Lapresse3

Una vile classe politica

di Christian Raimo

L’impressione agghiacciante è che quello che si è visto ieri in senato è stato uno spettacolo che ha mostrato l’incredibile mediocrità della nostra classe politica, quella che abbiamo votato, quella che ci rappresenta. A un certo punto nemmeno il gusto del trash, dell’esibizione della rissa verbale da bar, è riuscita a essere più appassionante, l’odore del sangue si è velocemente rappreso, e ci ha consegnato una noia di retoriche così viete, sgrammaticate, usurate, da farci venir voglia non di cambiare governo, paese, politica, ma semplicemente canale.

Il discorso di Giuseppe Conte lì per lì è sembrato a tutti una boccata d’aria semplicemente perché era un discorso ordinato, preparato almeno, e ribadiva l’ovvio valore delle istituzioni di fronte a un bullo che per un anno e mezzo ha fatto il buono e cattivo tempo senza alcun argine politico, parlamentare, sociale; perché gli è stato permesso di farlo. Era la reprimenda che ognuno di noi voleva che qualcuno facesse, “a brigante brigante e mezzo” sento dire con un’espressione per me sgradevole da quando faccio politica, quaranta minuti che umiliassero in diretta per una volta l’arrogante che si permette di esibire faccette persino mentre qualcun altro lo sta riportando al principio di realtà dei suoi doveri platealmente mancati.
Quello di Conte è stato soltanto un mero sfogo, con le vesti certo non guadagnate per meriti del massimo rappresentante del governo, che avrebbe potuto in un anno e mezzo opporsi al degrado istituzionale evitando di essere l’utile idiota, la foglia di fico, il palo, o il complice consapevole; basta solo l’esempio per cui in questi quattordici mesi sono passati due decreti sicurezza che hanno svilito, infangato in modo orribile quello stato di diritto di cui ieri Conte si è erto a strenuo baluardo. La vergogna di quelle due leggi è ancora lì, con tutte le conseguenze, alla faccia di ogni dichiarazione da avvocato degli italiani.
Il resto del suo discorso è stato una misera rivendicazione dell’azione di governo, e dei progetti futuri, una retorica micronazionalista modulata sui “piccoli borghi e il folklore”, “dei nostri ragazzi che partono”, una visione delle questioni politiche così priva di un reale senso di responsabilità di cui lui stesso ha chiamato al saccheggio (“sarà un anno bellissimo”), né tantomeno delle ambizioni e delle sfide politiche che ci sono oggi da affrontare, e prima da comprendere. Docente di materie giuridiche, ha inscenato un discorsetto da piccolo barone universitario, inanellando una serie di citazioni pseudocolte per concedersi uno status da parvenu a colpi di belle parole. Habermas per dire che “è un tempo di passaggi” (poteva averlo detto anche Liedholm), Federico II per rispondere alla cultura del sovranismo e affermare che il sovrano deve avere la fiducia dei sudditi (poteva stare in bocca anche a Trump o a Vlad l’impalatore).
Non una parola sull’infamia di una crisi di governo gestita come un domino cinico in contemporanea alla crisi dell’Open Arms e della Ocean Viking. Non una parola sulla crisi della cultura istituzionale – questa sì, perpetrata, un cattivo esempio che resterà – che questa crisi dei migranti a agosto ha messo in evidenza, con una serie di avvocati e magistrati che con l’azione penale hanno dovuto supplire e contrastare la serie infinita di mancanze e infamie politiche.

