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Video didn’t kill the radio star #2

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La prima puntata della rubrica è qui.

Island, di The xx, 2010 – il video è diretto da Saam Farahmand

Un uomo e una donna si amano, ma poco per volta raffreddano i sentimenti fino a perdersi. Il video è composto dalla ripetizione ossessiva dello stesso movimento di camera, una carrellata indietro a scoprire – a ogni nuovo attacco, la storia d’amore si sgretola un po’, e alla fine, come da copione, rimangono le fiamme e la cenere intorno a una persona con le ginocchia per terra.

L’idea vincente del video è una storia d’amore stilizzata in una coreografia. Sei ballerini, al pari del movimento di camera, riproducono sempre lo stesso schema di movimenti, solo che ogni volta, con piccoli ritocchi e variazioni, restituiscono alla scena un colore più cupo e drammatico. Ma la storia d’amore è ridotta all’osso. È uno scheletro di eventi più che una storia compiuta. Una serie di scene messe in fila una dietro l’altra. Eppure ci riguarda. Come mai?

Perché il video ci ricorda che moltissime storie d’amore, in profondità, racchiudono un’identica sequenza di scene, cioè un discorso comune, e che questo discorso si esprime per figure (pensateci bene, sono sempre le stesse: l’incontro, l’attesa, la dichiarazione, la dipendenza, etc.), e che sta agli innamorati, sotto la spinta dei loro sentimenti, fare di queste figure, di queste tappe del discorso, un campo aperto in cui manifestare la propria irriducibile individualità. Perché, per dire, ci sarà sempre un primo bacio, ma come dove quando, e con che grado di intensità e di conseguenze sul destino individuale e di specie si sprigionerà questo bacio, questo dipenderà sempre e soltanto da chi lo metterà in pratica.

È proprio grazie a questa ossatura se le storie d’amore possono stare in piedi, essere vissute da un capo all’altro, o essere condivise attraverso racconti di ogni tipo e sentite come se ci riguardassero in prima persona. Ovviamente, in una forma più coinvolgente e raffinata, questa idea è racchiusa in un libro che non ha perso molto nel confronto con il tempo. Si tratta di Frammenti di un discorso amoroso (Einaudi, 2014), e l’ha scritto Roland Barthes.

Del resto, essendo l’amore un discorso, un discorso a tratti anche molto confuso e disordinato – le figure non vengono mai usate nello stesso modo e con la stessa consequenzialità – è come se l’amore usasse i nostri patimenti per parlare continuamente di se stesso. Cercando di dirci soprattutto quanto Emily Dickinson aveva già intuito così bene: «Che l’amore è tutto quanto c’è / è tutto quanto sappiamo dell’amore, / è sufficiente, il carico dovrebbe essere / proporzionato al solco.» (da Uno zero più ampio, di Emily Dickinson, Einaudi, 2013, traduzione di Silvia Bre)

Giuseppe Zucco (1981) lavora alla Rai. Ha esordito con un racconto nell’antologia L’età della febbre (minimum fax, 2015) e ha pubblicato una raccolta di racconti, Tutti bambini (Egg Edizioni, 2016). Il cuore è un cane senza nome (minimum fax, 2017) è il suo primo romanzo.
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