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Video didn’t kill the radio star #1

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Inauguriamo una rubrica a cura di Giuseppe Zucco apparsa su Le Nius.

di Giuseppe Zucco

[Nel 1979 il mondo fu solcato da una profezia. «La tv», diceva una canzone, avrebbe ucciso le «star della radio». Ovviamente, tutto questo non accadde. Ma già la stessa canzone, qualche anno dopo, sembrò smentire se stessa.

Alle 00.01 del 1 agosto 1981, il videoclip di Video kill the radio star inaugurò la programmazione di MTV – un canale televisivo americano nato per trasmettere video musicali – e rilanciò in modo decisivo la hit dei Buggles, che fino a quel momento aveva raccolto un enorme successo, sì, ma solo via radio. Era la dimostrazione perfetta che la televisione, e l’innumerevole proliferazione di video che sarebbe da lì seguita, non avrebbe distrutto il paesaggio musicale, ma lo avrebbe profondamente trasformato.

Molta della musica che ascoltiamo oggi proviene da quella mutazione. E i video, negli anni, conquistando parte della rete e delle piattaforme digitali, sono diventati qualcosa di più di un semplice strumento di marketing. Smarcatisi molto presto dalla funzione accessoria di lanciare i singoli o promuovere l’immagine delle piccole e grandi celebrità musicali, i video non solo sono diventati il banco di prova di registi che si sarebbero affermati successivamente nelle sale cinematografiche, ma hanno assunto lo statuto di opera d’arte.

Per loro natura fulminei, ellittici, surreali, paradossali, abbracciando quasi tutte le strategie della narrazione e della messa in scena, i video sono ascrivibili alla categoria dei «pensieri in movimento». Questa rubrica, uscita a suo tempo sul blog di Le Nius, intende segnalare e commentare brevemente alcuni tra i migliori.]

Gold, di Chet Faker, 2014 – il video è diretto da Hiro Murai

Tre ragazze corrono su i pattini lungo una strada provinciale, e si disperdono un attimo dopo essere arrivate davanti alla scena di un incidente stradale. Il video, composto da un’elegantissimo piano sequenza, è semplice quanto spiazzante. Le ragazze sono solo ragazze, certo – ma quando alla fine del percorso incontrano la macchina diventano qualcosa di più oscuro e spettrale. Sono le ultime allucinazioni di un uomo agonizzante o la rappresentazione sensuale e molto pop delle Moire, le antiche divinità greche che filano, avvolgono e recidono il destino di ognuno (ne scrive più o meno negli stessi termini anche Luca Pacilio nell’ultima puntata di questa bellissima rubrica).

Il cuore del video è, ovviamente, la scena dell’incidente – tutto è appena suggerito, e la messa in scena del disastro è così stilizzata da apparire un rebus straziante. Il tocco geniale è il cervo impagliato e poco visibile sulla sinistra della macchina. Il cervo è la causa dell’incidente, non c’è dubbio, ma disposto in quel modo sembra quasi un docile testimone involontario – anche se noi spettatori, dopo il video di No one knows dei Queen of the stone age o la pubblicità della PS2 firmata da David Lynch, abbiamo perso da un pezzo la voglia di associare a questo animale qualsiasi tipo di tenerezza.

Tra l’altro, David Lynch è il nume tutelare di questo video. Proprio l’inizio del piano sequenza – anche se la linea al centro della strada è continua invece di essere tratteggiata – ricorda i titoli di testa di Lost Highway. Dai film del maestro, Hiro Murai ha portato con sé l’idea che la nostra vita è in parte costituita da allucinazioni e fantasmi, e che proprio per questo è possibile condividere e fare esperienza delle allucinazioni e dei fantasmi degli altri. In quei momenti tanto reali quanto volatili, di solito, è possibile scorgere le cose che più ci spaventano, e che proprio per questo, segretamente, ci definiscono.

Giuseppe Zucco (1981) lavora alla Rai. Ha esordito con un racconto nell’antologia L’età della febbre (minimum fax, 2015) e ha pubblicato una raccolta di racconti, Tutti bambini (Egg Edizioni, 2016). Il cuore è un cane senza nome (minimum fax, 2017) è il suo primo romanzo.
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