Il discorso di Salvini è stato quello che è. Come si è visto più volte, senza i due cordoni sanitari delle telecamere e della polizia, Salvini è un ragazzone goffo che sbraita, che ringhia di essere una vittima. Ieri con la telecamera fissa che non poteva usare a proprio uso, una claque ridotta ai suoi leghisti ancora parzialmente incantati, il suo eloquio che mischia aggressività a passivo-aggressività era non solo rivoltante come al solito e più del solito, ma terribilmente noioso, inceppato, solo un affanno.
L’epifania della mediocrità assoluta del personaggio che si è costruito (la maschera ghignante era l’unica cosa che copriva l’inettitudine brutale di un politico incompetente, fannullone, confusionario, privo di cultura istituzionale e politica, privo proprio di quel buonsenso che rivendica come proprio oriente morale) ha gettato un fascio di luce accecante sulla viltà e la scarsezza oltre della classe politica per intero, anche dei contropoteri come quello dei giornalisti.
È possibile che la più dura interrogazione sulla Russia se la sia potuta permettere solo Conte nel cauda venenum del suo governo? Le infinite interviste e conferenze stampa che Salvini ha fatto in questi lunghi mesi – da febbraio in poi, da quando l’inchiesta di Giovanni Tizian e Stefano Vergine è stata pubblicata – sono state prese come verbo colato dalla maggior parte della classe giornalistica italiana, le sue deliranti dirette embeddate come nulla fosse, il suo disegno eversivo salutato come anticonformismo. A quando un’ammissione seria di colpa, di chi nemmeno un mese fa gli faceva interviste sdraiate da riportare a tutta pagina dalla spiaggia adriatica? “Che pensa dell’Europa?”

Anche il discorso di Renzi sembrava oro, perché siamo abituati a attraversare solo terre di ciechi, e un mezzo guercio ci appare un profeta. Pieno di preterizioni (quante volte dovremmo sentire che quello che sta facendo non lo sta facendo non per lui ma per la nazione?, dovendo convincerci del contrario come si fa con le excusationes non petitae), il suo affondo al governo è stato debolissimo, quello nei confronti di Salvini un’esibizione di una delle specialità in cui Renzi è più portato – bastonare il cane quando affoga. Anche qui la pars costruens sull’idea di comunità, di futuro, è ridotta a un minuscolo miracolo italiano per “le famiglie e i consumatori”.

E poi: le stilettate (volgari, è tutto sempre volgare) sulla religione, i rosari, i vangeli, tra tutti sono state la parte più penosa.
Perché hanno mostrato che la cultura cristianodemocratica è davvero morta, Dossetti, La Pira, Scoppola, oggi sono pensatori non solo inutilizzati ma inservibili. Le responsabilità in questo caso sono della mediocrissima classe politica, frutti ormai marci del berlusconismo, ma anche di chi nella chiesa negli anni a cavallo tra i due secoli ha pensato che incarnare un ruolo da protagonista diretto nel dibattito pubblico o legare la cultura politica cristiana solo ai temi etici, ha ridotto il pantheon valoriale cristiano a questo: Giovanni Paolo II contro Padre Pio, cuore immacolato di Maria contro citazioni pop del vangelo di Matteo, un minestrone di santini e scaramanzie in cui è facile far valere tutto. Il dibattito parlamentare su Eluana Englaro per tenere strumentalmente unita una maggioranza è stato l’inizio di questa simonia sconfinata.

Così, dopo metà pomeriggio semifarsesco, finita la dopamina per la botta da drammatizzazione del nulla (molto, molto meno di una catarsi), la tragedia degli uomini ridicoli di questo governo e della maggior parte di questo parlamento (e la Casellati, seconda carica dello stato, inadeguata come una villeggiante durante un terremoto), si rivela intensa, definitiva, quanto una scena muta di Ibsen. Qualunque governo o governicchio verrà fuori, nuove alleanze o nuove elezioni, la sola cosa che sappiamo è quanto abissalmente povero di cultura politica è quel novero di rappresentanti che hanno avuto o avranno la responsabilità di governarci.

Citazioni a caso, retorica tardo liceale, facile cinismo e facilissimo sarcasmo, tatticismi da fantacalcio, complusione da social, viltà. L’assenza di coraggio, su questo si è basata la nostra educazione sentimentale alla politica. E in questa condizione nulla fa sperare che cambi qualcosa.

