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Vicino a un letto d’ospedale. A proposito di Bersani, Sharon, Schumacher, e di come raccontare la malattia.

Questa nuova parte dell’anno ci siamo svegliati tutti vicino a un letto di ospedale. Come in un’immensa sala d’attesa, preoccupati per la salute di qualcuno: la post-operazione al cervello di Bersani, l’agonia di Sharon, la lentissima ripresa di Schumacher. Senza contare le decine di trasmissioni che ci hanno fatto vedere i corpi dei malati del caso Stamina. Intorno a queste stanze di convalescenza, di sofferenza, si sono accumulati i nostri sguardi moltiplicati, e le telecamere, e i bollettini medici scanditi, e le emozioni propalate su twitter, e le polemiche per la morbosità, e anche la morte augurata, e l’allarme per le derive delle reazioni virtuali… Soltanto oggi, per dire, a distanza di una decina di giorni dall’incidente a Schumacher, posso aprire il giornale e leggere della moglie Corinne che dice Lasciate in pace la mia famiglia o guardarmi un video che proverebbe che Schumacher non andava così veloce e non sciava fuori pista.

Perché, mi sono chiesto tutto questo mi interessa così tanto, mi colpisce così, perché attrae come l’occhio di un ciclone tutta l’attenzione mediatica e le sue complementari reprimende per gli eccessi dell’attenzione mediatica?

Ho provato a rispondermi a partire da una serie di letture che quest’anno ho fatto. Con Cristiano De Majo mi sono ritrovato a coordinare un corso di scrittura non-fiction. Nel primo incontro ci siamo chiesti, per andare subito al nodo, come si può scrivere di malattia. Con in mano memoir-capolavori come Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest, saggi-capolavoro come L’imperatore del male di Siddharta Mukherjee, racconti-capolavoro come “Non voglio morire” di Thom Jones, ma anche testi molto meno letterari come A parte il cancro tutto bene di Corrado Sannucci, ci siamo fatti delle domande sul come scrivere certe scene la cui intensità emotiva facciamo fatica a, abbiamo paura di, immaginare nella nostra vita reale: una diagnosi di una malattia grave, il rischio di un’operazione, una lunga degenza, un coma… Discutendo con i partecipanti a questo corso, ci siamo accorti che le scene più toccanti, quelle che ci rendevano empatici con il dolore di personaggi reali o immaginari erano quelle fuori dai momenti chiave. Per esempio: una bellissima pagina di Forest, ossia del suo libro che racconta la malattia mortale della figlia piccolissima, Pauline:

“Cosa farne del tempo regalato? Le giornate sono corte. L’anno è agli sgoccioli. Al pomeriggio ci concediamo due passi lungo il lago per salutare i cigni e le anatre. Ogni attività è sospesa per tutta la bassa stagione. I villeggianti non arriveranno prima di primavera. Le onde appartengono agli uccelli. Il nostro oceano è modesto. Solitamente navigano le sue acque poche barche a vela e qualche pattino. Il lago è circondato da pendii rocciosi e folti che a sera disegnano i contorni di un orizzonte azzurrato. Sulle rive, i passanti si vedono venire incontro la moltitudine chiassosa e insistente degli uccelli che chiedono cibo. Qualche boccone di pane secco è il prezzo da pagare. Attenta e seria Pauline controlla che la distribuzione avvenga con la massima equità. Perché il cigno grande non si accaparri tutto il pane, perché l’anatra grigia riceva la sua parte, bisogna giocare d’astuzia contro la voracità degli animali più rapidi, variare la misura e la traiettoria dei pezzi lanciati. Quando il sacchetto è vuoto, Pauline disperde le ultime briciole ai piedi del pontile di legno. Le urla cessano rapidamente. Cigni e anatre si allontanano o volano via.”

La malattia, la vicinanza con il dolore, mi dicevo, ci garantisce una iperpercezione: sentiamo il nostro corpo, sentiamo i nostri sensi, questi sensi si acuiscono. Il tempo e lo spazio si allargano, e ciò rende i momenti di sofferenza delle ferite di indicibile in un mondo che al contrario desidera una totale dicibilità.

