsi.

La nave dolce racconta la vita in Albania che precede la partenza, il lungo viaggio verso l’Italia, l’arrivo sulle nostre coste, la scene bibliche del porto di Bari: mentre il molo è già stracolmo di gente, la nave da cui gli albanesi si buttano in acqua o si calano giù con l’aiuto di corde è ancora piena… Ma soprattutto il film di Vicari ha il merito di concentrarsi su quanto avvenne allo Stadio della Vittoria, dove gli albanesi furono trasferiti e rinchiusi nei giorni successivi. Chi prese quella decisione al ministero dell’interno era consapevole di cosa volesse dire rinchiudere migliaia di persone in uno stadio in pieno agosto? E i servizi igienici? E l’acqua? E il cibo? In breve la situazione degenerò e le immagini di quella Bari “cilena” – che scorrono nel documentario per lunghi minuti – sono impietose.

Come ha scritto Giorgio Agamben in Homo sacer, lo Stadio della Vittoria diviene paradigma dello stato d’eccezione, vero e proprio “campo” di internamento temporaneo. Per certi versi, costituisce il primo esempio, improvvisato e provvisorio, di centro di permanenza per migranti: da allora cambia la percezione di chi viene dall’altra parte dell’Adriatico, e cambiano le nostre politiche “di contenimento” dei flussi migratori.

Tuttavia La nave dolce racconta soprattutto le storie minute, individuali, infinitamente soggettive e spesso colme di ironia davanti allo svolgersi di ciò che si chiama Storia. E, in tal senso, è auspicabile che il film di Vicari (che dell’esodo albanese verso le nostre coste racconta un capitolo nel dettaglio) non sia un’opera conclusiva, bensì che ad esso si aggiungano, uno accanto all’altro, altri sguardi su un argomento tanto vasto.

***

A tal proposito giunge Anija, il film di Roland Sejko, prodotto dall’Istituto Luce. Anija in albanese vuol dire nave. Ma non a una singola nave è dedicato il documentario di Sejko (regista albanese che vive in Italia da oltre vent’anni), bensì a tutte le navi e a tutte le imbarcazioni, piccole e grandi, che a partire dal marzo del 1991 hanno solcato l’Adriatico trasportando in Italia decine di migliaia di migranti albanesi. Non solo la Vlora, quindi, la nave per eccellenza, a bordo della quale erano incredibilmente stipate ventimila persone e il cui arrivo nel porto di Bari, nell’agosto del 1991, è stato un evento pari alla caduta del Muro di Berlino. Ma anche tutte le navi dimenticate, come la Legend (a bordo della quale c’era lo stesso Sejko), o quelle che non ce l’hanno fatta ad approdare sull’altra costa, perché vittime delle nostre politiche di respingimento, come la Kater I Rades nel 1997.

Sejko racconta quei viaggi che hanno introdotto con forza le immigrazioni nel nostro immaginario collettivo, ma soprattutto racconta il “prima”, il paese che le ha prodotte. Nel 1991 gli albanesi non scappavano solo dalla miseria e dalla fame, scappavano dal crollo del più claustrofobico dei regimi comunisti. E le immagini del film (alla cui base c’è un enorme lavoro di ricerca negli archivi della tv albanese e della ex polizia del regime) lo testimoniano appieno. Sejko narra il delirio dell’Albania di Enver Hoxha (le immagini più crude sono quelle in bianco e nero girate durante un processo del popolo contro tre ragazzi condannati a morte per aver pensato, nel 1978, di fuggire in Italia…) e la sua implosione (di grande impatto gli  spezzoni che ricordano l’abbattimento della statua del dittatore nel centro di Tirana nel febbraio del 1991). Da qui gli assalti ai porti e alle navi, il loro riempirsi fino all’inverosimile, il desiderio dell’Italia, la gioia della fuga e della liberazione da una miseria reale…

Anija è un importante film di montaggio, e Sejko sa raccontare tutto questo con grande pudore, restituendoci una galleria di bellissimi volti. Sa tornare su passaggi cruciali della nostra storia recente (una storia condivisa, da una parte e dall’altra dell’Adriatico), intervistando alcuni dei protagonisti “senza nome” di allora e facendoli interagire con quelle immagini di repertorio. Il cortocircuito produce una contro-storia, infinitamente necessaria contro la dimenticanza di quei viaggi e di tutto ciò che hanno significato. Per l’Italia e per l’Albania.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
2 Commenti a “Vicari e Sejko. Due film sugli sbarchi albanesi”
  1. Nicola Montano scrive:

    Concordo con Alessandro Leogrande. E’ come lui ci dice. La spinta degli albanesi, o dei balcani più in generale, tendente a “sfondare” prima la loro frontiera e poi quella italiana, equivale alla caduta del muro di Berlino. E’ la giusta visione dei fatti della storia. Vicari e Sejko quei fatti ce li raccontano in due bei documentari. Una denuncia quello di Vicari, storie di persone quello di Roland.

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] Continua su M & M Share this:TwitterFacebookMi piace:Mi piace Caricamento… […]



Aggiungi un commento