Commenti
30 Commenti a “Una vile classe politica”
  1. sergio falcone scrive:

    Dialogo

    – Ti vedo sempre più scettico e disincantato…

    – Noi viviamo in un disastro, in una cloaca ma crediamo che domattina alle otto ci sarà il miracolo che ci cambia la vita. Aspettiamo Godot, che non c’è. Ma vai a spiegarlo agli italiani. “Che cazzo vuoi”, ti rispondono. Domattina alle otto arriva Godot. Quindi, non vale la pena di fare niente. È una fede incredibile, anche se detta così sembra un paradosso. Chi se ne importa se ci governa uno o l’altro, se viene il padre eterno o Berlusconi, chi se ne importa dei conti e della Corte dei conti, tanto domattina alle otto c’è il miracolo… … I giullari e gli impostori che ci governano sono il frutto delle nostre pulsioni profonde.
    La crisi di governo? Questa crisi è giocata come una partita di Belot, o briscola chiamata… Cos’è? è un gioco di carte apprezzato nelle osterie ai bei tempi andati. Si gioca in cinque, seguendo più o meno le regole della briscola, ma con una particolarità: il giocatore che comanda la mano non sa, tra i quattro giocatori che ha di fronte, chi sia il suo compagno, e non lo sanno nemmeno i suoi avversari. L’abilità del partner sta nell’occultare il proprio ruolo il più a lungo possibile.
    E, comunque, nessun governo pensa alla povera gente…

  2. Pinin scrive:

    Refusi refusi e ancora refusi. Non importa chi scriva, Minima Moralia (sic) è il tempio dei refusi, dateli due euro a qualche disoccuppato affinchè vi corregga. Che tristezza,

  3. sergio falcone scrive:

    Una maggiore attenzione alla correzione degli errori non guasterebbe, ma i refusi non alterano il senso del discorso.
    Un appunto, di altra natura. Christian Raimo ha votato? E, se ha votato, per chi? All’inizio del suo intervento dice: “abbiamo votato”. Con tutto il rispetto, non trovo una ragione, che sia una, per andare a votare.

  4. Francesca scrive:

    Che dire? Christian Raimo, che seguo da qualche anno, ha ragione
    sebbene i toni e il linguaggio mi paiono esagerati a riguardo di Conte, ma condivido nell’insieme. Troppi refusi è vero. MinimaetMoralia ultimamente ne ha tanti in tutti gli articoli.
    Davvero preoccupanti certi commenti…

  5. Axel Shut scrive:

    sì vabbé i refusi ma l’articolo è ottimo da cima a fondo, molto meglio di altri che Raimo stesso aveva scritto su Salvini

  6. Daniela Gliozzi scrive:

    Raimo ha purtroppo ragione. Questo è ciò che conta. E scrive bene. Posso solo sperare che persone come lui, che hanno una certa visibilità, continuino a parlare e a scrivere. Non abbiamo altro.

  7. Folco scrive:

    Quali sarebbero i refusi?

  8. Anonimo scrive:

    Raimo sembra la caricatura dell’intellettuale di sinistra imaginata dai militanti di destra. Flaccido, pelato, culi di bottiglia sugli occhi, voce a strillozzo, arrogante, supponente, finto colto. Scrive malissimo e fa parlare di sè non per i suoi libri, che fanno schifo e che nessuno si incula, ma per le sue prese di posizione assurde su argomenti politici.
    La classe politica è uno schifo, vero, ma se Raimo è il paradigma di quella intellettuale siamo fottuti.

  9. Claudio Meloni scrive:

    Devo dire che, a giudicare dai commenti a questa lucidissima analisi, la classe dirigente è lo specchio dell’imbuto decadente in cui siamo finiti.

  10. Monica Calzolari scrive:

    Condivido il giudizio di Cristian Raimo e sono molto preoccupata di quello che seguirà. Raimo è un intellettuale che opera incusivamente nella realtà. Ho seguito con partecipazione alla realizzazione del progetto politico nel terzo municipio di Roma e ho apprezzato il suo intervento decisivo al salone del libro di Torino che ha orientato la decisione politics del sindaco Apoendino. L’unica speranza per la politica è che anche molti altri riprendano in mano le sorti di questo paese con visioni e progetti che rimetta restituiscano alle persone la possibilità di incidere sulle decisioni e sulla scelta reale dei rappresentanti politici.

  11. sergio falcone scrive:

    Mit der Dummheit kämpfen Götter selbst vergebens.
    Contro la stupidità gli stessi dei lottano invano.
    Neanche gli Dei possono nulla contro la stupidità umana.

    Friedrich Schiller

    *

    Un pensiero e una dedica a chi attacca Raimo, nascondendo la propria nullità dietro l’anonimato.

