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Videosorveglianza e inefficienza educativa in una società reazionaria

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di Miriam Aly

Lo scorso 28 Maggio è stato approvato un emendamento al decreto ‘’Sblocca Cantieri’’, nelle commissioni Lavori pubblici e Ambiente al Senato, che prevede l’obbligo di installazione di telecamere in tutte le aule di asili nido pubblici o paritari e nelle varie strutture di assistenza e cura di anziani e disabili; l’emendamento, firmato dai senatori di Lega, Movimento Cinque Stelle, Partito Democratico e Forza Italia, prevede un finanziamento tramite un apposito fondo di 5 milioni di euro per il 2019 e 15 milioni per gli anni successivi, dal 2020 al 2024.

L’obiettivo apparente, promosso dagli interlocutori istituzionali e sostenuto anche da parte del dibattito pubblico, è quello di garantire agli ospiti di quelle strutture ‘’più ampia tutela’’ evitando dunque comportamenti abusanti e maltrattanti, a livello fisico e psicologico,di insegnanti e operatori nei confronti di soggetti deboli.

La problematica maggiore scaturita da questa decisione sembra essere stata sin da subito quella legata alla questione della privacy, infatti la Commissione europea, commentando la vicenda, aveva già sottolineato che questa condizione ‘’può essere legittima, purché siano rispettati i principi della protezione dei dati’’, anche la Corte di Cassazione aveva precedentemente sostenuto che i dipendenti dovranno prestare il loro consenso rispetto l’installazione delle telecamere ai fini di garantire il diritto alla riservatezza; nello stesso disegno di legge infatti si stabilisce che le registrazioni saranno visionabili esclusivamente dalle forze dell’ordine ma solo in caso di denuncia, inoltre le immagini riprese saranno automaticamente cifrate e la loro visione in chiaro sarà disponibile solo all’autorità inquirente.

Tuttavia non esiste ancora una legge specifica sulla regolazione della videosorveglianza ma solo leggi e normative sulla riservatezza e sul trattamento dei dati, andando oltre la legge 300/1970 dello Statuto dei lavoratori che vieta ‘’l’uso di impianti audiovisivi e altre apparecchiature atte al controllo a distanza del personale dipendente’’, salvo accordi con i sindacati.

I problemi dell’ambito sociosanitario sono però diversi, complessi, specifici e soprattutto si trovano a monte delle violenze che vengono saltuariamente proiettate sui nostri schermi per via di immagini del tutto autoreferenziali, che in realtà sono solo l’ultimo anello di una catena molto lunga; sarebbe necessario soffermarsi sulle cause e sui mezzi che potrebbero o meno bloccare e smantellare meccanismi basati su un’inefficienza educativa a più livelli ovvero concentrarsi da una parte sull’esperienza delle figure professionali coinvolte e dall’altra sullo sdoganamento di un sistema reazionario, capendo a fondo che la videosorveglianza non può essere un deterrente e restituendo la complessità pedagogica di una questione articolata.

I problemi reali di questa vicenda dunque si trovano innanzitutto nella formazione lavorativa e nelle condizioni di lavoro di cui fanno esperienza i lavoratori e le lavoratrici dei settori in questione, ovvero nei problemi sostanziali dell’ambiente assistenziale.L’esecuzione di questo provvedimento infatti andrebbe a mortificare la professionalità dei dipendenti stessi ma anche la libertà di insegnamento e di autodeterminazione di un personale che si mostrerà dalla parte giusta perché controllato da una telecamera e non perché formato sulla dedizione e il senso di responsabilità che, seguendo queste direzioni, non verranno coltivati… al contrario, si incoraggeranno implicitamente i presupposti che sul fronte opposto limitano la promozione stessa di una certa responsabilità educativa.

Gli oneri di chi agisce in questi settori possono essere considerati tali solo se sono stati offerti a monte tutti gli elementi possibili entro cui operare liberamente. Questa misura inoltre rappresenterebbe anche la paralisi di un sistema che negli ultimi anni 30-40 anni circa (quando il mercato del lavoro e i sistemi di rappresentanza sono diventati sempre più frammentati e diversificati) ha reso alcuni lavori sempre più flessibili e marginali e quindi sempre meno seguiti sul piano della formazione.