Rileggevo Forest in questi giorni e mi commuovevo, leggevo le cronache sui giornali e non accadeva niente al mio cuore. Perché? Perché il racconto della malattia nella maggior parte delle cose che leggo o ascolto satura – sensorialmente – il mio spazio emotivo. Se posso vedere il video della telecamera sul casco di Schumacher, se posso immaginarmi così vicino all’incidente, al dolore, alla malattia, o alla morte, mi sarò illuso di esserci stato accanto, ma in realtà ero, sono lontano, lontanissimo, e della possibilità di coinvolgimento avrò perso qualcosa se non tutto.

Le esperienze migliori che credo si possano fare nella propria vita sono quelle di stare vicino a una persona sofferente. La cronaca continua di un dolore mediatico ogni giorno ci toglie un po’ di questa possibilità, come gli status e i tweet in morte di qualcuno ci esimono dal pensare a come elaborare certi lutti. Si tratta di pensare alla fragilità della vita, certo. Ma: i precetti evangelici di andare a visitare i malati o dare culto ai morti, quante volte li ho praticati quest’anno? Quante volte invece ho espresso la mia reazione istantanea per un incidente o una morte?

I miei genitori facevano una cosa quando ero piccolo: mi portavano spesso al cimitero. C’erano tutte persone che non avevo conosciuto in vita, un nonno morto negli anni ’60, vecchi zii, parenti lontanissimi che avevano la stessa aura di personaggi leggendari per cui io provavo un affetto bizzarro, e una meravigliosa familiarità. Mi viene da pensare che era una delle abitudini più belle che mi hanno insegnato.

Ma c’è ancora qualcos’altro che ci consente la riflessione sulla malattia, pensavo in questi giorni. E lo facevo anche qui a partire da tre romanzi, uno è Fidanzata in coma di Douglas Coupland, l’altro è Magic kingdomdi Stanley Elkin, il terzo The children’s hospital è un romanzo non tradotto di Chris Adrian (in Italia è uscito anche un suo racconto a tema in Bambini e altre malattie, un’antologia curata da McSweeneys e edita da Mondadori). Nel libro di Coupland la protagonista entra in coma senza un reale motivo, e ci resta per vent’anni mentre i suo amici passano dagli amori adolescenziali alla disillusione, le droghe, lo yuppismo. In quello di Elkin un tizio chiamato Eddy Bale organizza un viaggio a Disneyland come ultima incredibile vacanza per sette bambini affetti da rarissime malattie terminali. In quello di Adrian accade una specie di diluvio universale, e l’ospedale pediatrico dove lavora la protagonista comincia a fluttuare sulle acque, mentre lei continua a occuparsi dei piccoli malati.

La malattia non è un deficit di una condizione umana funzionale, ma proprio il suo opposto, la sua trasfigurazione. Attraverso la malattia possiamo pensare che esista una dimensione altra dal nostro corpo terrestre. Coupland, Elkin e Adrian scrivono tre romanzi di semi-fantascienza millenaristica, teologica, ipersimbolica attraverso i quali rompono quella forma di afasia, di indicibilità del male, del dolore, affermando con questi mondi letteralmente in-credibili la possibilità di un altrove dove proprio il nostro essere indifesi, fragili, ci consente una sapienza preclusa alla conoscenza dei sani.

Nella Malattia come metafora negli anni ’70 Susan Sontag metteva in guardia – come già aveva fatto qualche anno prima in Contro l’interpretazione – dagli eccessi ermeneutici: le metafore, in particolare quelle legate alle malattie, aggravano di interpretazioni funeste, spesso punitive, fuorvianti, il nostro corpo già martoriato. L’effetto è quello di disapprovare il malato moralmente, colpevolizzandolo. Lo stigma etico che si imprimeva sui lebbrosi o sugli appestati non era molto diverso da quello che s’imprimeva sui malati di Aids, per fare un esempio.

Ma a distanza di quarant’anni, la critica di Sontag sembra rovesciarsi. La malattia non è metaforizzata né empatizzata. Viene semplicemente registrata. In una modalità anestetica. Non ce ne occupiamo con le nostre forme culturali, non la esorcizziamo con le nostre categorie morali, né la viviamo attraverso i nostri sentimenti. Ma nutre una specie di nostra urgenza di consumo, privo di sensibilità. Abbiamo bisogno di notizie di malattie e di morti, le accumuliamo, ci sussurrano che esiste – lontano da noi – un posto dove il dolore si manifesta. Quando un giorno ci ricorderemo di avere bisogno di confrontarci con quello, forse riprenderemo in mano queste registrazioni anestetiche e proveremo a ridargli vita, per capire a cosa serviva questa prossimità al dolore.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
9 Commenti a “Vicino a un letto d’ospedale. A proposito di Bersani, Sharon, Schumacher, e di come raccontare la malattia.”
  1. chiara scrive:

    Grazie. Interessante e bellissimo.