  12. Elena Grammann scrive:

    “nel cauda venenum del suo governo” evidenzia una scarsa conoscenza della lingua latina. Perché mai usare locuzioni latine se non si conoscono, o se la fretta fa perdere i pezzi? Tanto più quando si stigmatizzano i “discorsetti da piccolo barone universitario” (a meno che la grandezza non stia nel trasandare il discorsetto da piccolo barone universitario: una radice quadrata alla seconda molto italiana).

    @sergio falcone
    Il bello della citazione schilleriana è che funziona a 360° come un passepartout: dipende da dove piazzo la stupidità. Posto che siamo tutti d’accordo che la classe politica è uno schifo (perché l’Italia è uno schifo: non è che la classe politica ci è piovuta da Marte), la mia simpatia va piuttosto a Anonimo. Trovo la sua analisi brillante.

  13. sergio falcone scrive:

    Brillante?… Ossignore…
    Una analisi, quella di chi non ha il coraggio di firmare con nome e cognome e si firma “Anonimo”, che denota ignoranza. Attaccare senza aver mai visto Raimo di persona, e attaccarlo con la calunnia, è da idioti. E contro l’idiozia, come diceva Schiller, non c’e’ nulla da fare.

  14. Elena Grammann scrive:

    Egregio Sig. Falcone,

    padrone di non trovarla brillante, in fondo è questione di gusti. Tuttavia:

    – mancanza di coraggio (se questo è il motivo dell’anonimato) e ignoranza non sono la stessa cosa e nemmeno vanno necessariamente insieme. Perché dovrebbero?

    -lei come fa a sapere che Anonimo non ha mai visto Raimo di persona? E poi cosa c’entra? Neanch’io l’ho mai visto di persona, ma a partire da quello che scrive mi sono fatta un’idea (parla, affinché io ti veda! dice il saggio, ma possiamo anche dire: scrivi, affinché io ti veda!)

    – calunnia. Dove sono le calunnie? Calunnia sarebbe se Anonimo dicesse che il Sig. Raimo, che so, ieri sera si è scopato un’allieva (o allievo) quattordicenne. Ma non dice nulla del genere. Esprime dei giudizi estetici riguardo alla persona/personalità e alla scrittura del signore in questione. Giudizi che naturalmente andrebbero motivati e discussi, che così possono soltanto (esteticamente) piacere o non piacere, ma che non sono calunnie. Può dirmi che sono offensivi, e su questo posso essere d’accordo; ma un personaggio pubblico (e il Sig. Raimo lo è o desidera esserlo) non può offendersi, pena il decadere dallo statuto.

    – idiozia: vedi sopra passepartout schilleriano.

    Saluti, Sig. Falcone

  15. sergio falcone scrive:

    A chi ha in antipatia il valoroso Christian Raimo ed adopera ogni espediente, anche basso, per dargli addosso.
    A Roma si dice: costoro faranno le classiche due fatiche.
    *

    Tutti conoscono i validi contributi del dott. Arrigo Ploz alla metafisica; non tutti sanno però che il più valido di quei contributi è la sua semplice e pura esistenza. Un giorno il dottor Ploz cominciò a diventare sempre più piccolo finché non si ridusse al nulla. Da allora nessuno lo ha più visto ma è certo che il dottor Ploz non ha smesso di esistere; soltanto che ora, essendo il nulla, nulleggia e null’altro. Sua moglie, ferita dalla sua mancanza nel suo orgoglio di moglie, fa finta che ci sia e persino parla con lui, cioè con il nulla; i suoi allievi continuano a non studiare sotto la sua guida, e la Rivista filosofica continua a pubblicare i suoi articoli magari, su una pagina in bianco. Quel che nessuno sa è dove sia il dott. Ploz, come sia, né che cosa pensi di tutto questo.
    Di certo si sa tuttavia che dal suo nulla, nel frattempo, il dott. Ploz ha inventato, o diremmo meglio ha re-inventato, i numeri naturali, positivi e negativi, quelli frazionari, quelli irreali, quelli immaginari, quelli trasfiniti, quelli infinitesimali nonché le loro radici e quadrati in quantità sbalorditiva; parimenti, per passare il tempo, l’ha inventato, e con esso lo spazio. Ha inventato buona parte dell’arte moderna, i quadri a tela vuota, gli orifizi di numerose sculture, i libri non scritti, tra cui due capitoli in bianco del Tristram Shandy di Sterne e l’intera dottrina filosofica di Martin Heidegger. Mirna la cameriera a ore commenta: “Anvedi il dottore come si dà daffare!”. Essendo adesso il suo padrone egli stesso un buco nell’universo, vorrebbe passarci di quando in quando uno straccio per pulirlo, ma dov’è? Qualunque cosa si dica di lui è vera, perché non c’è modo di dimostrare che non lo sia. In lui convivono tutte le cose che non esistono, tutti i circoli quadrati, tutte le faine che leggono queste righe, tutti i cigni bianchi che sono neri, tutte le soluzioni del problema nazionale, la storia e la psicanalisi, la religione cattolica e Dio. Quest’ultima ipotesi, che sia diventato Dio, ne farebbe anche l’inventore asserito delle cose che esistono, di tutti noi, di tutto.