Secondo l’Eurostat la spesa in istruzione e formazione dell’Italia equivale al 3,9% del Pil che corrisponde a circa 65 miliardi di euro, rispetto la media del 5% dei paesi europei (e oltre al 7% nei paesi scandinavi) ed infatti l’Italia è tra gli ultimi paesi a livello europeo nella classifica degli investimenti in questi settori; al netto di questi dati è evidente che la visione della vicenda, e quindi dei criteri per la sua risoluzione, è soltanto parziale in quanto di fatti non viene considerata l’importanza sostanziale dell’occuparsi di diritti e in particolare della creazione di contesti di lavoro favorevoli, della formazione professionale di base e continua, della supervisione e della retribuzione di insegnanti e operatori responsabili che attualmente non vengono posti nella condizione di lavorare adeguatamente, peraltro all’interno di ambienti in cui la sicurezza delle strutture stesse è sempre più in bilico.

In questo quadro non c’è alcuna garanzia della gestione del problema nel suo presupposto e nella sua prevenzione proprio perché la presenza di telecamere innescherebbe un meccanismo in cui il problema stesso è limitato all’atto, già compiuto, su ci si focalizzerà prettamente in relazione alla condanna,con gli occhi puntati sulla reazione e non sull’azione, quando sarà ormai troppo tardi.

Inoltre, esistono molti aspetti di natura psicofisica che vengono spesso ignorati come il fatto che i cosiddetti professionisti d’aiuto che agiscono in questi ambienti sono persone che, lavorando in condizioni evidentemente sfavorevoli, sono sottoposte ad alti rischi di burnout (ovvero ‘’l’esito patologico di un processo stressogeno che interessa, in varia misura, diversi operatori e professionisti che sono impegnati quotidianamente e ripetutamente in attività che implicano le relazioni interpersonali’’), stress o distress (ovvero ‘’un fallimento nell’adattamento alla risposta psicofisiologica di stress, che può condurre il soggetto a reagire anche in modo sproporzionato a stimoli di lieve entità’’): questi fenomeni sono diffusi, a differenza di quello che si potrebbe pensare, infatti tutti gli studi a livello regionale e nazionale confermano quasi sempre, a seconda del campione, un caso su cinque, talvolta su quattro,di condizioni significativamente frustranti vissute da figure professionali che operano proprio nel campo dell’insegnamento e dell’assistenza.

La questione potrebbe diventare sempre più complessa, infatti un altro fattore che sarebbe interessante considerare per un’analisi completa è lo stile di attaccamento,dell’insegnante o dell’operatore, che regola tra le varie cose la gestione dello stress e le skills relazionali, pur essendo molto difficile da controllare, se non con specifici test (ad esempio l’Adult Attachment Interview), avendo una valenza del tutto inconscia; nello specificole teorie e gli esperimenti di John Bowlby e Mary Main ci insegnano che chi ha uno stile di attaccamento definito ‘’disorganizzato’’ tende, per vari motivi, ad avere comportamenti abusanti, maltrattanti o semplicemente umilianti (questi ultimi sono estremamente diffusi). Ovviamente le analisi da condurre sul filone psicosociale sono complesse e devono necessariamente tener conto di casi specifici ovvero del vissuto di ogni persona presa in considerazione, ma restano comunque molto interessati e puntuali in relazione alle eventuali condizioni frustranti di questi ambienti e potrebbero essere semplicemente condotte grazie ad enti di supervisione e supporto.

Infine, un’altra questione fondamentale che attraversa trasversalmente la vicenda è quella del patto di fiducia che dovrebbe instaurarsi tra istituzioni e cittadini e in particolare tra scuole e famiglie: un contesto educativo deve incentivare relazioni basate sulla fiducia, la quale viene sempre più minata da questa retorica della sicurezza e del controllo che invece genera simultaneamente paranoie e diffidenza verso il personale e verso gli stessi asili nido o le stesse strutture di assistenza, ritenuti di conseguenza inappropriati a priori nei confronti del rispettivo lavoro. Sul piano strettamente pedagogico è quindi chiaro che l’installazione di telecamere non può essere un deterrente rispetto all’educazione e all’assistenza, in quanto queste ultime inevitabilmente non si nutrono di sicurezza e controllo, di cui invece è plasmata la politica reazionaria basata sul ‘’sorvegliare e punire’’.

Una società reazionaria è una società autoritaria e repressiva proprio perché non considera le garanzie di libertà di chi la vive e perché non restituisce niente in termini di complessità educativa e formativa, investendo sul penale prima ancora che sul personale e sul sociale.

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