  2. Lorenzo scrive:

    Come narrare la malattia, giusto. Ma anche come la malattia narra noi. “Le malattie sono per l’uomo il cammino più corto per arrivare a se stesso” (Thomas Bernhard, Perturbamento).

  3. Alessia scrive:

    Il discorso sul dolore è fatto complesso, che comprende anche la penitenza cristiana, esibita, e la spettacolarizzazione, tanto in voga negli ultimi decenni; entrambi modi con cui espiare e liberarsi catarticamente.
    E’ vero che i social media, e forse paradossalmente, hanno operato una sorta di anestesia del sentimento, e quindi sembra che oggi non ci sia neanche più il bisogno di una catarsi. Basta un click.
    Ai titoli che hai indicato aggiungo il bellissimo “Questo buio feroce, storia della mia morte”, di Harold Brodkey, morto di Aids, autore a mio parere del tutto sottovalutato. Pippo Delbono, sieropositivo, ci ha fatto uno spettacolo teatrale. E a proposito di Bernhard, mi viene in mente anche La montagna incantata di Mann.

  4. Nora scrive:

    Segnalo un meraviglioso testo di David Foster Wallace: “Solomon Silverfish”, contenuto nella raccolta di racconti “questa è l’acqua”, edita da Einaudi. Lo lessi in treno da Napoli a Roma, ridendo forte e piangendo molto. La malattia è raccontata così bene che sembra quasi possibile alleviare il dolore.

  5. jacopo scrive:

    Testo decisamente opportuno e di grande utilità. Però attenzione: visitare gli ammalati e seppellire i morti non sono affatto precetti evangelici, sono due delle sette opere di misericordia corporale; il Vangelo sulle visite agli ammalati non dice nulla (le dà evidentemente per ovvie nel quadro della carità fraterna), e quanto a seppellire i morti fa pochissimi complimenti (cfr. Luca IX 59-60).

  6. william scrive:

    Consiglio in tal caso anche Questo buio feroce di Harold Brodkey.

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  1. […] Sono grata alla riflessione posta dall’autore nel pezzo che vi propongo di leggere, è qualcosa che ho sentito molto vicina a me, una ferita forse ancora aperta. Eppure è un bene che lo sia, perché fa parte di quel sentire sulla pelle le emozioni della nostra vita ma anche di quella vita che nostra non sembra essere. Vivere accanto alla malattia o al dolore di un essere umano è esperienza che ci riconduce alla vita e non alla spettacolarizzazione di essa. E cosa può fare la letteratura di fronte al dolore? Molto, moltissimo. Oltrepassare tutti i filtri che il morboso risucchio mediatico opera ogni giorno su di noi. Così leggendo il necessario articolo di Raimo, ho rivisto dinanzi agli occhi tutto lo sciame irrispettoso di immagini di malattia, dolore, disgrazie, capitate a personaggi pubblici nell’ultimo periodo, le ho viste ma ne ho vissuto nell’animo soltanto un riverbero. “Le esperienze migliori che credo si possano fare nella propria vita sono quelle di stare vicino a una persona sofferente” scrive l’autore, concordo pienamente, ed aggiungo: ridare una dignità alla sofferenza fisica di coloro che ci assomigliano diventa condizione necessaria per vivere pienamente. Certi passi di testi della letteratura raccontano la malattia come fosse un passaggio per una dimensione altra, ci aiutano ad avviare quel processo di elaborazione del lutto che ci necessita per andare avanti. Inoltre, l’immagine dell’articolo, la raffigurazione di un dipinto della pittrice messicana Frida Kahlo, è qualcosa che porto nel cuore, e che ho avuto modo di vedere mesi fa a Parigi, in cui la tangibilità della sofferenza è così toccante da fare del male alle proprie ossa. Se avete voglia di approfondire il tema, compresi i suggerimenti per letture interessanti sul tema, leggete qui… […]

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  3. […] spunto è offerto dal post di Christian Raimo che si interroga a partire dalla “spettacolarizzazione” di malattie gravi di […]



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