    Juan Rodolfo Wilcock

    Il libro dei mostri

  16. Elena Grammann scrive:

    (“Il valoroso Christian Raimo” – questa bisogna che me la segni, uno spasso questa conversazione Sig. Falcone)

  17. sergio falcone scrive:

    Alla cortese attenzione della squisita e fondamentale signora Elena Grammann, affinché ne faccia tesoro e argomento di riflessa riflessione:

    https://youtu.be/i6BKhvhSehc

  18. Christian Raimo scrive:

    Conosco le locuzioni latine, e anche il modo di utilizzarle ad sensum in italiano.
    Chi si firma Anonimo ha voluto buttare lì una serie di insulti, personali, fisici, eccetera, che qualificano chi li fa più che chi li riceve.
    Non sono solito cancellare i commenti a meno che non sconfinino nella violenza. Quindi quello di Anonimo rimarrà lì.
    Grazie a chi comunque cerca di mantenere nella dialettica civile il dibattito di minimaetmoralia.

  19. Elena Grammann scrive:

    Più che una locuzione latina usata ad sensum “nel cauda venenum mi sembra un sintagma privo di senso. Ma se piace a lei, siamo già a posto.

    Quand’è che un commento sconfina nella violenza? Quando incita a “menare forte?”

  20. Marisa scrive:

    Vorrei fare, se posso, un piccolo commento. Di Christan Raimo condivido molti ideali e spesso mi trovo d’accordo con quanto scrive nei suoi articoli su Minima e moralia o su Internazionale. Trovo però che, almeno qui sul blog, tali articoli siano caratterizzati da una notevole sciattezza stilistica e persino ortografica, da frasi involute e a volte sgangherate, tutte cose cui l’autore o i redattori potrebbero facilmente rimediare. Ho insegnato per tanti anni e non mi scandalizzo per un refuso o per una sintassi traballante, ma chi scrive per mestiere dovrebbe fare della chiarezza e della correttezza un punto d’onore. C’è poi un dettaglio che mi colpisce ogni volta che leggo un testo di Raimo: come molti autori italiani egli fa spesso uso del famigerato tricolon, caratteristico della prosa italiana un po’ pomposa, da Manzoni in poi. Nulla di male, intendiamoci, solo che, ogni volta che mi imbatto (come qui: “retoriche così viete, sgrammaticate, usurate,”; “sulla religione, i rosari, i vangeli”; “un politico incompetente, fannullone, confusionario,”…) nel suddetto artificio retorico, mi torna in mente un articolo in cui il Nostro criticava pesantemente (e con ragione) il Veltroni scrittore e tra le altre cose lo accusava di abusare dell’odiata “tripletta”.
    Sia detto con un sorriso… :)

