your love is killing me

Video didn’t kill the radio star #5

your love is killing me

Qui le puntate precedenti della rubrica.

Your love is killing me, di Sharon Van Etten, 2014 – il video è diretto da Sean Durkin 

Una donna beve, fuma, viene cacciata da un bar, e poi, una volta fuori, vaga per le strade, ma con la disperazione assoluta che solo la fine di una storia d’amore può assestare tra i lineamenti del viso.

Il video è semplicissimo. È costituito da sole sei inquadrature, e tra queste spicca per durata e intensità l’uso del primo piano. Perché Sean Durkin, il regista del video, se non ci è arrivato per una felicissima intuizione, deve esserlo pur chiesto almeno una volta: com’è possibile rendere per immagini lo struggimento per la fine di una storia d’amore? Com’è possibile mostrarlo senza risultare patetici? Come fare?

Al di là del viso di Carla Juri, l’attrice, che negli ultimi secondi si supera – le pieghe delle labbra e il movimento degli occhi racchiudono mille discorsi immaginari – la risposta esatta è proprio in questo particolare uso del primo piano. Qui è lungo, insistito, stretto e strettissimo – ed è proprio per questo che dà conto dello strazio per amore. Perché è un piano privo d’aria, ossessivo, claustrofobico, da cui non si esce, e che in questo modo finisce pazzescamente per somigliare ai pensieri di chi ha perso la persona amata, pensieri privi d’aria, ossessivi, claustrofobici, che ruotano incessantemente intorno a una sola parola, mancanza.

Di solito, è in uno spazio del genere che nascono i fantasmi. È esattamente qui che i ricordi, prendendo forma e spessore fino a assumere vita propria, vengono setacciati, rivissuti, interrogati. È qui che si finisce per dialogare incessantemente con l’ologramma di chi non può rispondere. Non è un caso se la piccola vendetta che la donna allestisce nelle ultime battute del video si conclude drammaticamente dentro la strettoia di un nuovo primo piano. In questi casi, il desiderio di rivalsa è nulla in confronto allo struggimento. Stretta nel primo piano senz’aria della mancanza, la donna tornerà a ruminare il passato o a fantasticare a occhi aperti o, quando la notte le concederà il lenimento del sonno, a sognare.

Kafka, per esempio, ogni tanto sognava Milena, e poi glielo scriveva in una lettera: «Ieri ho sognato di te. Non ricordo quasi più i singoli fatti, so soltanto che ci trasformavamo l’uno nell’altro, io ero tu, tu eri io. Infine, non so come, prendesti fuoco, ma ricordai che il fuoco può essere soffocato con i panni, afferrai un vecchio abito e con questo mi misi a batterti. Ma qui ricominciarono le metamorfosi e si arrivò al punto in cui tu eri scomparsa, mentre ero io che ardevo e ancora battevo con l’abito. Ma ciò non serviva a nulla e così era confermato il mio vecchio sospetto che queste cose non valgano contro il fuoco. Intanto però erano arrivati i pompieri e nonostante tutto tu in qualche modo fosti salvata. Ma eri diversa da prima, spettrale, disegnata col gesso nel buio e, inanimata o forse soltanto svenuta per la gioia di essere salva, mi cadesti tra le braccia. Ma anche qui si riscontrò l’incertezza della trasformazione perché forse ero io che cadevo tra le braccia di qualcuno.» (da Lettere a Milena, di Franz Kafka, Oscar Mondadori, 1999, traduzione di Ervino Pocar e Enrico Ganni, p.192)

Giuseppe Zucco (1981) lavora alla Rai. Ha esordito con un racconto nell’antologia L’età della febbre (minimum fax, 2015) e ha pubblicato una raccolta di racconti, Tutti bambini (Egg Edizioni, 2016). Il cuore è un cane senza nome (minimum fax, 2017) è il suo primo romanzo.
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