  21. Daniela Gliozzi scrive:

    Io non vedo errori tali da parlarne tra i commenti, tanto da tralasciare il contenuto del pezzo ed uno stile che può non piacere ma può anche risultare davvero efficace. A me piace. Ed è anche una questione di gusti. Lo stesso vale, secondo me, per le “triplette”. Non le trovo così insistenti e quindi, alla fine, fastidiose. A volte le “triplette” sono belle. Almeno io le trovo belle.
    Avrei scritto “chiesa” e “stato” maiuscoli, avrei messo in corsivo le citazioni dal latino. Ma per me sono davvero inezie e appunti pedanti di fronte al peso di ciò che è detto e anche di come è detto.
    Potrei fare molti esempi rispetto a ciò che asserisco, ma non c’è bisogno di annoiare ulteriormente chi legge.
    Infine desidero precisare che a volte capita di lasciarsi andare a commenti sugli autori piuttosto che sui loro scritti, e anche a giudicare questi ultimi senza pescindere da quelli. Ma quando ciò accade credo che i commenti perdano di reale interesse. Io sono convinta che una buona pratica critica sia quella di limitarsi il più possibile a commentare gli scritti di chi non si conosce, o quasi. Ciò può aiutare a mantenere una certa obiettività, che credo sia un guadagno essenziale per costruire un buon ragionamento.

  22. Elena Grammann scrive:

    Non pensavo di intervenire nuovamente, in effetti non val molto la pena: fin che ci si diverte va bene, ma poi è una perdita di tempo.
    Tuttavia l’apprezzamento della signora Gliozzi mi ha indotto a rileggere l’articolo, chiedendomi com’è che non ero riuscita ad apprezzare il contenuto e lo stile che Gliozzi trova così convincenti.
    Ho cercato di scandagliare a fondo la sintassi (e quindi, mi si permetta, il senso, altrimenti ci parliamo a segni che facciamo prima) della frase «Il resto del suo discorso è stato una misera rivendicazione dell’azione di governo, e dei progetti futuri, una retorica micronazionalista modulata sui “piccoli borghi e il folklore”, “dei nostri ragazzi che partono”, una visione delle questioni politiche così priva di un reale senso di responsabilità di cui lui stesso ha chiamato al saccheggio (“sarà un anno bellissimo”), né tantomeno delle ambizioni e delle sfide politiche che ci sono oggi da affrontare, e prima da comprendere»; mi sono chiesta come possa uno (in questo caso Conte) anelare a “concedersi uno status da parvenu”, ma non ci sono riuscita. E qui mi fermo per non annoiare il lettore.
    Il contenuto è un “fanno tutti schifo” da bar (per questo forse piace tanto), una constatazione scontata dell’abissale calo di livello nella cultura politica e nella cultura in generale (che ci riguarda tutti e da cui nemmeno l’autore dell’articolo è ovviamente esente), un j’accuse urbi et orbi che non si accorge neanche che il discorsino di Conte insomma un qualche effetto lo ha avuto. Se poi non è quello sperato dall’autore, ce ne faremo una ragione.
    Sulla questione “autore” – “scritti”: non la capisco: un autore è i suoi scritti.

  23. Marisa scrive:

    Hmm… Daniela: non è per essere pedante: più che criticare le triplette, ho osservato che Raimo, che le criticava aspramente in Veltroni, ne fa a sua volta un uso piuttosto massiccio.
    Per fare un piccolo esmpio di frase che io considero zoppicante, ecco: “Qualunque governo o governicchio verrà fuori, nuove alleanze o nuove elezioni, la sola cosa che sappiamo è quanto abissalmente povero di cultura politica è quel novero di rappresentanti che hanno avuto o avranno la responsabilità di governarci.”. Ci sarebbe almeno voluto un congiuntivo (quanto abissalmente povero di cultura sia…), in ogni caso la frase è effettivamente prolissa e farraginosa. Sarebbe bastato poco per renderla più leggibile.
    Quanto alla “cauda venenum”, be’, non è la coda del veleno. È che “nella coda c’è il veleno”. Le citazioni in latino, meglio farle giuste.

  24. christian raimo scrive:

    Grazie delle critiche stilistiche, ne farò veramente tesoro. Piccoli rilievi:
    Le triplette in Veltroni sono sinonimiche (“era un uomo robusto, corpulento, massiccio”, mettiamo) in altri scrittori possono essere incredibilmente raffinate, Faulkner, Gadda, oggi Trevi.
    Per Elena Grammann, non per fare autoesegesi, ma la mia non era un generico tiro al bersaglio, un fanno tutti schifo, ma l’accusa circostanziata di una mancanza di coraggio. Accusa che ovviamente può essere o meno condivisa.

  25. Elena Grammann scrive:

    Giusto, lo dice nella penultima riga. Nel minestrone generale mi era sfuggito.

  26. Daniela Gliozzi scrive:

    Penso che nella frase citata da Marisa sia corretto l’indicativo e non il congiuntivo.
    Quanto alla questione autori/scritti, io credo invece che uno scritto sia del tutto autonomo e che quindi non vada (quasi) mai confuso con il suo autore.

  27. sergio falcone scrive:

    Bene. E, dopo aver parlato di stile, una piccola annotazione: la situazione esistenziale, sociale e politica va via via peggiorando. Nessuno riesce a porvi rimedio e nessuno si mobilita.

  28. Federico Gnech scrive:

    La manciata di commenti che precedono il mio mi ha fatto riflettere non tanto su Raimo, su Salvini o sulla classe politica che ci meritiamo, quanto sulla mia frequentazione dei blog letterari o “di approfondimento culturale”, in particolare su quelli in cui a prevalere – molto poco wilcockianamente, caro Falcone – sono le figure dell’intellettuale civile, del letterato gruppettaro o del pallone (s)frenato à la Montanari.
    Parlando di libri, in rete le cose più interessanti e meglio scritte si trovano su siti che non prevedono l’interazione diretta col lettore; Doppiozero è il primo esempio che mi viene in mente. Quelli che frequento con più soddisfazione, però, sono spazi come Minima & Moralia o l’ahimè ormai desertificato Nazione Indiana, che mi hanno sempre attirato non per la solidità dei contributi, non per la possibilità, per un semicolto camuffato come il sottoscritto, di imparare qualcosa o di trarre spunti per nuove letture, ma unicamente per l’opportunità di fare polemica attorno al tema politico del momento. Degli sfogatoi, insomma. Ricordo i thread interminabili sulla Torino-Lione, su Nazione Indiana, o le reazioni a certi deliri apocalittici di Lagioia su queste pagine; lo schema è sempre il classico massimalisti vs riformisti o liberali, alla fine della fiera, coi massimalisti (o i parolai, se preferite) nella parte dei padroni di casa. A più di un anno dal mio abbandono dei social, dopo lunghi anni di dipendenza patologica, mi sono reso conto che Minima & Moralia è il mio Sert, è il luogo in cui vengo a prendere il metadone. Un luogo per ora ancora insostituibile. Ecco perché vorrei ringraziare pubblicamente Raimo e soci, che persino ad agosto, col sole e la sabbia sullo schermo dell’ipad, a costo di sfidare l’acribia dei commentatori, mi regalano un po’ di sollievo e facilitano la mia uscita definitiva dal tunnel. Non smettete mai, ve ne prego.

  29. maurizio della grotta scrive:

    Come sempre è difficile non essere d’accordo sui toni e sulle parole di Raimo, sulla miseria di questa classe politica credo che nessuno possa obiettare; d’altronde se due dei politici più potenti di questi anni hanno trascorsi uno in: “La ruota della fortuna”, l’altro nel “Gioco delle coppie” trasmissioni televisive inferiori al trash che vogliono raggiungere, ci deve essere un motivo. Senza entrare nelle citazioni più o meno erudite basterebbe rifarsi a Pasolini, di cui si dovrebbe esaltare la grandezza di giornalista e analizzatore dei fenomeni sociali, quando in un intervista disse: “Siamo tutti in pericolo”. Adesso il pericolo si è mostrato in tutta la sua “pericolosità” a cosa serve questa codina indignazione?. Il problema non era Craxi, Andreotti e poi Berlusconi… il problema è risolvibile senza ammorbarci con la ” Crisi della democrazie…di dittature democratiche!!!…con democratici fascismi….democrature….dittocrazia….” Penso proprio non sia risolvibile. Almeno se non si vuole arrivare a scenari Pynchoniani. Le parole svaniscono di senso, le indignazioni si smontano da sole. Non esiste battaglia politica poichè la miseria riguarda tutti gli aspetti della politica dialettica , di governo e di amministrazione. La miseria siamo siamo noi.

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